La
filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere
Le affermazioni contenute nel presente testo sono tratte
da documenti ufficiali USA, approvati dal presidente degli
Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai
Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione
della Legge per la Libertà d’Informazione, “Freedom
of Information Act”.
Il messaggio di Hiroshima
Il 6 agosto 1945, quarantuno giorni dopo che
gli Stati Uniti avevano fatto approvare e sottoscrivere a
San Francisco il loro schema per le Nazioni Unite e la "Carta"
con la quale si bandiva in linea di principio il ricorso alla
violenza bellica nelle relazioni fra Stati, e quattro giorni
dopo la conclusione della Conferenza di Potsdam, l'aviazione
americana distrusse la città giapponese di Hiroshima,
di 340.000 abitanti, con la prima bomba atomica usata dall'uomo
sull'uomo nella storia dell'umanità.
Alle 8,15 del mattino tre bombardieri B-29
provenienti da nord a 8.500 metri di quota apparvero improvvisamente
nel cielo. Uno di essi si staccò dalla formazione e
scese in picchiata sulla città, sganciando una unica
bomba di potenza pari a 12,5 chilotoni di TNT, al nucleo di
uranio. Dopo una caduta di circa un minuto, la bomba esplose
a 564 metri d'altezza con una terrificante detonazione producendo
una sfera di fuoco di centinaia di metri di diametro formata
di gas roventi, a una temperatura di oltre 300.000 gradi.
Come un'idra a tre teste, la bomba produsse
tre tipi di forze distruttive: un'onda d'urto di violenza
enorme, procedente alla velocità del suono, che appiattì
al suolo tutti gli edifici per un raggio di due chilometri;
raggi termici con una temperatura superiore a quella della
superficie solare, che produssero bruciature sulle parti esposte
dei corpi umani fino a una distanza di 3 chilometri e mezzo;
e radiazioni propagatesi con la velocità della luce,
la cui efficacia mortale era destinata a perdurare nel tempo.
Il 35% dell'energia totale prodotta dalla bomba consisteva
in raggi termici, circa il 50% dell'energia era contenuto
nell'onda d'urto esplosiva, e circa il 15% era energia radioattiva.
Una colonna di fumo a forma di fungo si levò
pressoché istantaneamente dal centro dell'esplosione
e salì a 3.000 metri di altezza in 48 secondi, e in
otto minuti e mezzo raggiunse i confini fra la troposfera
e la stratosfera.
Circa 20 minuti dopo l'esplosione, su Hiroshima
si sviluppò una tempesta di fuoco causata dalla rarefazione
dell'aria sovrastante la zona colpita dalla bomba; si manifestò
con un forte vento proveniente da tutte le direzioni verso
il centro della zona colpita. Il vento raggiunse una velocità
massima di 60 chilometri circa due o tre ore dopo l'esplosione
e perdurò diminuendo di intensità per circa
6 ore, cambiando più volte direzione, sollevando le
lamiere zincate dei tetti, tizzoni ardenti e materiali infiammati
che mulinavano e ricadevano qua e là portando distruzione
e morte. Il vento fu accompagnato da una pioggia intermittente,
densa e vischiosa, provocata dalla condensazione del vapore
acqueo contenuto nella massa d'aria ascendente. Leggera al
centro e più forte a circa 1.200 metri dal punto zero,
verso nord e verso ovest, la pioggia, definita dalla voce
popolare "la pioggia nera", determinò la
ricaduta a terra di particelle radioattive di cui la nube
atomica era carica e fu causa di un numero enorme di vittime
per contaminazione. Dosi mortali di radiazione iniziale ricaddero
fino a 1.200 metri dal punto zero. Dosi di radiazione semi-mortale
di 400 curies furono constatate a distanze molto maggiori.
La tempesta di fuoco fece sì che ogni materiale o struttura
combustibile fossero distrutti.
Decine di migliaia di persone morirono istantaneamente.
