Dallo
Stato di Diritto all'involuzione dell'Impero
Qualche tempo fa sui media europei approdò
con un certo clamore il politologo americano Robert Kagan,
con la tesi - che suscitò stupore e perfino disappunto
nei circoli europei filo-americani - dei "due occidenti".
Ignorando gli amici e i "troppo amici" europei,
Kagan ci diceva, con il tono senza appello dei neo-con statunitensi,
che noi europei eravamo fuori della storia, ancorati come
siamo ai vecchi valori "liberali" dello stato di
diritto.
Parlava da "rivoluzionario" - come rivoluzionari
sono e si considerano gli uomini del "Progetto per il
Nuovo Secolo Americano" - ai rappresentanti di quella
che Donald Rumsfeld definì sprezzantemente la "vecchia
Europa". Rivoluzionari sono, per definizione, coloro
che sostituiscono con la forza ad un sistema di regole - quello
che vogliono combattere - un nuovo sistema di regole.
Nel caso specifico il nuovo sistema di regole è quello
imperiale. Cioè quello dell'unica superpotenza rimasta
sul pianeta, che non accetta più lacci e lacciuoli
che la vincolino a regole comunemente accettate, ma che
è determinata a stabilire un nuovo sistema di regole
sostanzialmente emananti da un unico centro di potere.
E' questo il vero cambio di marcia realizzato dal gruppo
di uomini, capitanati da Dick Cheney, che, insieme a George
Bush, hanno preso il potere negli Stati Uniti nell'anno
di grazia 2000, uno prima del fatale 2001, primo del nuovo
secolo, contenitore dell'11 settembre. Un gruppo che non
ha alcuna intenzione di abbandonare il campo conquistato.
Ecco, è questa data quella che segna lo spartiacque
generale tra il prima e il dopo la rivoluzione. Chi vada
a Washington - come è capitato a chi scrive, in qualità
di membro della speciale Commissione d'Indagine del Parlamento
Europeo sul "presunto utilizzo di paesi europei da
parte della Cia per il trasporto e la detenzione illegale
di persone" (1) - si sente ripetere in ogni colloquio
che la causa inesorabile dei cambiamenti da introdurre nelle
regole mondiali è appunto l'11 settembre. Icasticamente,
nelle parole di Dan Fried (2), gli Stati Uniti "sono
di fronte a una minaccia inedita", e tutti devono prendere
atto che "il sistema legale vigente è incompatibile
con la battaglia inedita che questa guerra comporta".
Con vari e diversi accenti lo stesso tema è emerso
nei colloqui che la delegazione europea ha avuto con i senatori
Richard Durbin, democratico dell'Illinois e Arlen Specter,
repubblicano della Pennsylvania, e con il deputato democratico
della Florida, Robert Wexler.
Le priorità dell'opinione pubblica europea - ci
fu ripetuto - non corrispondono ai temi principali del dibattito
pubblico americano. C'è uno strato "sottilissimo"
- aveva precisato Wexler - che la pensa come voi europei,
cioè che anche un presunto terrorista ha il diritto
di essere giudicato regolarmente, di avere la tutela di
un avvocato. Ma per la maggioranza dei cittadini americani
la priorità è la sicurezza.
In Europa è cosa scontata definire la tortura come
illegale e ingiustificabile, oltre che inutile ai fini dell'accertamento
dei fatti. Ma il discorso pubblico americano, anche sui
mass media più qualificati, ha mostrato in questi
anni smagliature assai gravi proprio in tema di tortura,
con autori di rilievo che hanno stabilito distinzioni, a
tratti mostruose, implicanti la possibilità della
tortura in "determinate circostanze". Del resto
accompagnate da dichiarazioni di membri del governo (Rumsfeld
e Cheney) e funzionari di vari livelli dell'Amministrazione,
che sostengono l'inapplicabilità delle norme di difesa
dei diritti umani, nei casi di sospetti terroristi, con
l'introduzione di nuove categorie giuridiche come quella
di "nemici combattenti", nei confronti dei quali
nessun riguardo è dovuto, nemmeno quelli garantiti
dalle convenzioni internazionali. John Billinger, consigliere
legale di Condoleeza Rice, ha definito lex specialis la
Convenzione di Ginevra sul prigionieri di guerra: una "anomalia",
cioè non più applicabile dopo l'11 settembre.
