“Senza
petrolio sotto le terre islamiche non ci sarebbe scontro di
civiltà”
Intervista a Tariq
Ali, editore e giornalista di New Left Review
di Gladys Martínez López - Diagonal
Tariq Ali è cineasta, scrittore e giornalista
britannico di origine pachistana. Autore, tra gli altri libri,
di “Lo scontro dei fondamentalismi” e “Bush
in Babilonia”, è uno degli intellettuali che
con più forza hanno denunciato la guerra contro l'Iraq.
Nella sua recente visita a Madrid, per celebrare il 45º
anniversario di “New Left Review” ed il 5º
della sua edizione in spagnolo, ha parlato con Diagonal.
A poco più di un mese dal futuro
svolgimento delle elezioni in Iraq, quali crede saranno le
conseguenze di questa competizione elettorale? Crede che l'elezione
di un parlamento e la redazione di una Costituzione possano
portare alla stabilizzazione del paese o al contrario si produrrà
un'intensificazione della resistenza?
La resistenza si è sviluppata in Iraq su
due livelli: il primo è la resistenza armata, decentrata
e diretta da gruppi di insorti in differenti parti del paese,
molto bene organizzata, senza problemi per procurarsi armi
e che ha reso difficile agli USA ed ai suoi alleati la permanenza
in Iraq. A tal punto che persino nella Zona Verde di Baghdad,
che si suppone la più sicura, i generali statunitensi
hanno ammesso che non possono garantire la sicurezza di tutti
i diplomatici occidentali.
Inoltre, il bersaglio della resistenza irachena
non sono solamente i militari occupanti, ma anche i collaboratori.
E questo credo che rappresenti un’evoluzione nella sua
forma di pensare: “Non affrontiamo solo i vostri militari,
affrontiamo anche i vostri uomini d'affari, i collaboratori
che vengono qui”.
Ad un secondo livello troviamo principalmente
una resistenza non armata, diretta dai partiti religiosi sciiti:
il gruppo più ampio è quello di Al-Sistani,
e Muqtada al-Sadr capeggia una versione più militante
della resistenza politica, ma non la mette in discussione.
La grande differenza tra la resistenza armata
e quella politica è che la resistenza armata domanda:
“Come possono esserci elezioni libere mentre il nostro
paese è occupato?” E questa è una buona
domanda. Vedremo se c'è possibilità che gli
USA consentano l'elezione di un governo che può essere
completamente ostile ai loro interessi. La domanda chiave
è: in gennaio ci saranno elezioni completamente libere?
Credo che questo sia impossibile fintanto che il paese è
occupato. Le truppe di occupazione e l'ambasciata nordamericana
a Baghdad determineranno in larga misura alcune delle persone
che saranno scelte, includendo le marionette che hanno messo
al potere.
Ma supponiamo che, anche cosí, un 50 percento
delle elezioni siano libere. In questo caso, credo che potrebbe
prodursi una crisi per gli USA perché possono trovarsi
con un parlamento appena eletto che, anche se non ha totale
legittimità, chiede la ritirata dei truppe occupanti
ed il controllo iracheno del petrolio. Se il nuovo parlamento
non chiede questo non godrà di credibilità tra
il popolo.
Gli USA non sono stati capaci di schiacciare la
resistenza armata, sono stati brutali, le torture continuano,
hanno distrutto gran parte di Falluja, hanno usato armi chimiche
contro la resistenza irachena … ma non hanno avuto successo.
Se la resistenza politica ora forma un parlamento che chiede
la ritirata di tutte le truppe nordamericane, la situazione
degli USA diventerà molto difficile. La questione è
se i leader sciiti Sistani ed Al-Sadr tenteranno, nel caso
ottengano una maggioranza parlamentare, di negoziare con la
resistenza armata. Credo che questo sia cruciale. Se non lo
fanno, la situazione può diventare caotica.
Che interessi confluiscono in questa competizione
elettorale? C’è la possibilità che anche
l'Iran metta le mani in pasta e quali ne sarebbero le conseguenze?
