| I
cacciatori della domenica
Le componenti essenziali della diffusa
passione per i giochi di squadra vengono affrontate con approccio
scientifico in questo scritto dell'autorevole Carl Sagan,
uno dei migliori divulgatori scientifici di tutti i tempi,
che ha continuato fino alla sua scomparsa, a credere fermamente
nella capacità dell'uomo di vincere i suoi peggiori
impulsi.
"L'istinto della caccia ha un'origine
ugualmente remota nell'evoluzione della razza. L'istinto di
cacciare e di combattere si combinano variamente [...] È
appunto perché la sete di sangue umano è una
tale parte primitiva di noi, che è così difficile
da sradicare, specie quando una caccia o un combattimento
sono promossi come parte di un divertimento."
William James
Principi di psicologia, XXIV (1890)
Non possiamo farne a meno. Ogni anno, quando
arriva l'autunno, la domenica pomeriggio e il lunedì
sera, abbandoniamo tutto per guardare ventidue piccole immagini
di uomini in movimento, che corrono l'uno verso l'altro, cadono,
si afferrano e calciano oggetti di forma ovale fatti di pelle
di animali. Di tanto in tanto, l'andamento del gioco genera
nei giocatori e nel loro sedentario pubblico eccessi di entusiasmo
o di disperazione. In tutta l'America,. individui (quasi esclusivamente
di sesso maschile) impietriti davanti a schermi di vetro,
si rallegrano o si rattristano all'unisono. Presentata in
questo modo, la cosa sembra piuttosto stupida. Ma una volta
innescata la scintilla della passione, è difficile
resistere - e parlo per esperienza personale.
Gli atleti corrono, saltano, colpiscono, scivolano,
lanciano, calciano, si fronteggiano, ed è eccitante
assistere allo spettacolo di esseri umani capaci di tanta
abilità. Si combattono sul campo. Si destreggiano
con grande perizia con una sfera marrone o bianca che si
muove veloce. In alcune partite, la lanciano nel tentativo
di segnare un goal; in altre, si allontanano correndo per
poi ritornare "a casa". Tutto è frutto
di un sapiente gioco di squadra, e noi restiamo ammirati
di fronte allo spettacolo di un insieme armonioso, in cui
ciascuno compie i propri gesti in perfetta sintonia con
gli altri.
Ma non sono queste le capacità grazie alle quali
la maggior parte di noi si guadagna il famigerato pane quotidiano.
Perché ci sentiamo irresistibilmente attratti dallo
spettacolo di persone che corrono dietro una palla o cercano
di colpirla? Perché questo bisogno è sempre
esistito in tutte le culture? (Gli antichi egizi, i persiani,
i greci, i romani, i maya e gli aztechi giocavano a palla.
Il polo invece è di origine tibetana.)
Ci sono campioni sportivi che guadagnano cinquanta volte
di più di quello che guadagna in un anno il presidente
degli Stati Uniti; ve ne sono alcuni che, una volta abbandonata
la vita sportiva, vengono nominati ad alte cariche pubbliche.
Sono eroi nazionali. Ma perché? C'è qualcosa
in questo che trascende la diversità dei sistemi
politici, sociali ed economici. Qualcosa che risale molto
indietro nel tempo.
Essendo associati a una nazione o a una città, quasi
tutti gli sport più popolari fanno leva su una componente
di patriottismo e di campanilismo. La nostra squadra rappresenta
noi stessi, il luogo in cui viviamo, la nostra gente, in
contrapposizione a una squadra di estranei, provenienti
da luoghi diversi, popolati da gente sconosciuta, forse
addirittura ostile. (In verità, molti dei nostri
giocatori non vengono dal nostro Paese. Sono mercenari al
soldo della città disposta a pagarli meglio: un Pittsburgh
Pirate può diventare tranquillamente un California
Angel; un San Diego Padre può vestire i paramenti
di un St. Louis Cardinal; un Golden State Warrior può
essere incoronato Sacramento King. Può addirittura
accadere che un'intera squadra prenda armi e bagagli e si
trasferisca in un'altra città.)
