C'era
una volta il Vietnam
Pochi giorni prima della sua partenza per Baghdad
ho incontrato Giuliana Sgrena, qui a Roma nella sede della Fondazione
Basso. Era venuta per un articolo sulla nascente scuola di giornalismo
promossa dalla Fondazione. Un pezzo del tutto «normale»,
eppure si intrattenne con noi più di due ore, chiedendo
ogni dettaglio e distillandone una trentina di righe assolutamente
precise. Cito questo episodio per dire che Giuliana applica
ad ogni soggetto la precisione, l'attenzione, la cura e la generosità
che conosciamo nelle sue corrispondenze per il manifesto, dall'Afghanistan,
dall'Iraq, dall'Algeria e, per quanto mi tocca più da
vicino professionalmente, nelle sue telefonate chiarificatrici
a Rainews 24. Un buon giornalista lo è sempre, nelle
tragedie delle guerre come nella quotidiana routine dei tanti
pezzi «fatti in casa». Il problema però oggi
è che là dove è più drammatico e
più urgente raccontare con precisione e onestà,
dove più si dovrebbe dare ascolto alle voci delle vittime
e di chi la guerra la subisce, testimoniare, raccontare le verità
scomode, è diventato impossibile o quasi, o comunque
estremamente rischioso.
Molto tempo e
molte politiche sono passate da quella guerra del Vietnam
che vide il trionfo dell'informazione, quando l'esercito degli
Stati uniti permetteva ai giornalisti di andare a mettere
il naso dove non avrebbero dovuto; di andare sul terreno per
smentire, spesso clamorosamente, quanto veniva proclamato
nei briefing ufficiali. I generali americani dissero che quella
guerra l'avevano persa a causa della televisione, che la sconfitta
non era avvenuta nelle risaie o nelle giungle vietnamite,
ma nei salotti delle case dei loro compatrioti.
Da allora chi comanda negli Stati uniti ha preso
le sue contromisure e lo stato dell'informazione dall'Iraq
oggi ne è il risultato evidente. Informare da questa
terribile guerra irachena è diventato quasi impossibile.
L'esercito che in Vietnam metteva i suoi mezzi a disposizione
dell'informazione, anche contro se stesso, oggi mette l'informazione
a sua propria disposizione tentando di trasformare i giornalisti
in soldatini di una verità precostituita. È
vero che la verità, che è ostinata, riesce a
venire alla luce, anche in queste condizioni ma ciò
avviene sempre più difficilmente e soprattutto a prezzo
di pericoli che il giornalismo non conosceva. Colpa del terrorismo?
Certo ma non solo e non soprattutto.
La barbarie di questa guerra non si misura solo
in esplosioni di autobomba e bombardamenti massicci contro
la popolazione civile. La si misura anche nel grado di menzogna,
un grado estremo di menzogna, che la contraddistingue e la
differenzia da ogni altra. Anche in Vietnam gli Stati uniti
dicevano di combattere per difendere o portare la democrazia
ma non nascondevano i loro interessi geostrategici di potenza
imperiale. Ricordate la teoria del domino? Accanto alla propaganda
c'era pur sempre la dichiarazione, o la confessione se preferite
degli intenti politici imperiali, dei concreti interessi che
si portavano avanti. In Iraq no. Fin dall'inizio, fin dalla
clamorosa menzogna architettata da Colin Powell, con fotomontaggi
e boccette di presunti liquidi mortali, davanti all'Assemblea
dell'Onu, in questa guerra ci sono state solo menzogna e propaganda
(che è la forma organizzata e ufficiale della menzogna)
e mai sono stati dichiarati, nemmeno a mezza bocca i reali
obiettivi.
In questo clima, in queste condizioni fare il
mestiere di giornalista diventa sempre più difficile,
nessuna garanzia è data, se non quella di essere embedded,
oppure di rispettare tali e tante misure di sicurezza da diventare
una sorta di autoembedded. Chi vuole andare a vedere con i
suoi occhi per capire e spiegare lo faccia a suo rischio e
i rischi sono tanti. In questo modo il cerchio si chiude e
la barbarie del terrorismo si allea perfettamente a quella
della menzogna, a scapito dell'informazione libera e indipendente
che è come ci hanno sempre insegnato uno dei fondamenti
della democrazia.
Di Massimo Loche
il
manifesto - 15 Febbraio 2005 |