Creo che gli USA vogliano utilizzare le elezioni
per potere dire: “Guarda, abbiamo permesso le elezioni,
questo è un governo eletto in Iraq”. Questo è
quello che vorrebbero fare, e gli piacerebbe che il governo
fosse completamente pro-statunitense, ma se questo è
il caso, allora il governo non rappresenterà il popolo
iracheno, perché sappiamo che la maggioranza degli
iracheni sono contrari all'occupazione.
Se manipolano completamente le elezioni ed impediscono
che l'opposizione ottenga la maggioranza, allora la situazione
peggiorerà molto per gli USA. I gruppi armati e numerose
città stanno già boicottando le elezioni. Così
ci troviamo difronte ad una situazione difficile ed imprevedibile
tanto per i nordamericani che per la resistenza.
In quanto agli iraniani, credo che abbiano giocato
una gran ruolo tra i contendenti, tentando di ottenere che
gli sciiti Muqtada al-Sadr e Sistani, specialmente al-Sadr,
non facciano per il momento resistenza ed accettino le elezioni.
Gli iraniani stanno giocando il loro gioco, hanno i loro interessi.
Se un governo religioso viene eletto in Iraq e se si permette
a questo governo di esercitare il potere, gli iraniani cercheranno
di fare accordi con esso perché sarebbe logico che
la relazione Iran-Iraq prevedesse un commercio comune, una
sicurezza comune. Hanno molto in comune benché uno
sia iraniano e l'altro arabo. Non possiamo, per il momento,
predire con certezza quello che capiterà; semplicemente
possiamo vedere quali tendenze ci sono e come possano svilupparsi.
Lei ha osservato spesso la volontà dei nordamericani
di “balcanizzare” l'Iraq, presentando sunniti,
sciiti e curdi come fazioni con interessi opposti. Crede che
questo pericolo possa vedersi confermato nelle elezioni?
Credo che questo pericolo esista. Se gli americani
cercano di utilizzare l'Assemblea eletta per schiacciare la
resistenza mediante un opprimente uso della forza, questo
può portare a conflitti permanenti ed alla divisione
nel paese. Fu molto inquietante che quando gli USA attaccarono
Falluja, i leader sciiti non aprirono bocca. Molta gente normale
protestò, le moschee sciite a Baghdad si unirono con
le moschee sunnite per inviare aiuti, ma i leader sciiti Sistani
ed Al-Sadr non aprirono bocca, il che dimostra un comportamento
disgustoso.
E non dobbiamo sottovalutare che una volta che
un paese è stato occupato da un potere imperiale, il
segno distintivo di questo potere imperiale è “dividi
e vincerai”. Per quel motivo gli americani hanno appoggiato
nel corso degli ultimi 12 anni i curdi, tentando di separarli
dalla popolazione araba del paese. Ora stanno incominciando
ad utilizzare la stessa tattica con gli sciiti. La balcanizzazione
può creare solo problemi a lungo termine ed è
contraria agli interessi degli iracheni.
D'altra parte, se gli americani spingono il paese
verso una balcanizzazione, ci troveremo con tre zone: la curda,
che il governo turco non accetterà; la zona centrale,
conosciuta come “il triangolo sunnita” che sarà
ostile agli USA; ed il sud sciita che, se il paese è
stato balcanizzato, farà accordi con gli iraniani.
Qualunque risultato sarà negativo per gli USA. E così
non può esserci nessuna soluzione che stabilizzi il
paese a beneficio degli americani. Potrebbe realizzarsi una
stabilità temporanea nei corso dei pochi mesi successivi
alle elezioni di gennaio, ma non credo che possa esserci una
stabilità permanente finché le truppe rimarranno
nel paese.
La vittoria di Bush nelle elezioni nordamericane
rinforza la politica imperialista degli USA? Sarebbe stato
diverso coi democratici?
Creo che dobbiamo essere attenti. Gli USA sono
un potere imperiale. Prima di Bush abbiamo avuto Clinton.
Clinton risultava simpatico e gradevole in Europa Occidentale.