Gli sport competitivi sono conflitti simbolici abilmente
mascherati. E non si tratta di un'interpretazione moderna:
i Cherokee chiamavano la loro primitiva forma di lacrosse
"piccolo fratello di guerra". Sempre illuminanti
in questo senso sono le parole di Max Rafferty, ex sovrintendente
alla Pubblica istruzione della California, il quale, dopo
aver tacciato come "beatnik fuori di testa, smidollati,
comunisti, sempre pronti ad alzare la voce" quanti
avevano osato avanzare riserve sull'opportunità del
calcio agonistico nei college, continuava affermando: "I
giocatori di calcio... possiedono uno spirito di combattimento
chiaro e brillante, perfettamente in sintonia con lo spirito
della nostra America". Considerazione che meriterebbe
un'approfondita riflessione. Non a caso Vince Lombardi,
vecchia gloria degli allenatori di calcio, viene spesso
ricordato per la sua affermazione che la sola cosa importante
è vincere. Ancora più esplicito è George
Allen, ex allenatore di Washington Redskins, per il quale
"perdere è come morire".
In effetti, parliamo con la stessa naturalezza di vincere
o perdere una guerra o una partita. In uno spot televisivo
di propaganda del ministero della Difesa statunitense, assistiamo
a un'esercitazione militare che termina con la distruzione
di un carro armato a opera di un altro carro armato; lo
spot si chiude con la seguente battuta del comandante del
mezzo vincitore: "Quando vinciamo, vince tutta la squadra
- non una sola persona". Il collegamento tra sport
e guerra è esplicito. I fan (abbreviazione di "fanatici")
sportivi sono più volte tristemente saliti agli onori
della cronaca per essersi resi protagonisti di episodi di
violenza e vandalismo, quando non hanno addirittura ucciso,
accecati dall'ira per la perdita della loro squadra o per
l'impossibilità di festeggiarne la vittoria, oppure
per la sensazione di aver subito un'ingiustizia per colpa
di un arbitro.
Il primo ministro inglese fu costretto nel 1985 a denunciare
il comportamento selvaggio e irresponsabile dei tifosi di
calcio inglesi che avevano attaccato un gruppo di tifosi
italiani colpevoli di tifare per la loro squadra. In quegli
scontri, il crollo delle reti che separavano le tifoserie
avversarie causò la morte di decine di persone. Nel
1969, dopo tre partite di calcio duramente disputate, il
Salvador invase l'Honduras e ne bombardò i porti
e le basi militari. In questa "guerra del pallone"
persero la vita migliaia di esseri umani.
Gli appartenenti ad alcune tribù afghane giocavano
a polo con le teste dei nemici. E seicento anni fa, in quella
che oggi è Città del Messico, c'era un campo
da pallone in cui i nobili si presentavano agghindati di
tutto punto per assistere all'incontro di due squadre avversarie.
Il capitano della squadra perdente veniva decapitato e gli
scalpi degli ultimi capitani che avevano perso venivano
esibiti sugli scranni, esortazione, se possibile, ancora
più incalzante che vincere per il Gipper. (Il Gipper
è Ronald Reagan che usava esortare i suoi uomini
a "fare un buon lavoro per papà"; l'espressione
viene probabilmente dal suo passato di giocatore di football.
N. d. T)
Passando svogliatamente da un canale televisivo all'altro,
immaginate di imbattervi per caso in una partita che non
vi coinvolge in modo particolare, per esempio un incontro
di pallavolo fuori campionato tra la Myanmar e la Thailandia.
Per quale squadra tiferete? Un attimo: è davvero
necessario tifare per una delle due? Perché non vi
godete semplicemente la partita? Il fatto è che quasi
tutti abbiamo difficoltà ad assumere un comportamento
distaccato. Vogliamo partecipare alla gara, sentirci parte
di una squadra. Ci facciamo sopraffare da questo bisogno
e ci ritroviamo a fare il tifo: "Forza Myanmar!"
In un primo momento, la nostra fedeltà può
oscillare tra le due squadre. A volte facciamo il tifo per
la più debole. A volte invece, vergognosamente, non
esitiamo a passare dalla parte della vincitrice appena il
risultato diventa chiaro. (Quando una squadra perde per
più campionati di seguito, le preferenze dei tifosi
tendono a convergere su un'altra.) Siamo alla ricerca di
una vittoria senza sforzi. Ci piace ritrovarci coinvolti
in qualcosa di molto simile a una piccola e sicura guerra
vincente.
Nel 1996, Mahmoud Abdul-Rauf, all'epoca difensore dei Denver
Nuggets, fu sospeso dall'Associazione nazionale di Basket.