E il già citato Robert Wexler ha respinto, con qualche
insofferenza, l'obiezione secondo cui le extraordinary renditions
potrebbero essere considerate come atti di terrorismo di
stato. "Anche se facciamo cose illegali, se facciamo
del male - e so che talvolta si tratta di cose terribili
- noi non possiamo essere messi sullo stesso piano dei terroristi",
ha detto.
Insomma Abu Ghraib, la tortura, le extraordinary renditions
le violazioni dei diritti umani, sono incidenti di percorso,
effetti collaterali secondari, comunque non perseguibili,
perchè chi è impegnato nella lotta al terrorismo
internazionale deve avere diritto a una zona d'azione operativa
sottratta alle normative dell'era che ha preceduto l'11
settembre. Siamo ormai molto oltre la linea che mantiene
gli Stati Uniti al di fuori del Tribunale Penale Internazionale.
E tutto questo, noi europei, sembriamo scoprirlo adesso,
mentre era già palesemente visibile nelle settimane
che seguirono, appunto, l'11 settembre. Quando, ad esempio,
il presidente Bush istituì per decreto i tribunali
militari speciali, il 13 novembre 2001. Tribunali che, secondo
il giudizio di un autorevole giurista italiano, Antonio
Cassese, "hanno riportato indietro di 50 anni la società
americana" (3) verso la barbarie giudiziaria. "Malamente
assistito da un ministro della Giustizia in pieno panico,
il presidente ha assunto poteri dittatoriali" (4),
scrisse uno dei giornalisti repubblicani più intransigenti
e conservatori. Oggi noi parliamo con qualche angoscia di
carceri segrete, e di renditions in Europa e altrove, senza
sapere (nessuno dei media principali, statunitensi ed europei
ne ha più parlato) che quel decreto è tuttora
in vigore, mentre dei suoi effetti nulla sappiamo. Tribunali
militari speciali - sarà bene ricordare - che (sulla
base di informazioni in possesso del presidente degli Stati
Uniti) possono giudicare: a) cittadini stranieri che hanno
preso parte, o vi hanno cooperato, a operazioni contro gli
Stati Uniti o che abbiano seriamente nuociuto agl'interessi
politici ed economici degli Stati Uniti; b) non saranno
tenuti a provare la colpa dell'arrestato; c) possono fare
a meno dell'habeas corpus; d) possono evitare di formulare
capi d'accusa e di renderli noti all'accusato; e) possono
privare il prigioniero dell'assistenza di un legale; f)
possono celebrare i processi segretamente; g) possono usare
prove e confessioni (si sott'intende con l'uso della tortura)
non riconosciute valide nei normali processi penali; h)
possono condannare a morte anche se i giudici militari non
sono "convinti al di là di ogni ragionevole
dubbio"; i) possono pronunciare sentenze definitive,
senza diritto di appello; l) possono condannare a morte
con una maggioranza dei due terzi (due giudici militari
su tre).
Sappiamo che una Commissione Militare di questo tipo è
in funzione a Guantanamo Bay, non sappiamo se altre ve ne
siano e dove, poichè, per l'appunto, tutta questa
procedura è rigorosamente segreta. Ci fu, allora,
una serie di proteste contro il decreto, e ci furono vaghe
ritirate verbali concernenti alcuni dei punti sopra indicati.
Ma il decreto non risulta essere stato mai ritirato (5)
e cosa sia avvenuto in questi anni non si può che
immaginarlo, in attesa di leggere, tra qualche tempo, i
documenti desecretati degli archivi.
Sappiamo che, oltre alle carceri segrete fuori dall'Europa
(in Afghanistan, in Siria, in Marocco, in Egitto, etc) ve
ne sono altre, in località sconosciute, dove sono
tenuti in prigionia, dal 2003, ad esempio Khaled Sheikh
Mohammed e Ramzi Binalshibh, due dei presunti (e rei confessi,
stando alle indiscrezioni fatte filtrare dalla CIA) organizzatori
dell'11 settembre. Mai processati alla luce del sole, mai
più riapparsi, sempre che siano ancora vivi.