Migliaia di esseri umani, i più vicini al centro delle
esplosioni, letteralmente scomparvero, dissolte dal fuoco
atomico. Nel corso delle due prime settimane dopo i bombardamenti,
il numero dei morti, compresi quelli periti all'istante, superò
i 150.000-160.000. Alla fine di dicembre del 1945 il numero
delle vittime prodotte dalla "malattia atomica"
aveva portato a un totale di 190.000-230.000 (130.000-150.000
per Hiroshima e 60.000-80.000 per Nagasaki).
Quando la radio giapponese in lingua inglese
"Tokio Rose" annunciò che gli effetti delle
radiazioni facevano molti morti fra i sopravvissuti alle esplosioni,
gli ambienti ufficiali a Washington manifestarono viva sorpresa.
Quando il rapporto sui decessi e le malattie causate dalle
radiazioni giunse a Washington, i capi militari respinsero
l'informazione definendola «propaganda giapponese»
non corrispondente «ad alcun dato scientifico conosciuto».
Da allora si discute su due dubbi: l'uno che gli scienziati,
i politici e i militari sapessero poco della bomba quando
decisero di utilizzarla; l'altro, che sapessero tutto e che
abbiano agito con efferato cinismo. Ciò che vi è
di certo è che la malattia atomica ha continuato a
mietere in Giappone decine di migliaia di vittime negli anni
e nei decenni successivi.
Il responsabile militare del progetto per la
bomba atomica riferì al Senato americano sui danni
inferti: «A Hiroshima fu praticamente arsa e distrutta
ogni cosa entro un raggio di due chilometri dal punto dello
scoppio. Fra i 2 e i 3 chilometri dal punto dell'esplosione
la distruzione fu totale, e i danni da incendio parziali.
Da 3 fino a 5 chilometri di raggio, ogni cosa venne distrutta
al 50%. Oltre un raggio di 5 chilometri i danni furono abbastanza
lievi, con rottura dei tetti fino ad una distanza di 8 chilometri.
I vetri si ruppero fino ad un raggio di 20 chilometri»
(1).
Harry Truman, che attendeva informazioni a
bordo dell'incrociatore Augusta al largo delle coste
atlantiche degli Stati Uniti commentò: «È
il più grande giorno della storia». Nella notte
fra il 6 e il 7 agosto parlò alla radio per annunciare:
«È una bomba atomica. Abbiamo dominato l'energia
fondamentale dell'universo. La forza da cui il sole trae la
sua potenza è stata lanciata contro coloro che hanno
portato la guerra in Estremo Oriente».
Alle 11,02 del 9 agosto 1945, tre giorni dopo,
una seconda bomba atomica, questa al nucleo di plutonio e
di una potenza quasi doppia rispetto a quella di Hiroshima,
pari a 22 chilotoni di TNT, fu sganciata sulla città
di Nagasaki, popolata di 195.000 abitanti. Lo stesso giorno,
conformemente agli impegni presi a Yalta, l'URSS dichiarò
guerra al Giappone.
Il 10 agosto Truman parlò di nuovo alla
radio. Dopo una esposizione ottimistica della situazione internazionale
all'indomani della Conferenza di Potsdam e un breve commento
sull'entrata delle truppe sovietiche in Manciuria, il presidente
illustrò agli Americani l'importanza dell'impiego della
nuova bomba. Nello stesso tempo, il messaggio radiofonico
forniva al mondo una indicazione inequivoca su ciò
che vi era da attendersi dagli Stati Uniti: «(...) In
questi primi attacchi desideravamo evitare quanto più
possibile di uccidere dei civili. Ma non è che un avvertimento.
Se il Giappone non si arrenderà, altre bombe saranno
sganciate sulle sue industrie belliche e, purtroppo, migliaia
di civili moriranno. Invito i Giapponesi ad abbandonare immediatamente
le città industriali e a sottrarsi alla distruzione.
La bomba atomica è troppo pericolosa per essere consegnata
ad un mondo senza legge. Per questo motivo la Gran Bretagna,
gli Stati Uniti e il Canada, che possiedono il segreto della
sua produzione, non hanno l'intenzione di rivelarlo, fino
a che non si saranno trovati i mezzi per controllare questa
bomba e per proteggerci, noi e il resto del mondo, da una
distruzione totale. Ci costituiamo in depositari di questa
nuova forza, al fine di evitare che ne sia fatto un uso pericoloso,
e per orientarne l'utilizzo per il bene dell'umanità».
