Mentre l’informazione ufficiale è
clamorosamente scomparsa – e nessuno dei molti “esperti”
di strategia “targati” RAI s’affaccia dal
teleschermo per spiegare cosa sta succedendo – dal 12
di Luglio l’intero pianeta si è messo a bruciare
le tappe, come se avesse fretta di correre verso nuove aggregazioni,
alleanze, schieramenti. E verso il disastro totale.
La guerra in Libano ha offuscato tutti gli altri scenari –
è normale che sia così – ma una tragedia
che si rispetti vive anzitutto nei movimenti dietro le quinte:
l’apparizione in scena di un attore e la battuta “ad
effetto” sono soltanto i risultati del lavoro svolto
prima, nelle prove, fino alle ultime raccomandazioni che precedono
gli eventi in scena.
Per dovere di cronaca partiamo proprio dallo scenario libanese,
dove riesce difficile comprendere come sia così difficile
spegnere un incendio apparentemente appiccato dalla cattura
di due soldati israeliani: se le cose fossero così
semplici, l’ONU avrebbe già trovato il bandolo
della matassa, mentre le varie risoluzioni e gli accordi
– palesi od in cantiere – sono soltanto dei
cori senza senso recitati per non apparire muti. L’apparente
gazzarra sui tempi del “cessate il fuoco” –
se prima o dopo lo spiegamento di una “forza di pace”,
se contemporanea al ritiro delle truppe israeliane, ecc
– cela il disaccordo fra i “grandi attori”
della vicenda, che per ora parlano soltanto per bocca d’Israele
e di Hezbollah e si nascondono dietro alle quinte.
Quando Israele afferma che per “finire il lavoro”
sono necessarie settimane o mesi ha ragione: ciò
che fa rizzare i capelli in testa è riflettere sui
risvolti che avrà una così lunga guerra sul
mondo arabo ma anche – e questo aspetto è per
lo più taciuto – in Occidente.
Inutile ricordare che il “lavoro” è stato
iniziato male, senza un’attenta riflessione sui possibili
scenari e basandosi sulla semplice evidenza che lo strapotere
militare israeliano nell’area avrebbe condotto alla
solita guerra di pochi giorni, al termine della quale Tel
Aviv avrebbe – come sempre – dettato al Consiglio
di Sicurezza i termini della pace.
I copioni e le scenografie non possono essere riproposti
per anni ed anni identici, giacché il pubblico cambia,
e richiede sempre una “rivisitazione” dei testi.
Nella strategia israeliana non era previsto l’appiattimento
del governo libanese sulle posizioni di Hezbollah: anzi,
dopo aver scompaginato gli equilibri interni con l’assassinio
di Hariri, Tel Aviv s’attendeva un rapido “divorzio”
fra il governo di Beirut e le milizie sciite.
Sul fallimento israeliano pesano due errori, gravissimi:
aver ridotto il Libano in pochi giorni ad un ammasso di
macerie ed aver sottovalutato Hezbollah.
Il primo errore condurrebbe il governo libanese a perdere
la faccia qualora accettasse la “pace” di Tel
Aviv: cosa consegnerebbe Siniora ai libanesi? Una nazione
distrutta, anni di ricostruzione, fatiche e sacrifici per
la popolazione: il tutto – beninteso – sotto
lo sguardo attento degli israeliani. In definitiva: alla
sconfitta militare seguirebbe rapidamente quella politica,
poiché nessuna classe dirigente sopravvive ad un
simile sconquasso. Da qui la decisione di proseguire fino
in fondo la battaglia, consci che ogni giorno che passa
gli israeliani avranno sempre meno obiettivi da colpire,
mentre si troveranno sempre di più esposti alla guerriglia
di Hezbollah.
Il secondo errore è stato sottovalutare Hezbollah:
a dire il vero, Tzahal ha sempre avuto grande rispetto delle
milizie sciite, ma non s’attendeva certo una simile,
organizzata resistenza, con puntuali risposte ad ogni attacco.
Le armi più temibili di Hezbollah non sono i razzi
Katjuscia – armi semplici, già usate nella
Seconda Guerra Mondiale per la prima volta nell’attacco
russo dell’inverno 1941/42, che terrorizzarono le
truppe dell’Asse per la loro potenza di fuoco –
ma l’aver imposto ad Israele la strategia che meno
gli è consona: la guerra di logoramento per il controllo
del territorio.