Tutto questo avrebbe dovuto essere noto anche quando, il
4 ottobre 2001, l'allora segretario generale della Nato,
Lord Robertson, rese pubblica la richiesta del rappresentante
statunitense a Bruxelles (6) di applicare l'articolo 5 del
trattato dell'Alleanza Atlantica. Quel trattato appena rinnovato
in occasione delle celebrazioni, a Washington, del cinquantesimo
anniversario - nel 1999, in piena guerra contro la Jugoslavia
- che trasformava la Nato da alleanza difensiva in alleanza
"preventiva", e che allargava la sua zona d'azione
dai confini dei paesi membri a tutto il pianeta.
A quanto risulta (7), di quella discussione - sempre che
ve ne sia stata una - resta soltanto un verbale, e la dichiarazione
di Lord Robertson ne costituiscono una "sintesi fedele".
Nei suoi otto punti è visibile l'ampiezza degli obblighi
assunti dai membri della Nato nell'assistenza agli Stati
Uniti nella lotta contro il terrorismo internazionale. Tra
essi figura l'impegno a "rafforzare, sia sul piano
bilaterale, sia nell'ambito delle competenti istanze della
Nato, la condivisione dei dati d'informazione"; il
"rimpiazzo di determinati mezzi alleati che siano necessari
per sostenere direttamente operazioni contro il terrorismo";
"l'autorizzazione generale ai sorvoli di apparecchi
degli Stati Uniti e di altri alleati, conformemente agli
accordi richiesti in materia di traffico aereo e alle procedure
nazionali, per voli militari legati a operazioni contro
il terrorismo"; "assicurare agli Stati Uniti e
ad altri alleati l'accesso a porti e aeroporti dei paesi
della Nato per operazioni di lotta contro il terrorismo,
specificamente per il rifornimento di carburante, conformemente
alle procedure nazionali". (8)
Dunque da questo documento emerge che i paesi dell'Unione
Europea, membri della Nato, tutti a loro volta membri del
Consiglio d'Europa, avevano già dato l'autorizzazione
preventiva a quasi tutto ciò che è emerso
nelle indagini successive alle rivelazioni sulle carceri
segrete e sui voli illegali della Cia in Europa e altrove.
Certo gl'impegni Nato qui richiamati non autorizzavano
le violazioni dei diritti umani e della legislazione internazionale
da parte degli Stati Uniti e dei loro servizi segreti, ma
quanto è finora emerso sia dalla relazione di Dick
Marty, per conto del Consiglio d'Europa, sia dalla già
richiamata Commissione d'indagine del Parlamento Europeo,
numerosi paesi europei non sono stati vittime delle macchinazioni
americane, ma ne sono stati partecipi in vario grado. Ecco
perchè, fino a questo momento, i governi europei
e le autorità europee ascoltate e consultate dalla
Commissione hanno o rifiutato di collaborare alle indagini,
con vari pretesti, oppure hanno opposto dinieghi e smentite
assai poco credibili. Come è il caso, particolarmente,
dei governi polacco e rumeno.
Siamo di fronte, con ogni evidenza al dato di fatto che
i valori - a parole condivisi, esaltati e pronti all'esportazione,
anche con la forza - sono stati violati da una parte (gli
Stati Uniti) , sul territorio dell'altra parte (paesi europei),
con la connivenza, la collusione e/o la partecipazione diretta
dell'altra parte (paesi europei). Gli avversari dell'inchiesta,
chiaramente osteggiata dai settori di destra del Parlamento
Europeo, di nuovo con particolare veemenza da deputati polacchi,
baltici, britannici, tedeschi, affermano che le due commissioni
europee (del Consiglio d'Europa e del Parlamento Europeo)
non hanno saputo produrre, fino a questo momento, prove
inoppugnabili del coinvolgimento dei governi (o di altri
livelli delle amministrazioni) nelle renditions . Qualcuno
si è spinto, ripetutamente addirittura a ringraziare
il Governo americano per aver dato, con le modalità
del rapimento, del trasporto fuorilegge degli arrestati
illegalmente in paesi in cui notoriamente la tortura veniva
applicata, un grande contributo alla sicurezza collettiva
europea.