Fece rapidamente accordi commerciali, era più intelligente
di Bush e fu capace di unire la gente, ma Clinton appoggiò
la guerra contro l'Iraq, Clinton venne in Gran Bretagna a
dare il suo appoggio a Blair che è il più fervente
leader pro-guerra dell'Europa.
Quando gli interessi imperiali sono in gioco,
democratici e repubblicani si difendono a vicenda. Tuttavia,
io argomentai che Bush doveva essere sconfitto, non perché
avessimo speranze in Kerry, bensì perché è
estremamente importante vincere i leader che hanno portato
il mondo alla guerra. Dicevo: “Aznar è stato
sconfitto in Spagna; sconfiggete Bush e questo creerà
una nuova situazione molto interessante. La gente sentirà
che la popolazione americana è contro questo tipo,
e per la prima volta eserciterà forti pressioni su
Kerry sul tema della guerra. ”Ma Bush ha vinto, e credo
che la sua vittoria sia una sconfitta per i movimenti contro
la guerra e per tutti quelli che si oppongono al progetto
imperiale. Dobbiamo vederla in questo modo, ma questo non
significa che dobbiamo deprimerci, demoralizzarci e non fare
niente. Dobbiamo ricostruire a poco a poco il movimento contro
la guerra che prima era molto forte, ma è scomparso
dopo l'occupazione dell'Iraq, e credo che ora debba rivivere
come un movimento contro l’occupazione.
Le grandi mobilitazioni che hanno preceduto
la guerra si sono dimostrate incapaci di bloccarla. Come crede
si possa affrontare in modo efficace questo tipo di situazioni
nel futuro?
Ho sempre detto che il movimento contro la guerra
era molto esteso e che avanzava molto velocemente, esprimendo
la rabbia di una grande maggioranza della gente, ma questa
maggioranza non era necessariamente di sinistra. Erano comuni
cittadini che si rifiutavano di credere alle bugie dei politici
e volevano manifestare la loro opposizione a quelle bugie
ed alla guerra che era stata pianificata. Ma anche per il
fatto che non erano politicizzati, si avvertiva la loro ingenuità.
Pensavano: “Se usciamo in strada in milioni di persone,
fermeremo la guerra.” Siccome non potemmo fermarla ci
fu una grande demoralizzazione, e si pensò che non
potevamo fare nulla, ma io non pensai mai che avremmo potuto
fermare la guerra. Quando la gente mi domandava: “C'è
qualcosa che possa fermare la guerra?”, io rispondevo:
“Sì, la sconfitta nel parlamento di Blair, ed
il rifiuto delle truppe nordamericane di andare in guerra.”
Era l’unica cosa che potesse fermarla perché
Bush era votato a questa guerra ed un gruppo di consiglieri
del suo governo era determinato a farla.
Dobbiamo risollevarci dal fallimento iniziale
di non avere potuto fermare la guerra e, anche se incominciamo
in piccoli gruppi, come fanno gli italiani, come si fa in
Gran Bretagna, informare regolarmente su quello che succede
in Iraq e ricostruire a poco a poco l'opinione pubblica.
Credo sia importante che l'opinione pubblica si
mobiliti per strada, ma dobbiamo andare oltre: possiamo organizzare
sindacati per attaccare le compagnie nordamericane, per ostacolare
la penetrazione dei prodotti americani. Se tutto continua
così, uno deve pensare in questi termini: non è
sufficiente fare manifestazioni, ma non dobbiamo smettere
di manifestare perché è molto importante. Credo
che in Spagna le manifestazioni abbiano avuto un gran impatto
nella sconfitta di Aznar, e non dobbiamo dimenticarlo.
Ci troviamo all’inizio di una nuovo
era coloniale, o piuttosto l'Iraq può diventare il
tallone d’Achille degli USA?