Tzahal può permettersi d’attuare il controllo
del territorio con i palestinesi – giacché
non possiedono armi in grado di colpire i corazzati Merkawa
– mentre Hezbollah ha distrutto carri armati, blindati
ed elicotteri israeliani, cosa che i palestinesi non sono
mai riusciti a fare. Quali sono, allora, le armi e le strategie
di Hezbollah?
Anzitutto, la consistenza militare del movimento sciita:
le stime apparse sulle menzognere agenzie di stampa occidentali
riportavano una cifra di circa 3.000 effettivi (ANSA).
E’ veramente difficile immaginare un movimento politico
che – nella scorsa primavera – portò
in piazza mezzo milione di sostenitori contro la “deriva”
anti-siriana del governo (che sta ancora cospargendosi il
capo di cenere per l’errore commesso), il quale esprima
una forza combattente di soli 3.000 effettivi.
Altre analisi – di parecchi anni fa – affermavano
che Hezbollah aveva la forza di “un paio di divisioni
iraniane”, ossia un esercito di 10-20.000 uomini,
che è più coerente con le dimensioni del movimento
politico e con la resistenza mostrata.
Anche qui, se non la smettiamo di credere a quello che ci
raccontano, non riusciremo mai a spiegare nulla: secondo
molti giornalisti occidentali, in Iraq combattono soltanto
pochi terroristi che sono pure malvisti dalla popolazione.
La realtà è che in Iraq combattono alcune
decine di migliaia di guerriglieri, appoggiati da gran parte
della popolazione: altrimenti – se fossero solo quei
quattro gatti – come mai i 135.000 soldati americani
non sono riusciti a venirne a capo?
Le armi di Nasrallah – oltre ai razzi Katjuscia, i
soliti lanciarazzi multipli che tutti gli eserciti hanno
in dotazione, compreso quello italiano – sono i lanciarazzi
RPG, mitragliatrici ed armi individuali: le armi contraeree
– ossia i lanciamissili portatili con guida all’infrarosso
– hanno limitato raggio d’azione e sono soggetti
alle contromisure attive dei jet israeliani, ossia quegli
artifizi (flare) sganciati in continuazione da aerei ed
elicotteri.
Un’arma molto sottovalutata è il razzo RPG,
che ha avuto molta importanza nella guerra contro i corazzati
sovietici in Afghanistan, il quale è semplicemente
un razzo portatile sparato con puntamento ottico contro
il nemico.
Si tratta di un’arma semplice, che colpisce solo se
la mira è buona ed il tiratore ha il “fegato”
d’avvicinarsi ad un corazzato fino a poche centinaia
di metri, e per questo è un’arma poco costosa,
replicabile in gran copia a bassi costi.
Queste armi furono inventate dai tedeschi al termine della
Seconda Guerra Mondiale (Panzerfaust) per arginare le avanzate
dei russi e degli anglo-americani e diedero buoni risultati,
ma nel dopoguerra furono abbandonate – in Occidente
– perché ritenute troppo rischiose per chi
doveva usarle.
Furono sostituite da sistemi di lancio che prevedevano non
più una linea di mira ottica, bensì sofisticati
sistemi di puntamento e di guida per aumentare la distanza
di lancio e proteggere la vita del fante: rapidamente, i
razzi Panzerfaust od RPG divennero i sistemi missilistici
HOT e MILAN, ossia dei missili.
Un missile – a differenza di un razzo – ha un
sistema di guida che lo conduce fino all’obiettivo:
ne esistono di varia natura – elettromagnetica, infrarosso,
laser, ecc – ma tutti questi sistemi prevedono una
sofisticata elettronica per la guida, e quindi alti costi
di produzione.
Il missile più “misero” non costa mai
meno di decine di migliaia di euro, e per questa ragione
non se ne possono consegnare grandi quantitativi alle truppe,
mentre un razzo modello RPG costa forse qualche migliaio
di euro: con la stessa cifra è possibile fornire
un solo missile oppure decine o centinaia di razzi. Dal
punto di vista della letalità dell’arma –
ossia della testata esplodente – non c’è
differenza fra un razzo ed un missile: la differenza è
data dal sistema di guida. Ora – se affidati a soldati
coraggiosi, che accettino di rischiare la vita – è
più probabile che centrino il bersaglio un solo missile
o decine di razzi?
Questa è la prima riflessione sul modello di battaglia
che Hezbollah sta imponendo ad Israele; nessuno, però,
si è posto un’altra domanda: come fa Hezbollah
a conoscere la posizione del nemico, visto che i comandi
israeliani si lamentano spesso “d’essere attesi”?