Perché? Perché si era rifiutato di alzarsi
in piedi e cantare l'inno nazionale americano. La bandiera
americana rappresentava per lui un "simbolo di oppressione"
offensivo per il suo credo musulmano. Molti altri giocatori,
pur non condividendo gli ideali di Abdul-Rauf, si schierarono
con lui ritenendo che fosse un suo diritto esprimere le
proprie convinzioni. Harvey Araton, firma sportiva di punta
del "New York Times", manifestò tutto il
proprio stupore di fronte all'accaduto. Cantare l'inno nazionale
prima di una partita, scrisse, "è, diciamocelo,
una tradizione assolutamente priva di senso oggi, diversamente
da quando ebbe inizio, prima delle partite di baseball durante
la Seconda guerra mondiale. Nessuno va allo stadio per esprimere
il proprio patriottismo". Al contrario, io sono dell'idea
che il patriottismo e il nazionalismo siano una componente
essenziale delle manifestazioni sportive.
Le prime gare atletiche organizzate di cui si ha testimonianza
risalgono a 3500 anni fa, alla Grecia arcaica. Durante i
primi giochi olimpici, fu firmato un armistizio fra tutte
le città-stato della Grecia. I giochi erano più
importanti delle guerre. Gli uomini si esibivano nudi: non
erano ammesse spettatrici di sesso femminile. Nell'VIII
secolo avanti Cristo, le Olimpiadi prevedevano maratona
(una delle gare principali), salto, lancio (compreso quello
del giavellotto) e lotta (a volte anche all'ultimo sangue).
Sebbene nessuno di questi giochi venisse effettuato in squadra,
essi hanno indubbiamente ispirato tutti i più moderni
sport giocati in questo assetto.
E sono indubbiamente alla base della caccia a bassa tecnologia.
La caccia è tradizionalmente considerata uno sport,
a patto che non si mangi ciò che viene cacciato -condizione,
questa, molto più facile da rispettare per i ricchi
che per i poveri. Sin dall'epoca dei faraoni, la caccia
veniva praticata dall'aristocrazia militare. L'aforisma
di Oscar Wilde sulla caccia alla volpe inglese, "gli
innominabili sulle disperate tracce degli immangiabili",
mette in luce molto bene l'ambiguità della cosa.
Le prime forme di football, calcio, hockey e di tutti gli
sport di questo tipo venivano sprezzantemente definite "sport
per il popolo" e considerate come surrogati della caccia,
attività da cui erano esclusi i giovani costretti
a lavorare per guadagnarsi da vivere.
Le armi delle prime guerre derivavano molto probabilmente
da quelle utilizzate per la caccia. Gli sport di squadra
non sono solo una pantomima delle antiche guerre: essi soddisfano
anche un sopito desiderio di caccia. Il fatto che le nostre
passioni sportive siano tanto profondamente radicate e diffuse
sembrerebbe suggerire che esse sono connaturate in noi,
non nel nostro cervello ma nei nostri geni. I diecimila
anni che ci separano dall'invenzione dell'agricoltura non
sono bastati a trasformare né a dissipare una predisposizione
naturale che, per essere compresa nella sua essenza, va
ricercata in epoche remote.
La specie umana risale a centinaia di migliaia di anni fa
(la famiglia umana a milioni di anni fa). Siamo diventati
sedentari - vivendo principalmente di agricoltura e allevamento
del bestiame - solo nell'ultimo 3% del lunghissimo periodo
che rappresenta la storia dell'umanità. Le caratteristiche
dell'uomo hanno preso forma nel primo 97% della nostra presenza
sulla Terra. Questa semplice considerazione aritmetica ci
suggerisce che potremmo imparare qualcosa su quelle epoche
remote dalle poche comunità sopravvissute di cacciatori-raccoglitori
incontaminate dalla civiltà.
==========
Ci spostiamo. Con i nostri piccoli e i nostri
averi sulle spalle, ci spostiamo, seguendo la selvaggina,
cercando pozze di acqua. Di tanto in tanto piantiamo le
tende, poi ci rimettiamo in cammino. Per procurare il cibo
per il gruppo) gli uomini praticano prevalentemente la caccia,
le donne la raccolta dei frutti della terra. Carne e patate.
Una tipica banda itinerante, composta principalmente da
una famiglia estesa di parenti e affini, non supera le poche
decine di individui; sebbene ogni anno, molte centinaia
di noi, con la stessa lingua e cultura, si riuniscano per
celebrare cerimonie religiose, effettuare scambi, combinare
matrimoni e raccontarsi storie. Soprattutto storie di caccia.