La frase conclusiva conteneva una esplicita
affermazione di egemonia universale di cui l'arma nucleare
si annunciava come lo strumento: «Siamo in grado di
dire che usciamo da questa guerra come la nazione più
potente del mondo. La nazione più potente, forse, di
tutta la storia» (2).
Era la proclamazione della "Pax americana", divenuta
poi sinonimo di guerra atomica.
Il numero complessivo delle perdite umane causate
dai due bombardamenti non ha mai potuto essere stabilito con
esattezza, ma si dà la cifra di 300.000 morti come
la più vicina alla realtà.
La questione se l'uso dell'arma atomica sul
Giappone con il sacrificio di trecentomila vite sia stato
o no militarmente necessario per ottenerne la resa è
una di quelle che più hanno tormentato le generazioni
che sono state testimoni dell'avvento dell'era atomica. Abbiamo
visto nel capitolo precedente che Stalin a Potsdam comunicò
a Truman l'intenzione di resa dell'imperatore Hirohito. Ma
il governo americano aveva già ricevuto in giugno direttamente,
attraverso un canale diplomatico portoghese, un'offerta di
resa immediata del Giappone. La sola condizione posta era
che fosse preservata la monarchia nipponica.
Le due bombe atomiche furono sganciate sul
Giappone, ma chi era il vero destinatario?
La ricerca storica ha seppellito l'idea che
il lancio delle due atomiche possa avere avuto come obiettivo
quello di costringere il Giappone alla resa. Giova forse insistere
brevemente sull'argomento per sgomberare il terreno da ogni
dubbio.
Già il rapporto finale dell'aviazione
statunitense sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki (3)
smentì le tesi ufficialmente sostenute da Truman secondo
le quali i Giapponesi si erano arresi solo dopo aver constatato
la propria impotenza di fronte alla forza distruttiva della
bomba atomica. Il rapporto affermava testualmente che «(...)
certamente prima del 31 dicembre 1945 e con ogni probabilità
prima del 1° novembre 1945 [data prevista per l"'Operazione
Olympic", cioè per l'invasione del Giappone da
parte dell'esercito degli Stati Uniti] i Giapponesi si sarebbero
arresi anche se la bomba atomica non fosse stata usata e anche
se nessuna invasione fosse stata contemplata». Questa
conclusione era confermata anche dalla prima stesura originale
del rapporto finale dell'esercito sulla guerra condotta contro
il Giappone. Il rapporto rivelava che l'Alto Comando giapponese
aveva già preso la decisione di arrendersi il 26 giugno
1945, più di un mese prima del bombardamento di Hiroshima.
Tutti i documenti militari un tempo segreti e ora divenuti
di pubblico dominio smentiscono la pretesa di Truman che l'atomica
sia servita a salvare le vite di un milione di soldati americani.
Il Comitato degli Stati Maggiori Riuniti per la pianificazione
della guerra era giunto alla conclusione già il 15
giugno 1945, due mesi prima di Hiroshima, che l'Operazione
Olympic di invasione dell'isola giapponese di Kyushu prevista
per il 10 novembre 1945, sarebbe costata forse 20.000 morti.
Se ciò non fosse bastato a determinare il crollo finale
del Giappone, un secondo sbarco nelle pianure di Tokyo avrebbe
dovuto aver luogo intorno al 1° marzo 1946. Anche per
questa seconda operazione i pianificatori prevedevano perdite
non superiori a 20.000 uomini. Ma questi documenti sono rimasti
inaccessibili per decenni. Truman continuò invece incessantemente
a gonfiare le cifre. Quando era presidente diceva che le bombe
di Hiroshima e Nagasaki avevano salvato le vite di 250.000
uomini; nel 1955 dichiarò che ordinando il bombardamento
atomico aveva salvato le vite di mezzo milione di uomini,
e finì per sostenere che la "saggia" decisione
di atomizzare 300.000 Giapponesi aveva impedito a un milione
di Americani di morire nell'invasione del Giappone (4).
