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Cinquanta parole

 

Chi viaggia all'estero sa quanto sia importante imparare qualche parola nella lingua locale. Lo sforzo è minimo, e i vantaggi immensi. Conoscere poche frasi, ed utilizzarle al momento opportuno può essere addirittura una forma di astuzia: la gente del posto difficilmente si scandalizza per una pronuncia sbagliata, mentre apprezza la buona volontà. I giornalisti, allenati a carpire la benevolenza altrui, sfruttano sempre questa debolezza. Sappiamo per esperienza, ad esempio, che salutare un cinese con nî hâo (salve) significa conquistarsi un sorriso: l'unico rischio poi è che l'interlocutore prenda a parlare spedito, credendo che conosciamo veramente il cinese. Durante la «rivoluzione di velluto» del 1989, a Praga, c'erano complimenti e pacche sulle spalle per chiunque sapesse pronunciare piccole frasi come to nevadi" (non importa) o poékejte okamiik (aspetti un attimo). All'inizio mi stupivo, poi ho capito che in Italia ci comportiamo nello stesso modo: uno straniero in grado di dire «grazie» e «arrivederci» viene coperto di complimenti, e se ne parte convinto che gli italiani sono molto gentili, o sono matti.

 

Ci sono paesi del mondo dove la popolazione considera la propria lingua difficilissima, e si entusiasma se lo straniero se ne esce con un monosillabo: è il caso della Corea, dove i soldati di guardia al villaggio olimpico mi obbligarono a ripetere «Yoginun odim-nikka?» (Come si chiama questo posto?) cinque volte al giorno, per un mese. Ci sono altri paesi dove le venti parole imparate per fare bella figura possono diventare vitali: in Giappone, lontano dalle città, spesso non capiscono neanche help me, ed è perciò buona cosa imparare a dire in giapponese «dov’è un taxi?».

Il guaio è che talvolta noi giornalisti non riusciamo a ricordare nemmeno questo, oppure -quando ci spostiamo in fretta da un paese all'altro- mescoliamo le frasi e salutiamo in polacco un ungherese e in ungherese un romeno -cosa quest'ultima sconsigliabile, perché i romeni detestano gli ungheresi, almeno quanto detestano gli stranieri che salutano in ungherese.

Se dieci parole garantiscono una bella figura, venti parole procurano un complimento e trenta parole scatenano l'entusiasmo. Con cinquanta parole si può sopravvivere. Quelle elencate qui di seguito sono proprio le «cinquanta parole della sopravvivenza» che è buona cosa cercare d'imparare in qualsiasi lingua. In inglese costituiscono quel «bagaglio minimo» che ognuno dovrebbe portare con sé, anche in un viaggio organizzato: insieme all' «inglese involontario» (quello che abbiamo imparato senza accorgercene: uscita, exit; prima colazione, breakfast; biglietto, ticket), sono sufficienti per non viaggiare come pacchi postali. Chi già parla inglese, passi pure ad altro.

 

Iniziamo da zero, ovvero con

 

1. yes –no                                sì -no

2. thank you                             grazie

3. you are welcome                       prego

4. please                                   per favore

 

Proseguiamo con i saluti:

 

5. Good morning (buongiorno) va bene fino a mezzogiorno

6. Good afternoon (buon pomeriggio) da mezzogiorno in poi

7. Good evening (buona sera) dopo il tramonto

8. Good night (buona notte) prima di coricarsi

 

La traduzione letterale di «buongiorno» (good day) è orribile. Viene usata in Australia, e consigliamo di lasciarla agli australiani.

Altre forme di saluto sono:

 

9. Hallo abbreviato in Hi (salve o ciao, incontrandosi)

10. Goodbye o bye-bye (ciao, lasciandosi)

 

Esiste poi una piccola domanda educata ed indispensabile, buona sempre e con chiunque (in inglese non c'è distinzione tra «lei» e «tu»; se siete in confidenza, usate il nome di battesimo):

 

11. How are you, Mrs Clinton? Come sta, signora Clinton?

How are you, Hillary?Come stai, Hillary?

 

A differenza degli italiani, che quando rispondono a questa domanda spesso si dilungano sui problemi più intimi, gli inglesi (e, di solito, chi parla la loro lingua) rispondono in modo conciso

 

Se stanno bene:                        12. Very well, thankyou (molto bene, grazie)

Se stanno discretamente:            13. Not too bad (non troppo male)

Se stanno male:             14. Not too well (non troppo bene)

 

Poiché non tutte le conversazioni possono finire con uno scambio di saluti, per procedere occorre conoscere la coniugazione del verbo «essere» e del verbo «avere»:

 

15. I am            io sono                         16. I have     io ho

you are             tu sei                            you have     tu hai

he         is            egli            è                      he            has            egli            ha

she       is            ella            è                      she             has             ella            ha

it          is            esso            è                      it            has            esso            ha

we are              noi siamo               we have     noi abbiamo

you are             voi siete                 you have     voi avete

they are            essi sono                 they have     essi hanno

 

Converrete che gli autori del manuale per camerieri nordafricani citato nel secondo capitolo avevano ragione di entusiasmarsi: l'inglese, a questo livello, è scandalosamente semplice. Il presente del verbo «essere» prevede tre forme (am, is, are); il presente del verbo «avere» soltanto due (have, has).

