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insieme nel nome del buon dio
Valori Da Bersani a Bertinotti, la politica
tradotta in teologia
Michele Prospero
Su Repubblica le due sinistre sono entrate
in singolar tenzone per aggiudicarsi l'avvincente gara di
chi fra loro è più autenticamente cristiana
per combattere il fondamentalismo religioso dei neoconservatori.
L'ex ministro Bersani, per la sinistra moderata, ha indossato
i panni del novello storico del pensiero cercando di spiegare
che la politica moderna è solo figlia del cristianesimo.
Ovviamente, tutto questo ben di dio che la religione ha portato
nel mondo andava riconosciuto nella costituzione europea,
che per Bersani non è un insieme di regole giuridiche
ma un lavoro sull'identità culturale che entra in competizione
con Weber per fornire la comprensione dei fondamenti della
razionalità dell'occidente. Va da sé che la
sinistra radicale non poteva assistere indifferente al richiamo
identitario e con Bertinotti è scesa in campo con vigore.
L'etica cristiana è per lui non solo uno dei valori
da recepire nella costituzione accanto ad altri ma anche una
fonte essenziale dell'identità di un movimento rivoluzionario
dolce. Accidenti, finito il pensiero unico siamo precipitati
nel pensiero unicissimo: sotto il nome del buon dio sono tutti
d'accordo da Berlusconi a Bertinotti, da Pera ad Amato a Ferrara.
Con tutto il rispetto per gli arcani intrecci mistici che
avvengono sotto il cielo stellato della politica italiana,
all'Osservatore Romano come lente per decifrare il mondo continuiamo
a preferire il vecchio Carlo Marx che ha sempre stroncato
chi fa «della religione la teoria del diritto pubblico».
Mischiare la religione con il diritto per Marx era proprio
un cattivo affare in quanto tra l'altro metteva in pericolo
la libertà individuale. Così spiegava il suo
pensiero: «lo Stato bizantino era lo Stato propriamente
religioso perché in esso i dogmi erano problemi dello
Stato; ma fu anche il peggiore degli Stati. Gli Stati dell'ancien
régime erano i cristianissimi tra gli Stati, ciò
nondimeno erano gli Stati della volontà di corte».
Cattivi tempi devono correre per davvero, se per recuperare
un minimo di garantismo e di attenzione ai diritti individuali
delle persone in carne ed ossa occorre richiamarsi al barbuto
pensatore di Treviri. Ma almeno lui si scagliava contro «l'intromissione
della religione nel diritto» perché sapeva che
da ciò può scaturire solo una incertezza del
diritto e molta repressione, magari in nome della lotta al
peccato. Che tempi strampalati se si deve rinfacciare ai chiassosi
liberali il motto di Marx: «nessuna legislazione può
prescrivere la moralità». A chi proponeva di
rintracciare le radici religiose della politica egli obiettava
che «è sufficiente far scaturire lo Stato dalla
razionalità dei rapporti umani». A chi invocava
valori esterni alla costituzione e alla politica, replicava
prontamente: «è cattivo uno Stato che non sia
la realizzazione della libertà razionale». E
poi quale sarebbe la forma di Stato suggerita dalla religione?
Marx al riguardo era giustamente un po' più dubbioso
di quanto non sia Bersani e scriveva: «i cristiani vivono
in Stati con costituzioni diverse, alcuni in una repubblica,
altri in una monarchia assoluta, altri ancora in una monarchia
costituzionale. Il cristianesimo non decide della bontà
delle costituzioni, perché ne ignora le differenze.
Non quindi in base al cristianesimo, ma in base alla stessa
natura, all'essenza stessa dello Stato dovete stabilire la
giustizia delle costituzioni statali; non in base alla natura
della società cristiana, bensì a quella della
società umana». Non solo non esiste una teoria
cristiana dello Stato, ma Marx invitava a prendere sul serio
l'autonomia della politica. Per Bersani la secolarizzazione
è solo un dono cristiano. Per Marx ovviamente neanche
per sogno. Egli non si limitava a difendere Montesquieu che
«aveva commesso la leggerezza di dichiarare che la virtù
politica, non quella della chiesa, era la qualità più
importante nello Stato». Ma affermava il carattere laico
e rivoluzionario del diritto moderno: «il codice francese
di Napoleone non uscì già dall'Antico Testamento,
bensì dalla corrente di idee di Voltaire, Rousseau,
Condorcet, Mirabeau, Montesquieu e dalla rivoluzione francese».