Perché gli sciiti – il 6 agosto – hanno
lanciato una salva di circa 200 razzi in un’area ristretta,
proprio la zona dove s’ammassavano le truppe di riserva
israeliane? Un caso?
Può darsi che sia stato soltanto un caso ma, casualmente,
nell’ottobre del 2005 i russi lanciarono dal cosmodromo
di Baykonur il satellite spia iraniano Sinah-1, primo di
una serie di lanci concordati con i russi per disporre di
una rete di satelliti per la sorveglianza militare (1) .
Non si ha notizia di successivi lanci, ma l’Iran ha
tuttora in orbita un satellite per la sorveglianza militare.
Non confondiamo le possibilità di un solo satellite
con quelle della rete americana ed israeliana, ma avere
un “occhio” che può inviare a terra immagini
del territorio è ben diverso dall’essere completamente
ciechi come lo furono gli iracheni od i vietnamiti.
La strategia degli iraniani è dunque quella d’associare
la tecnologia, quando è disponibile, alla disponibilità
dei combattenti a sacrificare eventualmente anche la vita
contro il nemico sionista. Attenzione: Hezbollah non compie
attentati suicidi, ma le truppe combattenti sono coscienti
di rischiare ed eventualmente sacrificare la vita per un
ideale. Insomma, nulla di molto diverso dai molti soldati
che sacrificarono la vita nelle guerre Risorgimentali per
l’ideale dell’unità d’Italia.
A questo s’aggiunge un certo fatalismo dell’Islam
sulla durata della vita ma, soprattutto, l’eredità
di decenni lasciata dalle guerre di Israele; un vero e proprio
grumo d’odio attraversa i luoghi e le generazioni,
da Sabra e Chatila fino a ieri, e si è trasformato
in una sorta di colonna sonora del Medio Oriente: la lotta
ad Israele fino alla sua distruzione. Un miliziano intervistato
recentemente in Libano, da Dahr Jamail per Mother Jones,
affermava che la sua famiglia combatteva Israele da decenni:
“Il membro di Hezbollah che stavo intervistando -
chiamiamolo Ahmed - era stato colpito tre volte durante
le precedenti battaglie contro le forze israeliane sul confine
meridionale del Libano. Suo fratello è stato ucciso
in una di queste battaglie. Sono passati molti anni da quando
suo padre è stato ucciso in un attacco aereo su un
campo rifugiati.”(2)
La “bomba”, la “polpetta avvelenata”
o comunque la si voglia chiamare – per Israele –
è rappresentata dall’accumulo decennale di
odio e risentimento da parte degli arabi che nasce dalla
causa palestinese.
Se questa è la situazione – ed Israele ha
deciso d’affrontare un rischio così alto –
ci devono essere validi motivi, ma la domanda che appare
ovvia è: questa guerra, viene combattuta nell’interesse
di Israele ?
Un deputato della Knesset – pochi giorni or sono –
chiese al governo, ironicamente, se Tzahal fosse comandato
dai generali israeliani o da Condoleeza Rice: quel deputato
aveva messo il dito nella piaga, perché è
molto difficile affermare che Israele possa trarre dei vantaggi
da questa guerra, in qualsiasi modo vada a finire.
La conquista di 40 Km di territorio, dell’acqua del
fiume Litani, la distruzione delle milizie di Hezbollah
sono obiettivi che giustificano un simile scempio? L’acqua
del Litani sarà una goccia nel mare, quei 40 Km saranno
un calvario per le truppe d’occupazione e poco più
in là Hezbollah o qualcun altro continuerà
a combattere Israele.
C’è dell’altro, è evidente, e
quel deputato aveva visto giusto: Tzahal, oggi, è
al comando dell’amministrazione USA con l’acquiescenza
di Olmert.
Spesso viene sottolineata la grande importanza delle lobbies
israeliane nel Congresso USA, ma si tace l’altro aspetto
della vicenda: gli USA sono l’unico alleato completamente
affidabile rimasto ad Israele, giacché dell’Europa
Israele non si fida, troppo ondivaga. L’ultimo sicuro
alleato – il Sudafrica dell’apartheid –
se n’è andato con la presidenza di Mandela:
Tel Aviv e Pretoria, per decenni, collaborarono attivamente
giacché entrambi gli stati dovevano schiacciare altre
popolazioni e le strategie di repressione – dal battaglione
Volani israeliano a quello Buffalo sudafricano – furono
e sono le stesse. Israele dovrebbe riflettere sulla “via”
sudafricana scelta per uscire da quel dramma, perché
continuare con la contrapposizione frontale significherebbe
andare incontro a futuri molto foschi, ben peggiori di un
accordo con i palestinesi.