 

17. Nella forma affermativa il soggetto precede il verbo (you are stupid, tu sei stupido)

18. Nella forma interrogativa il verbo precede il soggetto (are you stupid? sei tu stupido?)

19. Nella forma negativa la particella not (non) segue soggetto e verbo (you are not stupid, tu non sei stupido)

 

Siamo a diciannove nozioni, e decisamente sulla buona strada. Il prossimo passo muove da una considerazione statistica: i monosillabi

 

the, a, of, and, to, this, that

 

rappresentano il 25 per cento di tutte le parole inglesi usate in un discorso.

 

20. the                                      è l'articolo determinativo (il, lo, la, gli, i, le)

21. a                                        è l'articolo indeterminativo (un, uno, una)

22. of                                       è la preposizione «di»

23. and                                     è la congiunzione «e»

24. to                                       indica l'infmito del verbo (to lave, amare) ed anche il moto a luogo (I go to London, vado a Londra)

25. this/that                               significano questo, questa/quello, quella

 

Utili sono anche le «cinque W» che costituiscono la prima regola da osservare per il cronista anglosassone alle prese con l' «attacco» di un articolo:

 

26. who                                    chi

27. what                                   cosa

28. when                                  quando

29. where                                 dove

30. why                                    perché

 

cui possiamo aggiungere

 

31. how                                    come

 

A questo punto suggeriamo di ricordare almeno sei verbi chiave:

 

32. to speak                             parlare

33. to know                              sapere

34. to understand                    capire

35. to like                                 piacere (si costruisce come «amare»,)

36. to go                                  andare

37. to come                              venire

 

La forma negativa (vedremo poi perché) si ottiene mettendo prima del verbo quattro lettere: don't

 

38. I don't understand                    Non capisco

 

La forma interrogativa anteponendo al verbo due monosillabi: do you?

 

39. Doyou understand?             Capisci?

 

Possiamo aggiungere quattro aggettivi:

 

40. good                                  buono

41. bad                                                cattivo

42. my                                      mio

43. your                                   tuo

 

e cinque tra preposizioni e avverbi:

 

44. bifore                                 prima

45. after                                   dopo

46. soon                                   presto

47. late                                     tardi

48. maybe                                forse

 

nonché i numeri dall'uno al dieci:

 

49. one two three jour five six seven eight nine ten

 

e, per un popolo votato allo shopping,

 

50. How much is it?                 Quanto costa?

 

Una curiosità: l'importanza di queste «cinquanta parole», ricavate soltanto dall'esperienza e da un po' di buon senso, è confermata da un recente studio statistico sulla «frequenza» dei vocaboli, presentato durante un programma radiofonico della BBG (English Now) dal linguista David Grystal. Le venti parole più usate nella lingua scritta sono nella colonna di sinistra; le venti parole più usate nel discorso, sulla destra.

 

INGLESE SCRITTO                                            INGLESE PARLATO

(GIORNALI)                                                   (CONVERSAZIONE)

1          the                                                                    the

2          of                                                                     and

3          to                                                                     I

4          in                                                                      to

5          and                                                                   of

6          a                                                                      a

7          for                                                                    you

8          was                                                                  that

9          is                                                                      in

10        that                                                                   it

11        on                                                                    is

12        at                                                                     yes

13        he                                                                     was

14        with                                                                  this

15        by                                                                    but

16        be                                                                    on

17        it                                                                      well

18        an                                                                     he

19        as                                                                     have

20        his                                                                    for

 

Torniamo alle «cinquanta parole per sopravvivere», le stesse che un inviato speciale cerca di imparare in arabo e in russo. In inglese sono ancora più utili: un quarto dell'umanità le conosce. Non si può dire, naturalmente, che tutta questa gente parli inglese, anche se alla domanda «Do you speak English?» risponde «yes» senza esitazioni. Resta vero, però, che con queste cinquanta nozioni e con le centinaia di parole che già conosciamo è possibile cavarsi qualche piccola soddisfazione. Possiamo andare ospiti a cena e infastidire il padrone di casa con i nostri commenti:

I like it                          Mi piace

I don 't like it                Non mi piace

 

Al cinema possiamo protestare:

 

This popcorn is not good.                      Questo pop-corn non è buono.

 

Domandare dov'è il bagno senza vagare nel buio alla ricerca dei pupazzetti sulle porte:

 

Where is the toilet?                           Dove è il bagno?

 

Al ritorno, possiamo chiedere alla nostra vicina di posto il suo parere sullo spettacolo: How is the film? (vagamente scorretto -meglio What is the film like? -ma comprensibile), e informarci sul nome dell'assassino (Who is the killer, please?). Ovviamente non siamo ancora in grado di tenere con lei una vera conversazione (i frasari in circolazione hanno sempre una sezione intitolata «Fare amicizia», ma non fidatevi. Di solito la prima frase è What about a drink at my piace? Cosa ne dici di un drink a casa mia?). Possiamo però mostrare di non essere muti, e non è poco.

 

 

Tratto da "L'INGLESE nuove lezioni semiserie" di Beppe Severgnini. Edizioni BUR


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