Italia
il terrorismo fa 64.000 vittime
Quando a terrorizzare Milano furono gli inglesi
13 agosto 1943, una pioggia di fuoco "alleato"
investe centro e quartieri operai
La sera del 2 agosto 1943 gli italiani sintonizzati su
radio Algeri ascoltarono un lugubre proclama lanciato dalle
forze angloamericane: «Il governo Badoglio non ha
ancora chiesto l'armistizio, attenzione italiani le nostre
offerte di pace sono rimaste senza risposta.»
Cosa voleva dire quel proclama? Eppure gli italiani appena
otto giorni prima erano stati lodati dalla stessa Bbc per
le imponenti manifestazioni di giubilo per la caduta del
fascismo, segno di come gli italiani volessero al più
presto uscire dalla guerra disastrosa a cui li aveva condotti
un regime che ormai aveva perso la faccia mentre i partiti
e le organizzazioni antifasciste acquistavano consenso in
tutti gli strati sociali.
Nonostante ciò nelle stanze del Gabinetto di Guerra
britannico si disponeva un terribile attacco contro quelle
stesse popolazioni che avevano manifestato per la pace.
A distanza di 62 anni, ancora oggi non si comprende l'imprenscindibile
necessità per gli Alleati di scatenare l'inferno
in prossimità del ferragosto del '43 sulle città
del triangolo industriale del Nord Italia: Milano, Torino
e Genova. In tutte e tre le città la caduta del fascismo
era stata accolta con giubilo. La stampa inglese ed americana
ne aveva dato ampio risalto esprimendo simpatia per i milanesi,
genovesi e torinesi ma, a quanto pare, in qualcuno ciò
aveva destato qualche preoccupazione.
Forti movimenti di piazza accuratamente manovrati da agitatori
comunisti e socialisti avrebbero potuto far crescere l'influenza
dei partiti legati a Stalin e alla Terza Internazionale
nel quadro politico italiano in veloce movimento, creando
una forte ipoteca sul controllo politico militare della
futura Italia occupata dalle forze angloamericane.
Queste città esprimevano la massima concentrazione
operaia e lo sciopero del marzo del '43 era stato la cartina
tornasole di come la classe operaia del Nord stesse acquistando
consapevolezza del proprio peso politico. Il governo Badoglio,
in grande difficoltà, era stato costretto il 7 agosto,
con regio decreto n 714, a proclamare sul territorio nazionale
lo stato di guerra. Occorreva agli alleati lanciare un doppio
segnale: al titubante governo Badoglio e ai sovversivi annidati
nelle cinture operaie. Bisognava
che tutti capissero quanto grande fosse il potere distruttivo
dei prossimi occupanti e di come sarebbero stati implacabili
in caso di insurrezione comunista una volta liberati dal
fascismo.
L'incarico fu affidato al dio della guerra inglese, sir
Arthur Harris: l'Angelo della morte, lo sterminatore delle
città tedesche, colui che aveva appena incenerito,
il 27 e 28 luglio, Amburgo con tutti i suoi abitanti, il
comandante del Bomber Command, l'enorme potenza distruttiva
del Comando bombardieri strategici inglese, colui che aveva
messo in pratica la teoria dei bombardamenti terroristici,
quelli volti a colpire solo e unicamente le popolazioni
e gli insediamenti civili onde
distruggere la capacità di resistenza di ogni nazione
nemica.
Dai documenti segreti dell'epoca si scopre che il 28 luglio,
mentre i corpi di oltre 70mila abitanti di Amburgo continuavano
a bruciare, dal Gabinetto di Guerra inglese partiva l'ordine
di attaccare le città
italiane. Sir Arthur Harris a questa richiesta rispose un
po' malincuore poiché, avendo un odio feroce per
i tedeschi, avrebbe voluto continuare l'opera di sterminio
sistematico nelle città naziste. La data del primo
"assaggio" cadde nella notte a cavallo tra il
7 e l'8agosto, un sabato.
Faceva caldo a Milano in quel torrido mese di agosto del
'43, molta gente era sfollata, ma tantissima, centinaia
di migliaia, in particolar modo gli operai delle fabbriche
belliche e le loro famiglie, erano nelle città anche
di notte. A mezzanotte e cinquanta la prima a cadere nel
terrore è Torino. Ben 74 quadrimotori Lancaster sganciano
sulla città un vasto assortimento di ordigni: 27
"cookies" ("biscottini" li chiamavano
gli inglesi) ovvero le orribili block -busters da 4mila
e 8mila libbre. Uno solo è capace di devastare una
strada e radere al suolo un isolato di tre edifici da sette
piani in cemento armato. Ma ancora più terribili
sono le migliaia di bombe al magnesio da 4 libbre che trasformano
ogni casa in una
fornace: rifugiarsi nelle cantine è inutile poiché
si muore per l'enorme calore.