Spero che l’Iraq sia il terreno di una nuova
sconfitta, ma dobbiamo essere esatti e chiari. Credo che sia
quasi impossibile sconfiggere militarmente gli USA. È
la maggiore potenza militare del mondo, un paese che fu sconfitto
solo una volta: dai vietnamiti nel ventesimo secolo. Così
è difficile vincerlo militarmente, ma credo sia perfettamente
possibile infliggergli una sconfitta politica, e questo può
ottenersi grazie alla persistenza della resistenza in Iraq.
Se gli USA si vedono obbligati a ritirare le truppe e non
possono privatizzare e dominare economicamente l'Iraq, questa
sarà una vittoria. Se ritirano le truppe ma sottomettono
economicamente il paese, se lo privatizzano tutto, se riescono
ad impiantare un governo pro-occidentale a Baghdad, un regime
di cooperazione che chiameranno libertà e democrazia,
sarà per noi una sconfitta.
In quanto alla domanda se si tratti di un nuovo
volto dell'imperialismo americano, ebbene sì. Si sono
arrischiati e non siamo sicuri di come finirà. Se vengono
sconfitti politicamente in Iraq, dovranno ripensare la loro
strategia, e questo incoraggerà i loro potenziali rivali
nel lontano Oriente, specialmente Cina, Giappone, la Corea
unificata. Questa è la zona che più temono.
L'imperialismo americano non è mai morto.
Molta gente crede che, visto che il comunismo è collassato
e l'Unione Sovietica è sparita, gli USA non siano ormai
un paese imperialista. Non è il nostro caso. Sono sempre
stati e continuano ad essere un paese imperialista. Ma quando
decisero di invadere ed occupare l'Iraq, decisero essenzialmente
di cercare di stabilire la loro egemonia a livello mondiale.
Ed il fatto che si sia sviluppata una resistenza irachena
è un problema per essi perché avevano pensato
di vivere in un mondo senza più resistenza, che la
resistenza non era oramai possibile ... ma anche l'imperialismo
aggressivo ha prodotto resistenza, e questo è qualcosa
che gli europei devono incominciare a capire, che se questo
tipo di comportamento continua, ci saranno movimenti di resistenza
in altre parti del mondo.
Come crede si evolva la situazione in
Medio oriente dopo l'invasione dell'Iraq?
In Medio Oriente, da 12 o 13 anni, ci sono due
problemi. Uno è stato l'occupazione della Palestina
da parte degli israeliani, ed il secondo è l'occupazione
di zone dell'Iraq, ed ora di tutto l'Iraq, da parte degli
USA, oltre ai bombardamenti ed alle sanzioni. L’occidente
sta aspettando la guerra contro i popoli del mondo arabo,
e la coscienza liberale occidentale si mostra cieca davanti
alla sofferenza palestinese. Tutti i giorni gli israeliani
commettono atrocità contro i bambini palestinesi, trattano
gli arabi come se fossero subumani, e l’occidente rimane
silenzioso. Questo è l'occidente che parla costantemente
di diritti umani,senza posa, siamo i professori dei diritti
umani. Abbiamo una gran cultura dei diritti umani ma non per
i palestinesi. L’occidente non oserà attaccare
Israele, e tuttavia Israele ricatta continuamente l'Europa
per via della Seconda Guerra Mondiale. Ma i palestinesi non
furono responsabili del genocidio degli ebrei di questa guerra
e si sono trasformati nelle sue vittime indirette. Credo che
finché la situazione rimane questa, non ci sarà
mai pace in Medio Oriente. Finché Palestina ed Iraq
rimarranno occupati non ci sarà pace. E quanto prima
lo capiranno gli USA, meglio sarà. Se vogliono compiere
esperimenti di democrazia, perché non lo fanno in Arabia
Saudita, che controllano da 1945?
Quale sarà il ruolo dell'ONU a
partire da ora? Può tornare per caso a presentarsi
come garante del diritto internazionale?
Credo che l'ONU sia l'equivalente politico del
WTO e del FMI. È principalmente controllata dagli USA
e, benché a volte mostri disaccordo, come durante la
guerra dell'Iraq, perfino in questo caso il Consiglio di Sicurezza
appoggiò retroattivamente l'occupazione e riconobbe
il regime fantoccio.