C’è invece nell’aria quel fremito di
“Nuovo Medio Oriente” che sembra uscire dagli
incubi dei neocon americani: di che cosa si tratta?
Il “Nuovo medio Oriente” è un’area
che va dal Mar Mediterraneo al Pakistan completamente controllata
dagli USA e, perché no, dal loro piccolo alleato
israeliano. La democrazia? A nessuno frega un accidente
dei sistemi politici che i governi adottano, tanto che i
più retrivi – Musharraf ed i sauditi –
sono i migliori alleati. L’unica cosa che conta è
“mettere nel sacco” il 70% delle riserve petrolifere
del pianeta e, raggiunto l’obiettivo, ricattare Cina
ed India. Punto, nient’altro.
La via è obbligata poiché gli USA –
a fronte di circa il 5% della popolazione del pianeta –
consumano il 40% delle risorse petrolifere: l’UE,
per avere un raffronto, con il 10% circa della popolazione
del pianeta ne consuma solo il 15%.
Il maggior problema, però, non è acquistare
l’energia bensì avere il controllo dell’energia,
poiché se il greggio prende la via cinese nel volgere
di un ventennio la Cina dominerà sul pianeta.
Per comprendere come la guerra libanese stia scompaginando
alleanze ed equilibri, basta riflettere su due eventi accaduti
negli ultimi giorni.
Il primo è la joint venture fra Gazprom e l’Algeria
per un maggior “coordinamento” nello sfruttamento
dei giacimenti e nelle risorse del gas metano, secondo per
importanza energetica solo al petrolio. L’Europa viene
rifornita quasi esclusivamente dai due grandi gasdotti –
quello siberiano e quello tunisino – che rappresentano
oramai la fonte primaria di combustibili fossili per il
riscaldamento e per la generazione d’energia elettrica.
Gazprom viene oramai ritenuta una holding che – per
giro d’affari – è seconda solo a Microsoft,
ma con una sostanziale differenza: per decenni abbiamo estratto
petrolio e gas senza computer, mentre nessun computer funziona
senza corrente elettrica.
La definizione di “joint venture” è poi
assai aleatoria, se si considerano il “peso”
economico e politico dei due contraenti: sarebbe come se
Wolkswagen contraesse un accordo “alla pari”
con la Garelli ciclomotori. Inoltre, non dimentichiamo che
Gazprom la vera “joint venture” l’ha con
il Cremlino: le “chiavi” energetiche del pianeta
sono dunque nella tasca di Putin, che possiede anche il
15% del petrolio ed il 70% del carbone.
Dove poteva andare a parare la superpotenza americana assetata
d’energia? Forse in America Latina – iniziando
una serie di guerre senza fine per il 5% del petrolio del
pianeta, nella disastrata Africa – oppure nel Golfo
Persico dove, sommando Arabia Saudita, Iran, Iraq e gli
altri stati del Golfo si diventa padroni del “banco”
petrolifero?
La seconda vicenda è stata appena accennata dall’informazione
ufficiale, e non è nemmeno giunta all’attenzione
dei TG nazionali: in Ucraina, da anni, due Viktor –
Yushchenko e Yanukovic – si contendono il potere,
con il piacevole intermezzo “rosa” di una “pasionaria”
dagli occhi di ghiaccio, ossia Julia Timoshenko. Tutto faceva
pensare che Yushchenko – dopo un risultato elettorale
assai deludente – per salvare la coalizione “arancione”
cercasse un’alleanza con la Timoshenko, ed invece
è stato nominato Primo Ministro quasi all’unanimità
il filo russo Yanukovic: strano modo d’intendere la
“grande coalizione”, quando i due filo occidentali
– Yushchenko e la Timoshenko – avevano i numeri
per governare.
L’Ucraina valutava – come fece lo scorso anno
– di non fare rifornimento, durante l’estate,
di gas per le cosiddette “scorte strategiche”,
che a quelle latitudini sono veramente strategiche. In sostanza,
gli ucraini meditavano di continuare a spillare metano dal
gasdotto siberiano che porta il gas in Europa e che lo scorso
inverno ci ha quasi condotti al collasso energetico.
