Terrore di stato
e terrorismi, menzogne e paure: in un mondo sottosopra neanche
i proverbi funzionano più.
Questo articolo dello scrittore Eduardo Galeano è stato
pubblicato sul quotidiano argentino “Pagina 12”
(12/07/05).
Titolo originale: “Refranes”
New York, Madrid, Londra: il terrorismo
attacca di nuovo. Questo il titolo andato per la maggiore
sui quotidiani del mondo, nell’edizione che informava
delle esplosioni che hanno scosso la capitale inglese. Rivelatrice
coincidenza: non hanno menzionato né l’Afganistan
né l’Iraq. I bombardamenti contro l’Afganistan
e contro l’Iraq non sono stati, non continuano ad essere,
attacchi terroristici che, nel caso dell’Iraq, si ripetono
giorno dopo giorno? Non è sempre, o quasi sempre, la
classe lavoratrice che ci mette i morti negli attentati e
nelle guerre? Non meritano lo stesso rispetto e la stessa
compassione le vittime di qualsiasi espressione di disprezzo
della vita umana? Senza colpo ferire, non meno di 3mila contadini
sono stati dilaniati dalle bombe che cercavano, e non hanno
trovato, Bin Laden in terra afgana. E non meno di 25mila civili,
molti di essi donne e bambini, sono stati dilaniati dalle
bombe che cercavano, e non hanno trovato, le armi di distruzione
di massa in Iraq, e dal bagno di sangue che continua a provocare
l’occupazione straniera nel Paese. Se l’Iraq avesse
invaso gli Stati Uniti, anomalia che a nessuno passa per la
tesa, le vittime civili, in proporzione, sarebbero state 300mila.
Per i secoli dei secoli sarebbero risuonati nel mondo i tuoni
di un simile orrore. Siccome i morti sono iracheni, diventano
in men che non si dica un’abitudine.
Nel 1776 la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti
affermò che tutti gli uomini sono creati uguali, ma,
appena qualche anno dopo, la prima Costituzione chiarì
il concetto: stabilì che nel censimento della popolazione
ogni negro equivaleva a tre quinti di una persona, tre parti
su cinque. A quante parti o particelle di una persona equivale,
oggi, un iracheno? “Alcuni sono più uguali degli
altri”, dicono.
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E si dice: “Altri verranno che bene ti faranno”.
Il terrore di Stato, fecondo padre di tutti i terrorismi,
trova alibi perfetti nei terrorismi che genera. Sparge lacrime
di coccodrillo ogni volta che la merda colpisce il ventilatore
e simula innocenza di fronte alle conseguenze dei suoi stessi
atti. Ma non hanno di che affliggersi i signori del mondo:
le atrocità che commettono i fanatici e i pazzi gli
assicurano giustificazione e gli regalano impunità.
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“La menzogna ha le gambe corte”. Macché!
La menzogna ha le gambe lunghissime! Tanto lunghissime da
correre a velocità molto maggiore di quella di chi
smentisce i bugiardi. Dopo aver gridato ai quattro venti che
l’Iraq era un pericolo per l’umanità, Bush
e Blair hanno ammesso pubblicamente che il Paese che avevano
invaso e annientato non possedeva armi di distruzione di massa.
Nelle elezioni successive, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna,
il popolo li ha ricompensati rieleggendoli.
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“Il crimine non paga”: neanche i proverbi sanno
più quello che dicono. Il mondo spende non meno di
2.200 milioni di dollari al giorno, sì, al giorno,
nell’industria militare, industria di morte, e giorno
dopo giorno questa cifra sale e sale. Le guerre hanno bisogno
di armi, le armi hanno bisogno di guerre e le guerre e le
armi hanno bisogno di nemici. Non c’è affare
più redditizio dell’assassinio praticato su scala
industriale. La sua industria dell’indotto, l’industria
della paura, consacrata alla fabbricazione di nemici, è
oggi come oggi la principale fonte di guadagno delle imprese
dedite all’intrattenimento e alla comunicazione. A Hollywood
ormai non c’è film che non esploda, e gli sceneggiatori
aggiungono terrore a terrori: fosse poco il panico terrestre,
aggiungono le minacce del terrore importato da altri pianeti.
