Considerazioni
sulla distinzione tra guerriglia e terrorismo
Prima di cadere in diatribe grossolane
dal finale scontato, è importante chiarire i termini
di un discorso che deve essere razionale. A riguardo della
recente, urlata polemica sull'assoluzione dall'accusa di "terrorismo"
di un gruppo di reclutatori per la guerra agli Usa in Iraq,
riportiamo il seguente articolo apparso nel dicembre 2003
sulla rivista edita da generali dell'Esercito Italiano ISTRID
- Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa (www.istrid.difesa.it
). La fonte non è certamente comunista, né pacifista
- né "islamica" !, ma è verosimilmente
"più a destra" dell'attuale vicepresidente
del Consiglio, ed è uscita in tempi non sospetti.
Questo testo ha il merito - assai raro di questi tempi
- di spiegare che la parola "acqua" significa
"acqua". Il pericolo maggiore che tutti noi corriamo
consiste infatti proprio nello straniamento della realtà
operato da propaganda e media: si può infatti discutere
se sia un bene politico per l'Europa concorrere alla distruzione
dell'Iraq, ma non si può pretendere che ciò
sia anche un bene assoluto, e che il "bianco"
degli Usa sia il "bianco" di tutta l'umanità,
arrivando a storpiare il senso della logica e delle parole.
Se allora siamo giunti alla trincea della razionalità
e del vocabolario (altro che mozioni dell'ONU ratificate
o non ratificate!) vuol dire che oggi non vi è azione
politica più fondamentale, seria e impegnativa, al
di là di tutti i vecchi schemi di un tempo, della
coltivazione della obiettiva razionalità, dell'esattezza
di espressione, del chiamare e indicare le cose per come
esse veramente sono.
Il terrorismo
Ormai da tempo il termine "terrorismo" è
ampiamente utilizzato, a proposito e più spesso a
sproposito, applicandolo come etichetta di uso generale
a eventi tra loro molto diversi.
Osserviamo che almeno due di queste etichette sono entrate
nell'uso comune dei mezzi di informazione destinati al grande
pubblico.
Infatti sono chiamate "terrorismo palestinese"
tutte le azioni contro l'occupazione israeliana dei territori
di Cisgiordania e Gaza (i quali notoriamente non fanno parte
dello Stato d'Israele).
Da alcuni mesi sono anche definite "terrorismo"
tutte le azioni armate di ogni genere, rivolte contro le
forze militari che occupano il territorio dell'Irak.
Poiché sembra opportuno utilizzare le parole secondo
il loro significato, vogliamo esporre alcune semplici considerazioni
sull'argomento.
Lasciamo da parte richiami storici sul terrorismo della
rivoluzione francese, e sui terroristi anarchici e nichilisti
dell'800, e consideriamo qui soltanto il "terrorismo"
riguardante il nostro tempo, presente e recente passato.
Per tentare di definire cosa si debba considerare come "terrorismo",
o meglio azione terroristica, sarà necessario ricercarne
le caratteristiche specifiche, diverse da quelle di altre
azioni violente, sia di eversione interna sia di guerra
o guerriglia. Caratteristiche specifiche devono riguardare
sia gli obiettivi (nel senso di "bersagli") sia
gli scopi politici dell'azione terroristica. Invece non
sono da considerare importanti le modalità e gli
strumenti di esecuzione di tale azione violenta.
Possiamo trovare numerose definizioni del "terrorismo",
più o meno concordanti ed esaurienti. Tuttavia vi
è una convergenza generale nel considerarlo come
una forma di azione violenta, tale da mettere in pericolo
la popolazione civile, e quindi indurre una condizione di
"terrore" diffuso così da ottenere alcuni
risultati di tipo politico (per es. cambiamento di governo,
sottomissione a potere esterno, separazione e autonomia
regionale, ecc.). Il terrorismo è quindi una forma
d'azione violenta "indiretta", cioè non
rivolta contro un obbiettivo specifico definito, a esempio
le forze armate, ma verso bersagli indeterminati e indifesi
(in certo modo assimilabile alle pratiche di ricatto della
delinquenza comune).
Alcune definizioni del terrorismo di origine diciamo più
"professionale", provenienti da organismi di governo,
nella fattispecie degli Usa (citate dal "Guardian"
del 03/04/2003), sono certamente utili per la comprensione
dell'argomento. Secondo queste definizioni: il terrorismo
è "violenza premeditata e politicamente motivata
contro obbiettivi (targets) non combattenti... allo scopo
di influenzare una opinione pubblica (audience) così
da conseguire obbiettivi politici, militari o ideologici".
La sua caratteristica specifica è quella di "mirare
a bersagli civili e non militari o truppe pronte al combattimento".
Sostanzialmente concordante è anche la definizione
di "atto (o azione) terroristico" contenuto nella
convenzione del 10/01/2000, fra gli Stati membri dell'Unione
europea, per reprimere il finanziamento del "terrorismo".