Già nel 1948 il fisico inglese Blackett
nel suo studio Military and Political Consecuences of Atomic
Energy, Conseguenze militari e politiche dell'energia
nucleare, era giunto alla conclusione, analizzando tutti i
dati conosciuti fino a quel momento, che il bombardamento
di Hiroshima e Nagasaki non aveva avuto alcun valore militare.
Blackett fu poi seguito in questa interpretazione
dei fatti da altri scrittori, anche americani, come Norman
Cousin e Thomas Finletter. Quest'ultimo era un uomo dell'establishment
e fu a capo prima dell'Air Policy Committee e poi della missione
per il Piano Marshall a Londra.
Il ragionamento che questi autori, di ispirazione
ideologica molto differente fra loro, sviluppano, è
a un dipresso il seguente: all'inizio dell'agosto 1945 la
motivazione originale della "corsa alla bomba",
vale a dire il timore di vedere la Germania nazista vincere
la competizione scientifica e tecnologica, non esisteva più.
Hitler si era suicidato e la guerra in Europa era finita da
due mesi. Il Giappone era già vinto e pronto a firmare
la resa. La flotta e l'aviazione giapponesi erano state praticamente
distrutte e gli aerei americani dominavano sia il territorio
che le acque costiere del Giappone. Esistevano ancora un forte
esercito sul territorio nazionale e l'armata del Kwantung
dislocata in Manciuria, ma già a Tokio si discuteva
dell'opportunità di arrendersi. L'invasione del territorio
giapponese non era prevista prima del novembre 1945. È
evidente che non esistevano motivi urgenti di carattere militare
che potessero giustificare tanta precipitazione nell'impiegare
le bombe atomiche. Precipitazione è il termine esatto.
Soltanto tre settimane separarono il giorno in cui si accertò
che era possibile usare la bomba atomica da quello in cui
essa fu effettivamente impiegata contro il Giappone. Senza
dubbio, in tutta la storia della tecnica militare, non vi
è altro esempio di una simile precipitazione nell'uso
di una nuova arma. Stimson rivelò successivamente che
quelle bombe erano le uniche in possesso degli Stati Uniti
in quel momento e che la fabbricazione procedeva molto lentamente.
Quali furono, quindi, i motivi di tanta fretta?
Secondo gli autori menzionati un'altra considerazione
si aggiunge per portarci alla conclusione che Truman e i suoi
generali furono sospinti da una fretta diabolica derivante
da motivi inconfessati. I governanti di Washington potevano
facilmente prevedere le ripercussioni sfavorevoli che avrebbe
avuto in tutto il mondo l'uso di un'arma così terrificante
contro le popolazioni civili. Senza dubbio, i dirigenti americani
dovettero rendersi conto della tremenda responsabilità
che gli Stati Uniti si assumevano impiegando la bomba atomica
e delle incalcolabili conseguenze che una tale decisione avrebbe
avuto nel futuro. Il rapporto sugli «Aspetti sociali
e politici della scoperta dell'energia atomica», steso
dal cosiddetto "Comitato Franck" (5)
e presentato al presidente degli Stati Uniti nel giugno del
1945, già ammoniva esplicitamente il governo a non
usare la bomba atomica sulla popolazione civile. Questo Comitato
comprendeva i più quotati fisici atomici americani
e, certamente, aveva a Washington una considerevole influenza.
Perché presidente, governo e Stato Maggiore
si siano risolti a passar sopra a una così autorevole
raccomandazione, i motivi devono forzatamente essere stati
gravi, impellenti e non di ordine militare.
I tre autori identificano questa motivazione
nell'impegno che l'Unione Sovietica aveva assunto di intervenire
contro il Giappone tre mesi dopo la fine della guerra in Europa.