Non prendo sul serio l'ONU. Ritengo sia dominata
dall'unico potere imperiale esistente. Non potè fare
niente contro la guerra del Vietnam, non potè fare
niente contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia ...
e quando racconti questo, la gente si arrabbia molto perché
si era fatta illusioni, ma non sono illusioni basate sulla
realtà, bensì idee utopiche su quello che piacerebbe
fossero le Nazioni Unite. Voglio dire che oggi non si può
nominare il segretario generale dell'ONU senza l'accordo degli
USA, è impossibile. Il segretario generale è
come un cameriere alla Casa Bianca.
Che ruolo svolge l'Europa nel progetto
imperiale degli USA?
Questo è un tema molto importante. Gli
europei hanno fallito sino ad ora nel loro sviluppo come entità
politica perché sono seriamente divisi. Secondo me,
il generale De Gaulle, leader francese di destra, aveva ragione
quando disse ai tedeschi ed al proprio popolo: “Se vogliamo
costruire un’Europa forte, dobbiamo escludere la Gran
Bretagna, che sarà sempre il cavallo di Troia degli
USA.” E questo si è dimostrato corretto. Voglio
dire che l'Europa è completamente divisa. I francesi
ed i tedeschi seguono la stessa strada e Blair ha molto chiaro
quello che vuole: essenzialmente difende gli interessi degli
USA in Europa.
Ora, con l'estensione dell'UE ai paesi dell’Est,
dobbiamo chiederci che cosa sono questi paesi. Politica ed
economicamente sono satelliti degli USA. Guarda come hanno
approfittato della guerra in Iraq, anche quando il popolo
era contrario. I tedeschi possono controllare l'antica Cecoslovacchia
politicamente ed economicamente, ma gli americani la dominano
ideologicamente.
Credo che il funzionamento dell'Europa sia un
problema. Fu incapace di fermare la guerra, ed un minuto dopo
che gli USA hanno occupato l’Iraq, Chirac e Schroeder
si sono congratulati con Bush. L'unico leader europeo che
attaccò Bush e Blair fu Zapatero dopo la sua elezione.
Io ero attonito! È stato l'unico politico europeo che
ha detto che Bush e Blair avevano mentito. Questo non è
usuale per la Spagna, perché Aznar o Felipe González
e Javier Solana erano gente compromessa al 100% con la NATO.
Guarda Solana, un giorno proclama che la Spagna non deve stare
nella NATO ed il giorno seguente diventa il suo segretario
generale. Questa prostituzione dei politici della socialdemocrazia
paga un prezzo, la gente finisce per stufarsi di questo tipo
di politici.
Non vedo oggigiorno un accordo serio in Europa,
ma non c'è dubbio che gli alleati tedeschi e francesi
non sono contenti degli USA. Non si sono opposti ad essi ma
non sono contenti. I loro interessi erano contrari alla guerra
perché tanto francesi come tedeschi avevano relazioni
con l'Iraq, compravano petrolio, facevano commerci, e così
la guerra non interessava loro in assoluto. Ma non possono
fare niente perché sono troppo deboli, e la Costituzione
europea recentemente discussa è una carta molto debole
che lascia l'Europa tale quale. Questa situazione non è
buona in termini di identità europea in un’Europa
che si sviluppi come entità politica forte. E credo
che molta gente stia incominciando a capire questo. Non credo
che l’Europa sia una gran soluzione in questi momenti.
Credo che il progetto europeo sia in crisi.
Non esiste il rischio che questa alternativa
europea della quale lei parla voglia trasformarsi anche in
una Europa imperiale?
Ho paura per lo sviluppo economico di questo continente.
Quello è il grande pericolo. Ma il mio argomento non
è che vogliamo un’Europa imperiale, ma certamente
vogliamo sfidare gli USA perché quando vi sia un'altra
grande entità che sfidi gli USA tutti quanti potremmo
sopravvivere ed i movimenti potranno crescere. Questo è
già successo in precedenza. Qualunque opposizione attualmente
e nei prossimi 30 o 40 anni può essere molto utile.