All'una e 11 dell'8 agosto bruciare tocca a Milano. Il
punto di mira è Piazza Duomo ma vanno in pezzi il
Castello Sforzesco, la Pinacoteca di Brera, l'Ospedale Fatebenefratelli;
viene colpito persino lo Zoo, con le scimmie che vagano
per la città. L'Innocenti, la Pirelli, la Bianchi
sono devastate. Ben presto scoppiano seicento incendi che
in teoria dovrebbero provocare quell'effetto "uragano
di fuoco" che ha incenerito qualche giorno prima Amburgo.
Fortunatamente Milano ha una bassa percentuale di case in
legno, la gran parte sono in muratura e cemento e ciò
impedisce il crearsi dell'attesa tempesta di fuoco. La fortuna
aiuta Milano quella notte ed i morti saranno "solo"
un centinaio, quasi altrettanti a Torino e
Genova.
A questi risultati poco incoraggianti, sir Artur Harris
risponde con un piano diabolico: concentrare su Milano e
solo in parte su Torino l'intero potenziale bellico del
Bomber Command, ovvero lanciare ben 500 bombardieri pesanti
su Milano e 150 su Torino la notte tra il 12 e il 13 Agosto.
La volontà è quella di colpire l'area nord
della città, che comprende le fabbriche e l'intera
cintura operaia con in testa uno dei quartieri covo di sovversivi
e comunisti: Quarto Oggiaro.
All'una e dieci del 13 Agosto, in piena notte, scoppia l'inferno
su Milano: in soli 12 minuti centinaia di bombe da 500 e
1000 libbre, più di cento enormi block-busters, forse
centomila bombe incendiarie precipitano sulla città
in una valanga di metallo, trinitol, benzolo, magnesio,
termite. Interi blocchi di edifici si gonfiano e scoppiano
come palle incandescenti, tocca prima ai quartieri operai
a nord, poi il punto di mira cambia e sono colpite le zone
"bene". Per un errore di mira non riesce la concentrazione
del bombardamento in un punto solo necessaria per creare
quella tempesta di fuoco con venti a 250 chilometri orari
che avevano distrutto Amburgo. Comunque si crea un vento
da 50 chilometri
l'ora che renderà difficile il lavoro dei pompieri
attizzando numerosi piccoli fuochi secondari.
Il giorno dopo si conteranno i danni: Alfa Romeo, Innocenti,
Isotta Fraschini sono tra le fabbriche colpite, ma anche
la stazione, la Galleria, il conservatorio, 4mila le abitazioni
distrutte e altrettante
lesionate. I morti saranno circa mille, i senza tetto tra
130mila e 160mila. Ma il Bomber Command non è soddisfatto
e gli attacchi saranno replicati ancora a ferragosto.
Alla fine della guerra secondo l'istituto di statistica
l'Italia contò 64mila 354 morti civili a causa dei
bombardamenti, la maggior parte di tipo terroristico sulle
città. Di essi 20mila 952 prima dell'8 settembre
1943, ovvero quando eravamo ufficialmente in guerra contro
gli angloamericani, ma ben 43mila402 quando formalmente
essi erano nostri alleati nella liberazione dal fascismo.
Purtroppo questa piccola differenza non ebbe posto nei cinici
calcoli che si facevano nelle stanze dei bottoni degli strateghi
militari alleati e dei propugnatori del terrorismo aereo.
Purtroppo finita la guerra in Europa, toccò al
Giappone, prima con la tempesta di fuoco su Tokio, scatenata
dagli americani prendendo esempio dai risultati avuti dal
Bomber Command su Amburgo e Dresda, e poi con l'olocausto
di Hiroshima e Nagasaki, esempio tragico e crudele di sperimentazione
sul campo dell'arma atomica su esseri umani. Poi vennero
l'equilibrio del terrore, la guerra fredda, l'angoscia per
il possibile sterminio dell'umanità con le bombe
termonucleari e batteriologiche, quindi fu il Vietnam ad
essere devastato dai B-52 con l'equivalente di tutte le
bombe della seconda Guerra mondiale... finché si
arriva all'Iraq.
Ma questa è un'altra storia.
di Antonio Camuso pubblicato su http://kelebek.splinder.com/