Tale impegno scadeva l'8 agosto 1945. Ecco come Blackett descrive
le considerazioni che portarono gli strateghi di Washington
alla decisione di bombardare: «Si consideri la situazione
quale dovette apparire a Washington sulla fine del luglio
1945. Dopo una lotta vittoriosa, ma aspramente combattuta,
le forze americane avevano distrutto la marina giapponese
e la flotta mercantile, gran parte dell'aviazione e molte
divisioni dell'esercito, ma non si erano ancora scontrate
con il grosso delle forze terrestri. Se le bombe non fossero
state lanciate, la progettata offensiva sovietica in Manciuria,
così a lungo richiesta e così favorevolmente
accolta (almeno ufficialmente), avrebbe comunque raggiunto
i suoi scopi secondo i piani prestabiliti. Doveva averlo previsto
chiaramente l'AltoComando alleato, che ben conosceva
la grande superiorità delle armate sovietiche in mezzi
corazzati, artiglierie e aviazione. Senza il lancio delle
bombe, l'America avrebbe visto le armate sovietiche impegnare
in battaglia la maggior parte dell'esercito giapponese, invadere
la Manciuria e fare mezzo milione di prigionieri. E tutto
questo sarebbe accaduto mentre l'esercito americano si trovava
lontano dal territorio nipponico, a Iwojima e Okinawa»
(6).
Ecco perché in tutta fretta le due bombe atomiche -
le uniche esistenti - furono trasportate attraverso il Pacifico
per essere sganciate su Hiroshima e Nagasaki, appena in tempo
per ottenere che il governo giapponese si arrendesse unicamente
alle forze americane.
Questa, per Blackett, fu la ragione reale per
cui venne usato precipitosamente tutto l'arsenale atomico
esistente su Hiroshima e Nagasaki: fare in modo che il Giappone
si arrendesse esclusivamente a MacArthur e all'esercito degli
Stati Uniti. L'offensiva sovietica seguì vittoriosamente
il corso prestabilito, ma passò quasi inosservata tra
la sensazione destata nel mondo dallo sganciamento delle due
atomiche. Senza l'offensiva nucleare americana sarebbe toccato
all'Armata Rossa sconfiggere sul campo di battaglia il grosso
delle forze terrestri giapponesi. In tal caso la dimensione
della vittoria ottenuta dall'Unione Sovietica nella seconda
guerra mondiale si sarebbe ingigantita e l'influenza dell'URSS
si sarebbe grandemente estesa in Oriente e in tutto il mondo.
Il bolscevismo sarebbe stato il vero trionfatore del conflitto.
Anche Cousins e Finletter hanno portato validi
argomenti a favore della tesi secondo la quale il motivo fondamentale
della decisione di impiegare le bombe atomiche contro il Giappone
fu di natura politica e non militare. Parlando dal punto di
vista americano si sono chiesti innanzitutto se sarebbe stato
possibile dare ai Giapponesi e al mondo una dimostrazione
della potenza delle atomiche mediante un esperimento effettuato
sotto il controllo delle Nazioni Unite per presentare poi
un ultimatum al Giappone, rovesciando così sui
Giapponesi stessi il peso della responsabilità. La
risposta al quesito è negativa. Per Cousins e Finletter
non c'era più tempo sufficiente, tra il 16 luglio,
data dell'esperimento nel Nuovo Messico che dimostrò
la possibilità di usare la bomba, e l'8 agosto, data
in cui scadeva l'impegno preso dall'Unione Sovietica a intervenire
contro il Giappone, per fare tutti i complicati preparativi
richiesti da una esplosione atomica sperimentale. E concludono:
«No, era impossibile effettuare un esperimento del genere
se lo scopo reale era quello di mettere in ginocchio il Giappone
prima che la Russia intervenisse». Senza falsi pudori
i due autori, che come ripetiamo vedono le cose dal punto
di vista americano, scoprono le carte, giustificando pienamente
la distruzione esemplare di Hiroshima e Nagasaki ed esplicitandone
il vero motivo. Dicono infatti: «E si può sostenere
che questa decisione era giusta; che si trattava del legittimo
esercizio della politica di potenza in un mondo crudele e
tempestoso; che, agendo così, abbiamo evitato
una lotta per il controllo effettivo del Giappone, quale vi
è stata invece in Germania e in Italia; infine, che
se noi non fossimo usciti dalla guerra in netto vantaggio
sulla Russia, non avremmo avuto nessuna possibilità
di opporci alla sua espansione» (7).