Occorre quindi ragionare sullo Stato non a partire dalla teologia
ma dai rapporti sociali. Questa cautela è andata smarrita
e il vento che soffia rigonfia una domanda che Ferrara ora
fa a tutti i suoi ospiti e che tanto in imbarazzo ha messo
Bertinotti: lei è credente?
Marx invitava a trasformare gli enigmi teologici
in problemi terreni, ora tutti sono inclini a tramutare le
prosaiche questioni politiche in sterili dilemmi teologici.
Per spiegare la pretesa minaccia islamica, invece di spiegare
la società araba e una promessa tradita di modernizzazione
in tanti oggi rinvengono nel corano l'ostacolo che blocca
un'area del pianeta che riscopre il fondamentalismo. Davvero
siamo in un mondo capovolto dove i processi reali vengono
sostituiti dai libri sia pure sacri e per di più senza
un soggetto che lotta per raddrizzarlo. Bertinotti, che questo
presente rifiuta, chiede soccorso all'etica cristiana presa
sul serio e a san Francesco. C'è però a portata
di mano un'etica cristiana capace di incidere in qualche maniera
sulle cose del mondo? Ascoltiamo ancora il perfido Marx: «leggete
il De Civitate Dei di sant'Agostino. Ritenete forse ingiusto
rivolgervi ai tribunali, se venite imbrogliati? Eppure l'apostolo
scrive che è ingiusto. Presentate la guancia destra,
se vi percuotono la sinistra, o non impiantate piuttosto un
processo per ingiurie di fatto? Eppure il vangelo lo vieta.
Non pretendete forse su questa terra un diritto razionale,
non mormorate forse al minimo aumento di una tassa, non andate
forse fuori dai gangheri al minimo affronto alla vostra libertà
personale? Eppure vi è stato detto che i dolori di
questa terra non sono all'altezza dello splendore futuro.
La maggior parte dei processi e delle leggi civili non tratta
forse questioni di possesso? Eppure vi è stato detto
che i vostri tesori non sono di questo mondo». Il vangelo,
che per Bertinotti andrebbe preso sul serio per evocare un
mondo altro, per Marx era affetto da una colossale sterilità
assiologica dinanzi agli sterminati interessi quotidiani.
Egli a più riprese ironizzava contro lo «scambio
tra comunismo e comunione».
Assumere Francesco come metafora della critica
radicale di ciò che esiste non avrebbe certo convinto
Marx per il quale anzi non c'era «nulla di più
facile che dare all'ascetismo cristiano una vernice socialista».
Libertà, governo del tempo, godimento erano proprio
un'altra cosa rispetto all'ascetismo dei rivoluzionari dolci.
Il soggetto sociale non erano i poveri. Sull'efficacia reale
dell'etica cristiana nel mutare i rapporti di forza nella
società è difficile scalzare il sano scetticismo
di Marx: «i principi sociali del cristianesimo hanno
avuto mille ottocento anni di tempo per svilupparsi, e non
hanno bisogno di essere ulteriormente sviluppati. I principi
sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù
antica, esaltato la servitù della gleba medievale,
e se necessario si prestano anche a difendere l'oppressione
del proletariato». Bertinotti ora invoca l'etica cristiana
e lascia sempre più sbiadito un movimento critico che
sfida le immagini e le strutture del capitale come ideologia
e come rapporto di potere. Le sinistre sono due, entrambe
confuse appaiono. Il termine caro ad Ortega y Gasset, invertebrata,
descrive alla perfezione la attuale condizione della sinistra
in Italia.
il
manifesto - 25 Novembre 2004
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