Dapprima ci fu la netta presa di posizione di Prodi –
che ammonì l’Ucraina a non ripetere il tentativo,
per i rischi ai quali sottoponeva l’Europa –
ed in seguito giunsero più volte gli ammonimenti
dei russi. Oggi, con scarse riserve strategiche e Gazprom
che acquista a furor di dollari giacimenti ed impianti nell’ex
impero sovietico e nel mondo, cosa rimaneva da fare a Kiev?
Tentare l’azzardo, sperando in un attacco russo che
avrebbe condotto gli USA ad aprire un fronte in Europa?
Non è un’ipotesi peregrina: nei primi giorni
del 2006 – in concomitanza con la “guerra del
gas” fra Russia ed Ucraina – Mosca iniziò
“discretamente” a muovere le sue divisioni corazzate
nei pressi del confine.
Dall’altra parte, non è un mistero che gli
USA tentano da anni la destabilizzazione dell’area:
Clinton ricevette gli indipendentisti ceceni mentre Bush
finanzia gli “arancioni” in Ucraina e l’opposizione
al presidente filo russo Luckashenko in Bielorussia.
Quali sono i termini dell’accordo interno ucraino?
L’unica richiesta di Yushchenko è stata quella
che il premier continuasse nel cammino di “avvicinamento
all’Europa” che – considerando la situazione
economica ucraina, i tempi “biblici” dell’ammissione
all’UE e la poca voglia di Bruxelles d’andarsi
ad impelagare in quel ginepraio – significa rimandare
tutto alle calende greche. Quello che è invece sparito
dalla politica estera ucraina è il termine “NATO”:
proprio ciò che Mosca desiderava. Quel che Mosca
non ottenne con anni di trattative, è riuscito nel
volgere di poche settimane al Dio metano.
Perché questa repentina retromarcia? Perché
proprio ora?
La sensazione che si respira leggendo fra le righe i comunicati
delle cancellerie europee è quella di grande apprensione,
quasi di timor panico. Il prossimo inverno saremo nelle
mani di Gazprom, dalla Siberia all’Algeria –
ed a sua volta Gazprom è fortemente controllata dal
Cremlino – il quale è il gran fornitore d’armi
e tecnologia di Siria ed Iran. Chiusura del cerchio.
Mentre l’Europa balbetta – conscia di non poter
avere una politica estera perché praticamente disarmata
e dipendente per l’energia dall’estero, visto
anche il progressivo esaurimento del petrolio del Mare del
Nord – e si rifugia nel credere alle fumose formulazioni
del Palazzo di Vetro, i giochi si fanno altrove.
Gli USA – dopo il fallimento iracheno – non
possono tornare indietro e non rimane loro che aumentare
la posta sul piatto – prima che la Cina diventi troppo
forte economicamente e militarmente, prima che la Russia
riorganizzi completamente le sue forze armate – e
sperare che una guerra totale nell’area consenta loro
di prendere possesso del “rubinetto” mondiale
del petrolio: è un azzardo, ma questo a Washington
lo sanno benissimo.
E Israele? Come potrebbe sopravvivere, senza la certezza
che la superpotenza americana sia sempre in grado di fermare
i suoi molti nemici?
Per questa ragione il Libano di oggi è soltanto una
miccia: il vero obiettivo è far esplodere l’intera
area, per tentare il “tutto per tutto”, salvare
il predominio americano sull’energia ed il sogno degli
estremisti israeliani di Eretz Israel. Le due visioni –
l’una pragmatica, l’altra ammantata di valori
religiosi – coincidono perfettamente.
Come in una tragedia greca, sono i capricci degli Dei a
definire gli eventi per gli umani: i desideri dei grandi
gruppi industriali e finanziari, dei patron dell’economia
mondiale.
Ai molti Mohamed ed Hassan – ma anche per i tanti
Shlomo e Mordecai – non rimane che osservarsi in silenzio
mentre scendono le caverne dell’Ade, senza comprendere
perché quel lampo sia riuscito a privarli dei colori,
degli odori, dei suoni. A meno di un miracolo, chissà
quanti li seguiranno, e non saranno solo arabi ed israeliani.
Carlo Bertani
bertani137@libero.it
www.carlobertani.it
7.08.06
Note:
1 Michel Chossudovsky da: Global Research – 03/01/06
2) Trad Italiana: "Non sarò mai uno schiavo
degli Stati Uniti o di Israele" - www.comedonchisciotte.org