Quelli
che il calcio...
Se qualcuno dubitasse della validità della vecchia
affermazione marxista che “le idee dominanti sono
quelle della classe dominante”, avrebbe una illuminazione
osservando come il mondo del calcio, e dello sport in generale,
sia stato fagocitato, stravolto, privato dell’anima,
e piegato al servizio delle forze economiche dominanti che
hanno deciso di impossessarsene, proiettando in esso la
propria cultura del profitto, sfruttamento, mercato, corruzione,
voglia di vincere ad ogni costo. L’ingresso massiccio
del grande capitale nel mondo dello sport è relativamente
recente e corrisponde alla fase in cui il mezzo televisivo
rese popolare e di massa alcuni sport (oltre al calcio,
ciclismo, basket, tennis, atletica), alla fine degli anni
’70 e i primi ’80, e si prospettò così
la possibilità di creare un mercato in cui si mischiavano
pubblicità, diritti televisivi, visibilità
politica, ambizioni personali, stravolgendo ed annullando
ogni etica sportiva. La facilità con cui si svolse
questo epocale passaggio dallo Sport agli affari e fece
di organizzazioni ricadenti sotto il diritto sportivo delle
SpA quotate in Borsa, ci fa capire senza equivoci che i
partiti di sinistra accettarono senza fare una piega questa
rivoluzione Copernicana, e la evidente ideologia per cui
la vittoria spettava a chi possedeva più denaro,
e la creazione di figure di presidenti che, come principi
rinascimentali e mecenati, ricevevano investiture di capi,
non trovò alcuna opposizione né sociale né
politica.
L’illusione dei frustrati di vincere qualcosa per
interposta persona avallò il riconoscimento della
figura del capitalista Principe e delle ferree leggi dell’economia,anche
da parte di chi era politicamente schierato in senso anticapitalista.
Così la più grande operazione di colonizzazione
del mondo sportivo passò senza grandi sussulti, e
molto presto si arrivò alla fine dello sport inteso
come lealtà, confronto alla pari, attaccamento ai
colori sociali, lavoro sui vivai, per aprire le porte all’assurdo
mercato miliardario degli stranieri, doping programmato
dalle società, corruzione di arbitri, lotte al coltello
per i diritti televisivi, e soprattutto la possibilità
di vittoria solo per quelle 3 o 4 squadre con dietro i maggiori
gruppi industriali.
Le idee e la prassi degli imprenditori, la loro vera cultura,
si trasferisce così nelle masse dei tifosi, ed è
diventata ideologia e cultura di massa, fino ad essere stata
determinante nella elezione di Berlusconi a Capo del governo
italiano. Televisioni commerciali, pubblicità, sport
colonizzato, in profonda sinergia tra loro, fabbricano l’intima
identità ideologica di milioni di persone e ne fanno
elementi che si adattano perfettamente alla società
attuale. E ciò accade soprattutto in quei ceti sociali
operai, giovani emarginati, disoccupati, perdenti che, una
volta venuta meno la speranza di una società diversa
per la crisi identitaria della sinistra, riversano nella
propria squadra il desiderio di protagonismo e di vittoria,
frustrato nella vita reale.
Non va sottovalutato il peso che ha nella formazione di
milioni di giovani il fatto che si vincoli la propria emozionalità
e il senso di appartenenza ad una entità sociale,
a una realtà in cui si praticano loschi affari, doping,
corruzione, si fabbricano carriere politiche, si finanzia
la violenza degli ultras e quanto altro sappiamo dalle aule
giudiziarie. Ma se parli con qualche giovane “tifoso”
e gli chiedi se non trova ridicolo il fatto di tifare per
una SpA gestita da freddi calcoli economici e da dirigenti
che entrano ed escono da tribunali e che lo sport non c’entra
niente, ti rispondono che tanto tutta la società
è così, e che la propria squadra è
una “fede” e il gruppo della curva è
l’unico gruppo sociale di riferimento. Credo proprio
che dal “panem et circenses”degli antichi romani
al nostro sfavillante circo calcistico, non vi sia alcuna
differenza, e la continuità culturale si vede nell’esaltazione
di valori primitivi e selvaggi quali la vittoria sul nemico
(avversario), l’esaltazione del più forte,
l’irrisione dei perdenti, il facile ricorso alla violenza
e alla devastazione in caso di sconfitta.
E se vediamo con chiarezza che tipo di soggetti sociali
e quale darwiniana cultura nasce dallo spettacolo sportivo
in mano ai capitalisti, vogliamo pensare positivo e immaginare
che una diversa gestione del fenomeno possa produrre effetti
diversi. Lo sport, tutti gli sport, celebrano il più
forte e soprattutto i più dotati da madre natura
in fatto di qualità delle loro fibre muscolari, ma
in passato la gloria sportiva, sganciata dal denaro, si
viveva in modo meno drammatico, più umano e sereno
e si pensava anche a carriere brevi per non pregiudicare
il futuro di studio o di lavoro.
L’ingresso dell’onnipotente denaro, in quantità
tali da cambiarti la vita,ha trasformato una attività
ludica, con dentro alcuni valori come lealtà, sportività,
sacrificio personale, in un lavoro in cui il datore di lavoro,
come avviene in ogni attività industriale, ha imposto
carichi di lavoro disumani, assunzione di sostanze legali
o illegali capaci di massimizzare la resa del proprio investimento,
disprezzo per la salute futura degli atleti, trattamento
delle persone come pacchi da spostare qua o là, senza
preavviso per esigenza di mercato, distruzione di ogni autentico
sentimento di appartenenza, pratica del licenziamento rapido
in caso di infortuni o resa non più brillante. Così
abbiamo fabbricato gladiatori strapagati, gonfiati artificialmente,
che vagano da una squadra all’altra per il mondo globalizzato,
senza altro stimolo che il denaro e ce li ritroviamo a fine
carriera malati nel fisico e nel cervello, spesso disadattati
e inclini al suicidio.