L’industria militare ha bisogno di produrre paura per
giustificare la sua esistenza. Circolo perverso: il mondo
si converte in mattatoio che si converte in manicomio che
si converte in mattatoio… L’Iraq, Paese bombardato,
occupato, umiliato, è la scuola del crimine più
attiva ai nostri giorni. I suoi invasori, che dicono di essere
i liberatori, hanno montato lì il più prolifico
vivaio di terroristi, che si alimentano di scoraggiamento
e di disperazione.
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“Aiutati che Dio t’aiuta”. “Aiutati”
ai capi guerrieri? “Aiutati” ai banchieri di successo?
In realtà il proverbio esorta gli umili lavoratori
a darsi da fare, e proviene dai tempi in cui lavorare rendeva.
Ma nel mondo attuale il lavoro vale meno della spazzatura.
Dei due motori del sistema universale del potere, sistema
che si chiamava capitalismo nel lontano tempo della mia infanzia,
solo uno funziona. Lo stimolo della cupidigia è scomparso,
almeno per la manodopera. Proprio nessuno ha la benché
minima speranza di arricchirsi lavorando. Ora i due motori
sono la paura e la paura: paura di perdere il lavoro, paura
di non trovare lavoro, paura della fame, paura della disoccupazione.
I sindacati difendevano i lavoratori, là, nella preistoria.
Le multinazionali più famose, Walmarts e McDonald’s,
negano, senza neanche dissimularlo, il diritto di associazione
e buttano sulla strada chi osa rivendicarlo. Agli organismi
internazionali che vegliano sui diritti umani questa scandalosa
violazione non gli fa un baffo; e l’esempio contagia.
L’annientamento dei sindacati, o la loro proibizione
pura e semplice, comincia ad essere normale. Il sindacalismo,
frutto di due secoli di lotte operaie, è in crisi in
tutto il mondo, come sono in crisi tutti gli strumenti di
difesa collettiva e pacifica della gente che vive del proprio
lavoro e che ora, lasciata a se stessa, sopravvive costretta
ad accettare, sì o sì, quello che i datori di
lavoro esigono: il doppio delle ore in cambio della metà
del salario…
I sindacati, debilitati, perseguitati, poco possono aiutare,
e Dio ha, a quanto pare, altre occupazioni. Il presidente
Bush ne ha bisogno giorno e notte: è missione divina
il suo progetto di conquista del pianeta, e Dio guida i suoi
passi. Come comunicano fra di loro: per e-mail, per fax, per
telefono, per telepatia? Segreto di Stato.
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“Le armi le porta il diavolo”. Questo proverbio
non sbaglia. Dio non può essere tanto perfido. Deve
essere il diavolo quello che porta le armi, almeno le armi
di distruzione di massa, quelle vere, quelle che l’Iraq
non aveva, quelle che stanno facendo scoppiare il mondo: i
bombardamenti di menzogne delle fabbriche di opinione pubblica;
le armi chimiche della società del consumo, che fanno
impazzire il clima e imputridiscono l’aria; i gas velenosi
delle fabbriche della paura, che ci obbligano ad accettare
l’inaccettabile e convertono l’indegnità
in fatalità del destino; la mortifera impunità
degli assassini seriali elevati alla categoria di capi di
Stato; e le spade a doppio filo delle grandi potenze che moltiplicano,
di volta in volta, la povertà e i discorsi contro la
povertà, e allo stesso tempo vendono mine anti-persona
e gambe ortopediche, e dai cieli lanciano missili e contratti
di ricostruzione sui Paesi che annientano.