di Luis Sepulveda
Sono chiuso in casa da tre settimane per terminare un romanzo,
senz’altra compagnia se non quella del mio cane Zarko
e del mare, felice tra i miei personaggi, ma dalle prime
ore di domenica, ho cominciato a ricevere delle telefonate
dei miei amici e amiche del Cile.
"Prepara i calici", mi dicono dal mio lontano
paese. Ho pronta una bottiglia di Dom Perignon in frigorifero.
È un riserva speciale e me la regalò a questo
fine il mio caro amico Vittorio Gassman una sera a Trieste.
"Spero che la berremo insieme", mi disse in quell’occasione
e sarà così, perché a casa mia c’è
un calice che porta inciso il suo nome.
Alla radio, una voce dice che il tiranno sta davvero male
e che, a quanto pare, stavolta la Parca se lo porterà
all’inferno degli indegni, anche se noi cileni non
ci fidiamo mai delle repentine malattie che lo colpiscono
ogni volta che deve affrontare la giustizia.
Vorrei essere in Cile tra i miei cari e condividere con
loro la spumeggiante allegria di sapere che finalmente finisce
l’odiosa presenza del vile che ha mutilato le nostre
vite, che ci ha riempito di assenze e di cicatrici. Pinochet
non solo ha tradito il legittimo governo guidato da Salvador
Allende, ha tradito un modello di paese e una tradizione
democratica che era il nostro orgoglio, ma in più
ha tradito anche i suoi stessi compagni d’armi negando
che gli ordini di assassinare, torturare e far scomparire
migliaia di cileni li dava lui personalmente, giorno dopo
giorno. E come se non bastasse, ha tradito i suoi seguaci
della destra cilena rubando a dismisura e arricchendosi
insieme al suo mafioso clan familiare.
L’ex dittatore paraguayano, Alfredo Stroessner, è
morto poco tempo fa nel suo esilio brasiliano, pazzo come
un cavallo, dichiarando persone non gradite in Paraguay
cento persone al giorno i cui nomi estraeva dall’elenco
del telefono di Sau Paulo. Pinochet, invece, muore simulando
una follia che gli permette fino all’ultimo minuto
di fare assegni e transazioni internazionali per nascondere
la fortuna che ha rubato ai cileni. Muore amministrando
il suo bottino di guerra con la complicità di una
giustizia cilena sospettosamente lenta.
Smette di respirare un’aria che non gli appartiene,
di abitare in un paese che non merita, tra cittadini che
per lui non provano altro che schifo e disprezzo. Ma muore,
e questo è quello che importa. La sua immagine prepotente
di "Capitán General Benemérito",
titolo di ridicola magniloquenza che si autoconcesse, svanisce
nella figura dell’anziano ladro che nasconde il suo
ultimo furto tra i cuscini della sedia a rotelle. Ma muore,
e questo è quello che importa.
Prima di tornare al mio romanzo, apro il frigorifero e
palpo il freddo della bottiglia. Poi dispongo i calici con
i nomi dei miei amici che non ci sono, dei miei fratelli
che difesero La Moneda, di quelli che passarono nei labirinti
dell’orrore e non parlarono, di quelli che crebbero
nell’esilio, di quelli che fecero tutte le battaglie
fino a sconfiggere il miserabile che ha gettato un’ombra
sulla nostra vita per sedici anni ma non ci ha tolto la
luce dei nostri diritti. Con tutti loro brinderò
con gioia alla morte del tiranno.
Luis Sepulveda
(traduzione di Luis E. Moriones)
Testo tratto da www.bellaciao.org