E' considerato come terroristico ogni atto destinato a uccidere
o ferire un civile, o qualsiasi altra persona che non partecipa
direttamente alle ostilità in una situazione di conflitto
armato, quando questo atto mira a intimidire una popolazione
o costringere un governo... a eseguire una qualsiasi azione.
Ne risulterebbe che qualsivoglia azione contro forze militari
in condizioni conflittuali non possa per definizione essere
considerata terrorismo ma azione di guerra o guerriglia.
Queste azioni possono tuttavia essere più o meno
in accordo con il diritto internazionale in condizioni di
conflitto armato, come esposto nelle convenzioni e protocolli
di Ginevra, sottoscritti e riconosciuti da numerose nazioni,
anche se spesso osservati molto blandamente dagli stessi
sottoscrittori.
Conviene comunque ricordare che questi convenzioni e protocolli
non vincolano allo stesso modo le parti in lotta, distinguendo
per es. tra forza occupante e popolazione sotto occupazione,
tra aggressore e aggredito, etc.
Per quanto sopra esposto, risulterebbe improprio paralare
genericamente di terrorismo e di azioni terroristiche (come
fatto da organi di informazione e da personaggi di ogni
sorta), con riferimento alle condizioni di conflitto armato
ora esistenti (fine anno 2003) in Palestina, Irak, Cecenia,
ma anche regione basca e Kurdistan.
Il conflitto irakeno è inoltre del tutto diverso
per es. da quello ceceno, o da quello curdo. Il conflitto
israelo-palestinese presenta poi caratteristiche del tutto
particolari e anche per altre situazioni conflittuali, diciamo
"minori", risulterebbe poco appropriato applicare
la stessa etichetta generica.
Una precisazione
Conviene mettere bene in chiaro due punti fondamentali.
Il terrorismo non esiste come dottrina o programma politico,
ma soltanto come un "modo di azione violenta"
utilizzato da singoli, da gruppi organizzati e talora anche
da forze armate.
Questo tipo di azione violenta avente come caratteristica
specifica di colpire civili estranei al conflitto è
sempre da considerare come atto criminale, indipendentemente
dallo status dei suoi operatori. E questo vale ovviamente
anche per le operazioni terroristiche eseguite da una forza
armata "regolare", contro la popolazione civile
di un territorio occupato in seguito ad azione bellica o
di uno Stato nemico.
Abbiamo indicato come caratteristica specifica del "terrorismo",
o meglio dell'atto terroristico, il bersaglio prescelto,
che non sempre peraltro coincide con quello effettivamente
colpito.
Non rilevante invece deve essere considerato il tipo di
arma utilizzato per le azioni terroristiche, arma che può
praticamente variare dalla bomba artigianale all'elicottero
d'attacco, dal fucile all'aeroplano da bombardamento, etc.
L'azione terroristica può essere messa in atto nei
modi più svariati, in accordo con le caratteristiche
del "bersaglio" prescelto, delle armi e del personale
operativo disponibile. Come esempio di queste tanto varie
"modalità di applicazione" del terrorismo,
possiamo citare fatti recenti e meno recenti: il fuoco su
passanti scelti a caso con fucili a lunga portata (tipico
dell'ex Iugoslavia); la bomba collocata in locali pubblici
(Israele, Africa, ecc.); la uccisione di civili a posti
di blocco casuali (Cisgiordania, Irak); la distruzione di
abitazioni e proprietà private (tipica in aree occupate
da Israele); i dirottamenti di aeromobili; il rapimento
e l'uccisione di ostaggi.
Possiamo considerare come "terroristiche" anche
alcune operazioni, compiute nel corso di repressione di
ribellioni contro governi legittimi, e durante condizioni
di guerra tra eserciti regolari. Il primo caso è
bene esemplificato dalle azioni repressive in Cecenia e
Kurdistan. Il secondo, dalle azioni contro popolazioni civili
ritenute, più o meno giustificatamente, collaboratrici
dell'esercito nemico. Sono ben noti feroci episodi della
guerra 1939-1945 (anche in Francia e Italia, non solo sul
fronte russo). Ancora più numerosi sono stati i massacri
di civili durante le guerre di Corea (1950-53) e del Vietnam.
Di recente e molto maggiore notorietà (per motivi
contingenti più che per il numero delle vittime)
sono state le azioni contro civili curdi nel corso della
guerra fra Irak e Iran (1980-1988).
In un passato non troppo lontano si colloca del resto anche
la dottrina del bombardamento aereo deliberatamente terroristico
(e pubblicamente dichiarato tale) delle popolazioni civili.
Criterio di azione bellica teorizzato e ampiamente applicato
nel 1939-1945 da Gran Bretagna e Stati Uniti, fino all'utilizzo
delle armi nucleari.
Il richiamo al "grande terrorismo aereo" del 1939-1945
indurrebbe a una considerazione sulla efficacia delle azioni
terroristiche di ogni genere.