Bisogna solo creare lo spazio.
Nel suo libro “Bush in Babilonia”
patrocina la creazione di una Lega Antimperialista Mondiale
dentro il FSM. Ha fatto progressi in questo senso?
Mi riferivo espressamente agli USA ma l'idea che
voglio porre con chiarezza è che è eccessivamente
difficile condurre una battaglia politica contro l'impero
nordamericano. Benché non dobbiamo perdere mai le speranze
nel popolo nordamericano. Hanno votato per Bush, ha ottenuto
3 milioni di voti in più, e tuttavia una consistente
minoranza è contro di lui. E anche lì c'è
stato un importante movimento contro la guerra. Ma evidentemente
un movimento di successo dovrà essere globale.
Ed in quello senso credo che il continente più
avanzato nella sua opposizione agli USA sia l'America latina.
Lì ci sono ampi movimenti sociali ... c’è
Hugo Chávez in Venezuela che è stato accusato
di essere un dittatore quando è stato eletto con più
voti della maggioranza dei politici occidentali. Il Venezuela
è l'unico paese dove i poveri si sono mobilitati realmente
per difendere il governo, che fa riforme e li aiuta, e ci
sono interessanti esperimenti che si stanno portando a termine.
Gli USA hanno tentato di abbattere questo governo varie volte:
una volta per mezzo di un colpo di Stato; la seconda appoggiando
l'oligarchia per portare a termine un sciopero; e la terza
mediante il referendum. Hanno fallito le tre volte. Quando
vedo alcuni idioti scrivere una colonna su El Pais dicendo
che Chávez è un dittatore, mi domando in che
mondo vivo. Il fatto di essere stato una volta nell'esercito
non lo trasforma in un dittatore; è stato eletto. Molti
presidenti americani eletti provennero dall'esercito. E gli
USA hanno avuto molti presidenti di formazione militare, come
altri paesi del mondo. L'ostilità contro il Venezuela
non deriva dal fatto che Chávez sia antidemocratico;
è più democratico che in molti altri paesi perché
ha permesso una situazione nella quale tutti i mezzi di comunicazione
privati gli sono contro. Quale paese permetterebbe questo?
Spagna? No. Blair? Blair licenziò la direzione della
BBC perché aveva informato sulle manifestazioni contro
la guerra.
E così si può imparare molto oggigiorno
dal Venezuela. E credo ci sia una polarizzazione in America
Latina tra il metodo di Lula in Brasile ed il metodo di Chávez
in Venezuela. È il grande dibattito. Lula si comporta
come Javier Solana e Felipe González: fa tutto quello
che i nordamericani vogliono. Accetta tutte le proposte del
FMI e per quel motivo sta perdendo importanti città,
come San Paolo o Porto Alegre. Per questo penso che il dibattito
più importante che sta avendo luogo in questo momento
è in America Latina.
Che cosa pensa della proposta all'ONU
del presidente spagnolo Rodríguez Zapatero di creare
una “alleanza di civiltà?”
Ciò suona molto bello, cercare di attaccare
lo scontro di civiltà che Samuel Huntington ed altri
proposero e che attaccai nel mio libro “Lo scontro dei
fondamentalismi”. Sono contento che i politici europei
dicano che stanno cercando di fare un'alleanza di civiltà,
ma la verità è molto semplice: se non ci fosse
petrolio sotto le terre islamiche, non si produrrebbe nessuno
scontro. Lo scontro non è né di civiltà
né religioso. È provocato da un incidente geologico
ed economico: il petrolio del mondo giace sotto le terre islamiche.
Se i paesi di Medio Oriente fossero buddisti, lo scontro di
civiltà sarebbe contro il Buddismo, se fossero zoroastriani,
sarebbe contro lo zoroastrismo. Credo che dobbiamo smontare
il dibattito sulle civiltà e vedere che cosa si nasconde
dietro: la difesa degli interessi dell’Occidente.