La “psicologia di massa” alimentata dal tifo
calcistico, attira inesorabilmente fasce di estremisti politici,
di violenti, che fanno della domenica calcistica il loro
personale palcoscenico con parole d’ordine di odio
e di razzismo, con la programmazione delle trasferte con
strategia di “guerra” contro i “nemici”,
interpretando e drammatizzando la vicenda sportiva in modo
profondamente patologico. E a coloro che sostengono che
lo sport è educativo io rispondo è vero: è
educativo quello fatto per la propria salute e divertimento,
senza esagerazioni, senza “aiutini chimici”,
con agonismo leale e sorridente. Tutto quello fatto, invece,
con il miraggio dell’eccellenza e del denaro, dove
trovi allenatori e medici sportivi e familiari che già
a 13 anni ti spingono ad usare farmaci pericolosi per la
salute e che ti spingeranno ad allenamenti massacranti,
è altrettanto “educativo” perché
ti forma anch’esso, ma espone la tua salute mentale
e fisica a gravi pericoli.
La sensazione di irrazionalità e di degrado morale
che l’osservazione ragionata del mondo dello sport
suggerisce, rende urgente una strategia che tocchi il cuore
della questione, ossia il totale dominio industriale sulla
gestione dello sport. Per quanto riguarda il calcio, la
famosa pulizia che si doveva fare dopo lo scandalo della
“cupola Moggi” non ha toccato minimamente le
cause del malcostume e presto industriali e faccendieri
ritireranno fuori le unghie.
Se desideriamo che il gioco del calcio sia una attività
positiva e che l’ambiente sportivo sia palestra di
democrazia e partecipazione, dobbiamo ragionare sulle seguenti
basi.
- Il calcio non è un lavoro e il rapporto tra la
Società e l’atleta ricade esclusivamente nelle
regole del diritto sportivo
- Nei campionati di tutte le serie è vietato il
tesseramento di giocatori stranieri. Senza se e senza ma
- Le società sportive non possono essere SpA e
devono accettare soltanto le regole del diritto sportivo
- Le società devono affidare l’elezione dei
propri dirigenti ai tesserati e ai sottoscrittori di abbonamento,
che sono i veri azionisti , spesso competenti, con la stessa
procedura democratica di elezioni generali
- Le società non devono avere fini di lucro e l’obiettivo
deve essere il pareggio di bilancio
- I proventi dei diritti televisivi e del totocalcio devono
essere distribuiti alle società di A e di B in modo
rigorosamente paritetico
- Il mercato dei calciatori, come oggi lo conosciamo,
deve essere abolito, l’equazione “ricchezza-vittoria”
annullata, i giocatori non possono essere comprati né
venduti, ma fabbricati nei vivai delle società che
devono essere soprattutto “scuole di calcio”,
e dedicare ad esse i migliori preparatori e ingenti risorse
- Sarebbe utilissimo che le grandi società diventassero
proprietarie degli stadi, e svolgessero lì la loro
attività sociale, con sale per assemblee, palestre,
piscine, uffici amministrativi, per fare degli stadi una
realtà viva e partecipata
- Bisognerebbe anche liberare le ingenti forze dell’ordine
che durante le partite garantiscono la sicurezza degli stati,
e affidare il servizio d’ordine ai tesserati, da individuare
tra i più seri e responsabili, che così difenderebbero
una loro proprietà e il buon nome della squadra
- Stabilire semplici regole per eliminare tutte le trasferte
e rendere gli stadi tranquilli: i biglietti possono essere
venduti esclusivamente ai residenti con carta di identità
e nome e cognome sul biglietto che rimane personale, e stessa
procedura allo stadio, si entra solo con carta di identità
e biglietto nominale (i politicanti, anche in presenza di
gravi fatti di sangue, scontri, devastazioni di treni, non
hanno mai fatto una proposta del genere per fermare la violenza)
- Deve finire la dicotomia Federazione/Lega Calcio. I
presidenti delle squadre di A e di B devono prendere tutte
le decisioni a maggioranza semplice, senza figure di segretari
tipo Carraro o Galliani che hanno fatto della dirigenza
calcio potentati personali
Sono sicuro che queste norme sarebbero condivise da moltissima
gente, se solo se ne potesse parlare. Le persone con cui
ho discusso e fatto leggere questo breve documento, di tutte
le estrazioni sociali, sono d’accordo. Buttare fuori
i capitalisti e gli affari dal calcio può dare un
senso al proprio tifo e alla passione sportiva e sono sicuro
che i giocatori, creati dalle società, anche se pagati
poco, avrebbero infinitamente più entusiasmo e voglia
di giocare, soprattutto se intorno a loro ci fosse un clima
di partecipazione e di sostegno. Autogestire gli stadi,
eleggere i dirigenti, svolgere il servizio d’ordine,
far quadrare i conti, seguire i vivai, significa portare
la democrazia dentro i fatti. Perché la democrazia
si impara praticandola, partecipando, gestendo le cose,
selezionando le persone migliori senza creare capi carismatici
o figure inamovibili.
Se continuiamo ad affidare tutti i poteri a chi già
li possiede, non siamo che sudditi passivi, sciocchi e senza
futuro.
a cura di Paolo De Gregorio - 25.08.2006