In base a tutte queste considerazioni, è
difficile non condividere la conclusione, cui giunge Blackett,
che «il lancio delle bombe atomiche, più che
l'ultimo avvenimento militare della seconda guerra mondiale,
rappresenta il primo atto della guerra fredda contro l'Unione
Sovietica».
Questa interpretazione delle origini della
guerra fredda è ormai ben documentata e sostenuta da
tutta una nuova generazione di storici quali Gar Alperowitch,
Barton J. Bernstein, Gregg Hèrken, Martin J. Sherwin
e Daniel Yergin. Sarebbe ozioso insistere sull'argomento e
rimandiamo i lettori a questi autori per maggiore documentazione.
NOTE
1. Rapporto ufficiale dell'Army's Manhattan
District Corps of Engineers.
2. Per obiettività bisogna dire che
il 10 agosto 1945 Truman non poteva avere notizie esatte sul
genocidio perpetrato a Hiroshima. La radio giapponese aveva
dato laconicamente la notizia dell'esplosione con il seguente
comunicato: «La città di Hiroshima essendo stata
sorvolata dal nemico che utilizzava una nuova bomba ha subito
danni considerevoli». Tuttavia gli scienziati che avevano
fabbricato la prima atomica avevano previsto 20.000 morti
(il testo del discorso di Truman è ripreso dal quotidiano
Le Monde di Parigi dell'11 agosto 1945).
3. Report on the Pacific War, US Air
Force -United States Strategic Bombing Survey, Washington,
1946. Alla distruzione di Nagasaki assistette anche il rappresentante
di Churchill, capitano Leonard Chesire.
4. Joint War Plan Committee, 369/1, June 15,
1945, file 384, Japan (5-3-44), Records of the Army Staff,
Record Group 319, JCS; vedi anche Barton J. Bernstein, «A
Postwar Myth: 500.000 US Lives Saved», Bulletin oJ
the Atomic Scientists, Giugno/Luglio 1986, pagg. 38-40.
5. E. H. S. Burhop, Op. cit., pagg.
136-137; vedi anche Marc Ferro (a cura di),
Hiroshima, la bombe, Parigi, 1986, pag.
38.
6. P. M. S. Blackett, Conseguenze politiche
e militari della guerra atomica, Torino, pag. 184; vedi
anche Gregg Herken, The Winning Weapon: The Atomic Bomb
in the Cold War, 1945-1950, New York, 1980, pag. 343.
7. Norman Cousin e Thomas Finletter, in Saturday
Review oJ Literature, Washington, 15 Giugno 1946. Ai lettori
desiderosi di approfondire l'argomento segnaliamo alcune opere
significative. Fra le memorie e le testimonianze, Avoir
détruit Hiroshima, Parigi, 1962; Michihiko Hachiya,
Journal d'Hiroshima, Parigi, 1956; Dr. Shuntaro Hida,
Little Boy, Parigi, 1984; Robert Junck, Vivre à
Hiroshima, 1960; Plus Jamais: Le combat pour la paix des survivants
d'Hiroshima, Parigi, 1982; Filippo Gaja, Cronaca di
un bombardamento atomico, Milano, 1985. Fra i lavori storici:
James Byrnes, Cartes sur table, Parigi, 1947; John
Ehrman, Grand Strategy. History of the Second World War,
Londra, 1956; Beltrand Goldsmith, L'aventure atomique,
Parigi, 1962; Margaret Gowing, Dossier secret des relations
atomiques entre alliés, 1939- 1945, Parigi, 1965;
Robert Guillain, La guerre au Japon, Parigi, 1979;
Robert Junck, Plus clair que mille soleils, Parigi,
1958; Peter Wyden, Day One: Before Hiroshima and After,
New York, 1985.
Da "Il Secolo Corto", Filippo Gaja,
Edizioni Maquis