Qui parlerò principalmente dei cacciatori, che sono
uomini. Ma le nostre donne godono di un grande potere sociale,
economico e culturale. Raccolgono nocciole, frutta, tuberi,
radici, ma anche erbe medicinali; cacciano piccoli animali
e forniscono agli uomini la conoscenza strategica dei movimenti
di quelli più grandi. Anche gli uomini si occupano
in parte del raccolto e fanno molti lavori "domestici"
(nonostante non esistano case). Ma la caccia -solo per procacciarsi
il cibo, mai per sport - è l'occupazione principale
di tutti i maschi di sana costituzione.
I ragazzi in età prepuberale cacciano uccelli e piccoli
mammiferi con l'arco e le frecce. Una volta adulti, divengono
esperti nell'uso delle armi; cacciano, uccidono e macellano
le prede e trasportano i tagli di carne all'accampamento.
La prima caccia riuscita di un grosso mammifero segna l'ingresso
di un ragazzo nel mondo degli adulti. In segno di iniziazione,
gli vengono praticate incisioni rituali sul torace e sulle
braccia e gli viene strofinata un'erba sui tagli, cosicché
le ferite, una volta cicatrizzate, prendano la forma di
tatuaggi. Quei tatuaggi sono come tante decorazioni di guerra:
guardando il suo torace, si capisce come si è comportato
in battaglia.
Dalle impronte lasciate sul terreno, possiamo dire con precisione
quanti animali sono passati; la specie, il sesso e l'età;
se ce n'era uno che zoppicava; da quanto tempo sono passati
e che distanza hanno coperto. Alcuni giovani animali vengono
catturati in veri e propri corpo a corpo sul campo; altri
con fionde o boomerang o, semplicemente, colpendoli forte
e con precisione con grossi sassi. Gli animali che non hanno
ancora imparato a temere l'uomo possono essere avvicinati
con decisione e colpiti a morte con una mazza. Per le prede
più diffidenti e più distanti usiamo lance
e frecce avvelenate. A volte siamo fortunati e, con un'abile
mossa, riusciamo ad attirare gli animali in una trappola
o giù da un dirupo.
Per i cacciatori il lavoro di squadra è fondamentale.
Se non vogliamo mettere sull'avviso le nostre prede, dobbiamo
comunicare a gesti. Per la stessa ragione, dobbiamo tenere
sotto controllo le nostre emozioni: le manifestazioni di
paura e di gioia sono altrettanto pericolose. Abbiamo un
atteggiamento ambivalente nei confronti delle prede. Rispettiamo
gli animali, sappiamo di essere uniti a loro da un legame
di parentela, ci identifichiamo con essi. Ma se ci fermiamo
troppo a riflettere sulla loro intelligenza o sulla devozione
con cui si occupano dei loro piccoli, se proviamo pietà
per loro, se li riconosciamo troppo come nostri simili,
non riusciremo più a cacciare con la stessa determinazione.
Porteremo a casa meno cibo e metteremo a repentaglio la
sopravvivenza del nostro gruppo. Siamo costretti a prendere
emotivamente le distanze da loro.
==========
Fermatevi a riflettere su una cosa: per milioni
di anni, i nostri antenati maschi se ne sono andati in giro
lanciando sassi ai piccioni, rincorrendo i cuccioli di antilope
e ingaggiando con loro feroci corpo a corpo sul terreno,
formando un'unica linea di cacciatori urlanti e in corsa
nel tentativo di terrorizzare un branco di facoceri controvento.
Pensate che la loro vita dipendeva da quanto fossero abili
nella caccia e capaci di lavorare in squadra. Gran parte
della loro cultura era incentrata sullo spirito della caccia.
I bravi cacciatori sono anche bravi guerrieri. Molto tempo
è passato da allora - diciamo alcune migliaia di
secoli - e quella naturale predisposizione per la caccia
e per il lavoro di squadra si è trasferita in molti
dei nuovi nati di sesso maschile. Perché? Perché
i cacciatori meno capaci o meno motivati lasciano meno tracce.