Ma queste tesi, in parte perfino aberranti, a riprova che
in Europa vi sono deputati più "americani"
degli americani, sono state respinte nettamente dalla Commissione
parlamentare europea, che ha votato (con una maggioranza
di 25 voti, socialisti, liberaldemocratici, verdi, 14 contrari,
7 astensioni) la decisione di proseguire l'indagine per
altri sei mesi, fino al termine del mandato (9). A luglio
deciderà l'Assemblea al completo e la conferma della
decisione della Commissione appare scontata. Anche perchè
il lavoro d'indagine è già andato assai oltre
alle supposizioni e agl'indizi.
C'è la documentazione precisa di 1080 voli CIA in
aeroporti europei tra l'11 settembre 2001 e la fine del
2005. Per certo 14 paesi hanno ospitato di passaggio renditions
illegali. Tra questi la Germania, la Svezia, l'Italia, il
Belgio, la Spagna (tutti membri dell'Unione Europea). Due
paesi (Polonia e Romania) hanno ospitato, per periodi di
tempo ancora da determinare, veri e propri luoghi di detenzione
temporanea e illegale di presunti terroristi. Tutti atti
in violazione dell'articolo 6 del Trattato dell'Unione così
come della Convenzione Europea per la protezione dei diritti
umani e delle libertà fondamentali. Si hanno riscontri
precisi di circa 30-50 sequestri di persona e di successive
renditions . Solo in un caso la magistratura (italiana)
ha svolto un'indagine completa, individuando e spiccando
mandati di cattura contro 22 agenti della CIA che operarono
a Milano per prelevare l'imam Abu Omar. Ma anche in questo
caso resta da accertare a quale livello si è spinta
la complicità del governo di Roma.
In ogni caso le testimonianze dei rapiti e torturati, e
dei loro avvocati, e di numerosi rappresentanti di organizzazioni
non governative, come pure di alti funzionari (americani
ed europei) che hanno deciso di rompere il muro del silenzio
non sono supposizioni. Vale questo per le deportazioni di
due cittadini egiziani, Mohammed Al Zary e Ahmed Giza, dalla
Svezia all'Egitto; vale per Abu Omar; per Maher Arar, cittadino
canadese arrestato a New York e inviato ad Amman, via Roma
Ciampino, per essere poi torturato per oltre 10 mesi in
un carcere siriano; vale per il cittadino tedesco di origine
libanese, Khaled el Masri, catturato in Macedonia e trasferito
in Afghanistan per essere torturato.
Si potrebbe continuare e si continuerà a cercare.
Ma una cosa l'abbiamo già scoperta: che molti governi
europei si sono comportati, all'insaputa dei loro elettori,
come delle colonie americane, ovvero dei satelliti di Washington.
Siamo ormai tornati nell'era della "sovranità
limitata" di Leonid Brezhnev.
di Giulietto Chiesa
da Le Monde Diplomatique
NOTE:
1 Commission Temporaire etc. istituita con il voto dell'assemblea
il 15 dicembre 2005
2 Assistant Secretary of State, Bureau of European and
Eurasian Affairs, incontrato al Dipartimento di Stato l'11
maggio 2006.
3 La Repubblica, 21 novembre 2001
4 Illiam Safine, The new York Times, November 16, 2001
5 Dichiarazione di Barbara Olshansky, direttrice del Guantanamo
Global Justice Initiative, Deputy Legal Director of the
Center for Consitutional Rights, nel corso dell'udienza
concessa alla delegazione dei parlamentari europei a Washington,
il 9 maggio 2006.
6 M.Frank Taylor, ambasciatore straordinario degli Stati
Uniti e coordinatore per il contro-terrorismo, espose le
tesi americane di fronte al Consiglio e i risultati dell'inchiesta
relativa agli attentati dell'11 settembre. Il Consiglio
convenne che, poichè gli attacchi risultavano essere
stati diretti dall'esterno degli Stati Uniti, poteva essere
applicato l'art. 5 del Trattato di Washington.
7 Da fonte autorevole Nato, che ha chiesto di restare anonima.