Il discorso sarebbe certamente lungo e richiederebbe ampia
documentazione; tuttavia possiamo affermare che tutta l'esperienza
del passato mostra senza possibilità di dubbio la
modestissima efficacia dell'azione terroristica di ogni
tipo (anche di quella con numero enorme di vittime), poiché
nessuna di queste azioni è riuscita a raggiungere
l'obbiettivo politico desiderato (non quello del kill ratio
rapporto di uccisioni caro a certi teorici).
Si deve tuttavia tenere presente come in alcuni casi (peraltro
difficili da elencare, per svariati motivi) il risultato
ricercato non fosse quello a prima vista apparente.
Il quadro attuale
Conviene dedicare qualche considerazione alle più
importanti condizioni di conflitto armato in corso, alle
quali il termine "terrorismo da eliminare", si
applica in riferimento ai fatti reali. Per il caso Irak,
la situazione è ben nota, si tratta di un paese sotto
occupazione nel quale né dal governo né dalle
forze armate irakene è stato finora sottoscritto
un documento di armistizio o di capitolazione o di resa,
e dove pertanto, anche se la cosa può sembrare paradossale,
esiste tuttora una condizione di conflitto armato.
Trattandosi di condizione di conflitto in corso, nessuna
delle azioni armate in territorio irakeno rivolta contro
le forze armate occupanti (Uk-Usa) o di paesi collaboratori
può considerarsi terroristica, ma di guerriglia anche
se eseguita in modo criminale. Sembrano semmai da classificare
come terroristiche (almeno secondo le definizioni anche
Usa prima ricordate) le azioni compiute dagli occupanti
contro la popolazione civile se colpiscono la vita e le
proprietà di civili (uccisioni a posti di blocco,
bombardamenti, distruzioni, saccheggi, sequestro di persone,
ecc.).
Paradossalmente, per taluni aspetti, la condizione attuale
dell'Irak può considerarsi simile a quella della
Polonia sotto occupazione tedesca (1939-1944).
Infatti il governo polacco non sottoscrisse resa o capitolazione,
e la lotta armata fu continuata come guerriglia sia all'interno
sia all'esterno del territorio. Ai combattenti polacchi
venne riconosciuto lo "status" di belligeranti,
e non di banditi. Anche nella eroica "rivolta di Varsavia"
del 1944 (più nota come "rivolta del ghetto"),
eseguita dalle forze guerrigliere dell'interno al comando
del gen. Bor-Komorowski. Il Generale, dopo la cattura, venne
considerato "prigioniero" e non venne segregato,
"interrogato" con pressioni fisiche più
o meno moderate, etc., né ovviamente "processato",
(morì nel 1966).
Altre situazioni di "terrorismo" sono quelle di
Palestina e di Cecenia. Infatti in entrambe queste azioni
l'opposizione armata contro la forza occupante comprende
azioni di guerriglia e azioni terroristiche. Ma in senso
proprio queste ultime sono soltanto quelle dirette, nel
primo caso, contro civili nello Stato di Israele (nei "territori
occupati" non esistono "civili israeliani",
ma solo elementi armati ed esercito), nel secondo contro
obbiettivi civili in Cecenia e nella Federazione Russa.
In conclusione si potrebbe affermare che il "terrorismo"
è una azione violenta, sia contro persone che cose,
caratterizzata essenzialmente dall'obbiettivo prescelto,
e non dai mezzi utilizzati (tipo di arma) e neppure dagli
"operatori", cioè da chi compie l'azione
in questione. Infatti sia il presente che il passato forniscono
abbondanti esempi di azioni evidentemente terroristiche
eseguite da personale militare, e per contro di operazioni
militari (essenzialmente di guerriglia) eseguite da civili
volontari, milizie, etc. Le azioni terroristiche sono comunque
sempre da considerare atti criminali, e quindi da punire
(anche se è pura fantasia pensare all'applicazione
del principio verso potenze come gli Stati Uniti o Israele).
Le operazioni di guerriglia sono da considerare illecite,
cioè contro le convenzioni internazionali, solo in
casi particolari. Tanto più che è principio
quasi universalmente accettato il diritto di usare armi
e la forza per resistervi da parte di una popolazione sotto
occupazione straniera. Ovviamente per popolazione non si
intende elementi infiltrati da organizzazioni dichiaratamente
terroristiche.
L'argomento della guerriglia e più in generale della
resistenza a una forza di occupazione straniera meriterebbe,
ovviamente, una trattazione a parte e molto ampia poiché
l'argomento (a differenza del "terrorismo") è
oggetto di studio e riflessione almeno dall'inizio dell'800.
Qui ci siamo limitati a tentare una definizione di cosa
è, e soprattutto cosa non è il terrorismo,
di cui tanto si sente parlare a proposito e a sproposito.
di Antonio Venier (giovedì, 27 gennaio 2005)
fonte: ISTRID
- Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa, anno VI,
n. 87/88/89, sett.-dic. 2003, pp. 21-23
Articolo prelevato dal sito: http://www.aljazira.it