Non penso che affilare una pietra fino a trasformarla in
un'arma appuntita o mettere una piuma a una freccia sia
un'abilità che si eredita geneticamente. È
una cosa che si può imparare e capire. Ma la passione
per la caccia, quella sì, è scritta nei nostri
geni. La selezione naturale ha fatto dei nostri antenati
degli abilissimi cacciatori.
Il fatto stesso che il modello di vita basato sulla caccia
e sul raccolto si estendesse a sei continenti e sia durato
milioni di anni (per non parlare del passato di cacciatori
dei nostri avi primati) è la prova più evidente
del suo successo. Questi grandi numeri parlano da soli.
Dopo diecimila generazioni per le quali uccidere un animale
era l'unico sistema per non morire di fame, quell'istinto
non può che essere ancora presente in noi. E noi
abbiamo un disperato bisogno di dargli libero sfogo, seppure
in maniera surrogata, magari attraverso gli sport di squadra.
Una parte del nostro essere desidera unirsi a un piccolo
gruppo di fratelli impegnati in una ricerca coraggiosa e
intrepida. Se ne riconoscono i segnali anche in molti giochi
di ruolo e videogiochi tanto in voga tra i ragazzini e gli
adolescenti. Le tradizionali virtù dell'uomo - il
suo essere taciturno, pieno di risorse, modesto, preciso,
coerente, profondo conoscitore degli animali, dotato di
spirito di squadra, amante della natura - all'epoca delle
tribù di cacciatori erano comportamenti adattativi.
Ammiriamo ancora queste caratteristiche, sebbene abbiamo
quasi dimenticato il perché.
Al di fuori dello sport, sono poche le valvole di sfogo
disponibili. Nei nostri adolescenti di sesso maschile, possiamo
ancora riconoscere il giovane cacciatore, l'aspirante guerriero
- quando si arrampicano sui tetti degli edifici, quando
corrono in moto senza casco e fanno baccano festeggiando
il dopo partita della squadra vincente. In assenza di una
mano equilibratrice, quei vecchi istinti ci possono condurre
su una strada sbagliata (sebbene l'attuale tasso di omicidi
sia più o meno uguale a quello delle tribù
di cacciatori-raccoglitori in lotta per la sopravvivenza).
Noi cerchiamo di fare in modo che i residui del vecchio
istinto omicida non si riversino su altri esseri umani,
ma non sempre ci riusciamo.
Penso a quanto sia forte l'istinto di caccia e mi preoccupo.
Mi preoccupo che il calcio del lunedì sera sia una
valvola di sfogo insufficiente per il moderno cacciatore,
sia esso in tuta, in jeans o in giacca e cravatta. Penso
all'antica consegna di non tradire i propri sentimenti,
di mantenere una distanza emotiva da coloro che uccidiamo
e mi preoccupo sempre di più.
I cacciatori-raccoglitori non correvano i nostri stessi
rischi: godevano di economie sane (molti di essi avevano
a disposizione più tempo libero di quanto ne abbiamo
noi oggi); in quanto nomadi, avevano pochissimi averi, non
conoscevano il furto e a stento l'invidia; nella loro cultura
l'avidità e l'arroganza non solo erano condannate
socialmente, ma erano addirittura considerate alla stregua
di malattie mentali; le donne detenevano un potere politico
reale ed esercitavano un'influenza equilibrante sulla personalità
dei giovani che si apprestavano a entrare nel mondo degli
adulti con le loro frecce avvelenate; infine, quando qualcuno
commetteva un crimine particolarmente grave - per esempio
un omicidio - il gruppo si riuniva per giudicare e stabilire
insieme la punizione. Molti cacciatori-raccoglitori diedero
vita a vere e proprie democrazie egualitarie. Non avevano
capi. Non esistevano scale gerarchiche, politiche o aziendali,
da scalare. Non c'era nessuno contro cui ribellarsi.
Così, se siamo lontani centinaia di secoli da ciò
che vorremmo essere - se ci ritroviamo (non per colpa nostra)
in un'epoca contrassegnata dall'inquinamento ambientale,
da una rigida gerarchia sociale, dalla diseguaglianza economica,
dalle armi nucleari e dall'assenza di prospettive, con emozioni
pleistoceniche ma senza le salvaguardie sociali tipiche
di quell'era - forse potremmo anche essere scusati per una
partitina del lunedì sera.
Di Carl Sagan
Tratto da "Miliardi e miliardi" edito da Baldini
& Castoldi
Titolo originale del capitolo "I cacciatori del lunedì
notte"
|