"Non
puoi restituirci quello che è nostro".
Ferma risposta dei Mapuche a Benetton 32609.
ROMA-ADISTA. Non vuole la beneficenza, il popolo mapuche.
Né vuole prestarsi a un'operazione di facciata condotta
da un'impresa preoccupata unicamente della propria immagine.
Così, di fronte all'offerta di Luciano Benetton di
destinare 2.500 ettari della sua sterminata proprietà
in Patagonia alle comunità indigene, i mapuche hanno
risposto che non si può donare ciò che non si
possiede. L'iniziativa di Benetton giunge in risposta al clamore
suscitato a livello internazionale dalla causa intentata (e
vinta) dalla Compagnia di Terre del Sud Argentino, controllata
dall'impresa trevigiana, contro una coppia di contadini mapuche,
Atilio e Rosa Curiñanco, colpevoli di aver occupato
un lotto di 385 ettari (noto come lotto Santa Rosa) di proprietà
della Compagnia, ritenendolo, in base alle assicurazioni ricevute,
terreno demaniale e inutilizzato (v. Adista n. 75/04). Un
clamore di cui si era fatto interprete, lo scorso luglio,
anche il Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel
che, conosciuta la sentenza, aveva scritto a Luciano Benetton
una lettera durissima, accusandolo di essersi "avvalso
dei soldi e della complicità di un giudice senza scrupoli
per togliere le terre a una povera famiglia mapuche"
e di aver comprato 900.000 ettari nella Patagonia argentina
per aumentare le proprie ricchezze e il proprio patrimonio,
"agendo con la stessa mentalità dei conquistatori".
"Mi auguro che a Treviso - aveva concluso il Premio Nobel
- i suoi concittadini reagiscano con senso critico e pretendano
che lei agisca con dignità, restituendo questi 385
ettari di terra ai loro legittimi proprietari, ponendo fine
a questo furto. Sarebbe un gesto di grande levatura morale".
La risposta di Benetton è arrivata l'8 novembre scorso,
con una lettera in cui l'imprenditore mette a disposizione
del Premio Nobel 2.500 ettari di terra vicino alla città
di Esquel, in Patagonia, affinché, "come garante
di riconosciuta integrità e profondo conoscitore della
situazione patagonica", possa destinare la tenuta a favore
delle comunità mapuche, per gli usi che riterrà
opportuni: "un atto concreto e nel contempo simbolico"-
sottolinea Benetton -, "un gesto che rientra pienamente
nella nostra filosofia imprenditoriale di investire, lavorare,
collaborare e sostenere progetti magari ambiziosi ma fattibili,
e sempre con obiettivi di sviluppo e miglioramento economico
e occupazionale".
Immediata la replica di Pérez Esquivel: "Nessuno
può essere garante di terre che sono sempre appartenute
ai mapuche, neanche un Premio Nobel per la Pace": sono
loro dunque "che devono decidere su questa offerta".
Ma il vero "atto simbolico", sottolinea il Premio
Nobel argentino, "sarebbe quello di una restituzione
effettiva e del rispetto del loro diritto di autodeterminazione
come popolo, e non una donazione".
E così Luciano Benetton è stato costretto ad
affrontare la questione direttamente con gli interessati:
il confronto tra l'imprenditore trevigiano e i rappresentanti
mapuche si è svolto l'11 novembre al Campidoglio a
Roma, alla presenza, tra gli altri, del sindaco Walter Veltroni,
di Pérez Esquivel, dell'ambasciatore argentino in Italia
Victorio Taccetti. Tre ore di colloquio piuttosto teso, conclusosi
in maniera interlocutoria: i mapuche hanno ribadito la loro
richiesta di ottenere la restituzione del lotto Santa Rosa
e Benetton ha preso tempo, affermando di non conoscerne l'esatta
ubicazione e impegnandosi, nel caso il lotto risulti essere
periferico rispetto alla sua tenuta, a donarlo allo Stato
affinché questo lo restituisca al popolo Mapuche. "Ancora
una volta - ha affermato, in un comunicato diffuso all'indomani
dell'incontro, l'Organizzazione delle comunità mapuche
"11 ottobre" - abbiamo verificato che lungi dal
cercare di rispondere alle nostre rivendicazioni, Benetton
cerca di ricomporre la sua immagine di 'capitalista umanitario'.
Ancora una volta abbiamo verificato la mancanza di impegno
dello Stato argentino di fronte alle richieste dei popoli
originari (…). Abbiamo verificato anche che alcuni dei
mediatori erano più interessati a preservare la buona
immagine della compagnia che a 'mediare'".
Adista
n° 83 del 27 novembre 2004
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