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Echi da Dien Bien Phu
La «vittoria di Valmy» dei popoli colonizzati


Il 20 luglio 2004 ricorre il conquantesimo anniversario degli accordi di Ginevra, che misero fine alla guerra d'Indocina. Sei settimane prima, l'esercito francese aveva subìto una schiacciante sconfitta nella conca di Dien Bien Phu: un segnale per tutti i popoli in cerca di indipendenza. I primi a coglierlo saranno gli algerini che, con la Ognissanti rossa, il primo novembre 1954, inizieranno la loro insurrezione.

Cinquant'anni or sono, il 20 luglio, a Ginevra, i negoziatori francesi e vietnamiti firmavano gli accordi di cessate il fuoco, garantiti dall'autorità della comunità internazionale: gli Stati uniti (non propriamente entusiasti), il Regno unito, l'Unione Sovietica e soprattutto la Cina popolare (la quale partecipava per la prima volta a una conferenza internazionale) «prendevano atto». Alcune settimane prima, il 7 maggio 1954, gli ultimi difensori del campo di Dien Bien Phu, sfiniti, distrutti da una battaglia ininterrotta di 55 giorni, avevano ammesso, la morte nel cuore, la superiorità dell'avversario. Una guerra si concludeva.
I «Viets», questi «piccoli uomini gialli», un tempo così disprezzati, avevano avuto ragione di uno tra i primi eserciti d'Europa, sostenuto dal potente alleato americano. L'eco che questo avvenimento ebbe nel mondo colonizzato o dominato, in particolare nell'oltremare francese, fu enorme: i colonialisti avevano subito una disfatta, un esercito regolare era stato battuto.
Il presidente del governo provvisorio della Repubblica algerina (Gpra), Ben Youcef Ben Khedda, ricorda:«Il 7 maggio 1954, l'esercito di Ho Chi Minh infligge al corpo di spedizione francese in Vietnam l'umiliante disastro di Dien Bien Phu. Questa disfatta francese agisce come un potente detonatore in quanti pensano che la scelta dell'insurrezione a breve termine sia oramai l'unico rimedio, l'unica strategia possibile [...]. L'azione diretta prende il sopravvento su ogni altra considerazione e diventa la priorità delle priorità (1)». Tre mesi appena dopo Ginevra, scoppia l'insurrezione algerina di Ognissanti, il l° novembre 1954.
Prima di Dien Bien Phu, molto al di là dell'Algeria, la lotta politico-militare condotta dal Vietminh, l'organizzazione politico-militare fondata da Ho Chi Minh, ha avuto un forte impatto sui colonizzati nazionalisti - quelli che la vulgata del tempo chiamava con sdegno gli «evoluti», ma anche su alcuni esponenti delle popolazioni più miserabili. E questo fin dall'inizio. Il 6 marzo 1946, i delegati, francese (Jean Sainteny) e vietnamita (Ho Chi Minh), sottoscrivono un accordo a Hanoi. Parigi riconosce la «Repubblica del Vietnam» in quanto «Stato libero, con il proprio governo, il proprio parlamento, il proprio esercito, le proprie finanze, in seno all'Unione francese». Il concetto di indipendenza è stato accuratamente scartato. Ma poco importa: s'impone l'idea che la Francia sia sul punto di costruire felicemente un sistema di relazioni nuove con le sue colonie. Dal 21 al 26 marzo 1946, quando l'Assemblea costituente analizza la situazione dell'oltremare, molti membri eletti citano l'esempio indocinese: Lamine Gueye (Africa occidentale francese (2)), Raymond Vergès (Isola della Riunione)... soprattutto i deputati del Movimento democratico di rinnovamento malgascio (Mdmr) presentano alla Costituente una proposta di legge che riprende alle lettera le formule del 6 marzo: la Francia riconosce Madagascar come uno «Stato libero, con un suo governo...», ecc. La maggioranza si rifiuta - naturalmente - di prendere in considerazione questa richiesta. Ma il contagio andrà avanti e per molti paesi colonizzati il Vietnam diventa un modello. Tanto più che i negoziati tra la Francia e i nazionalisti vietnamiti proseguono. Sorge la speranza di un accordo fondato sulla buona volontà della «nuova Francia». Al punto che Ho Chi Minh si reca a Parigi per trattare, in vista di uno statuto definitivo per il suo paese. Se ne tornerà a casa senza un nulla di fatto. Ma questo singolare ometto, così riservato, così modesto, si è ormai conquistato un immenso prestigio agli occhi dei nazionalisti delle altre colonie. Sebbene la sua attività passata, quando ancora si chiamava Nguyen Ai Quoc, sia stata a lungo ignorata, in quell'estate del 1946 le cose cambiano. La fondazione dell'Unione intercoloniale, la pubblicazione di Paria negli anni 1920, la sua attività di rivoluzionario professionale nell'Internazionale comunista negli anni trenta , sono cose note. La sua fama di incorruttibile patriota ha largamente oltrepassato i confini del suo paese. Nonostante egli sia ancora relativamente giovane (ha 56 anni), molti colonizzati nelle altre regioni dell'Impero lo considerano in qualche modo come un «grande fratello». Jacques Rabemananjara, uno dei primi dirigenti del Mdrm, rimarrà colpito, incontrandolo, dal misto di fermezza quanto all'obbiettivo finale (l'indipendenza) e di duttilità quanto alla forma-accettazione del quadro dell'Unione francese (3).
Eppure, a fine novembre 1946, la guerra ricomincia. L'eco del nome di Ho Chi Minh risuona ancora nel grande Vel d'Hiv' a Parigi, il 5 giugno 1947. Gli «eletti d'oltremare» tengono un incontro sul tema «L'Unione francese in pericolo». Al conflitto franco-vietnamita si aggiunge in quel momento la repressione a Madagascar. Prendono la parola uomini politici che saranno chiamati a un futuro diverso: il futuro presidente della Costa d'Avorio, Félix Houphouët-Boigny per il Rassemblement démocratique africain (Rda, all'epoca legato al gruppo comunista dell'Assemblea), il poeta Aimé Césaire per il partito comunista francese (Pcf), il futuro presidente dell'Assemblea nazionale senegalese Lamine Gueye per il partito socialista Sfio, un algerino presentato come «Chérif» per il Manifesto algerino di Ferhat Abbas (4)...
Diversi interventi mostrano che i colonizzati guardano ai partigiani Vietminh, questa «Lega per l'indipendenza del Vietnam» che ha osato sfidare la potenza tutelare francese. Resisterà il Vietminh alla forza infinitamente superiore del corpo di spedizione francese? Gli studenti originari delle colonie, che vivono nella metropoli, seguono anch'essi con attenzione. All'epoca, i comunisti esercitano una notevole influenza su questi ambienti, molto attivi nel denunciare il colonialismo.
Nelle colonie invece, la censura pignola e la repressione non consentono di esprimere la solidarietà alla luce del giorno. Ciononostante, alcuni documenti del Rda nell'Africa nera o del Pcf in Algeria si riferiscono apertamente alla lotta del popolo vietnamita (5). Nel 1949, lo scrittore Maurice Genevoix viaggia in Africa. Come spesso si usava in quegli anni, egli torna a casa con un libro di appunti presi dal vivo e di riflessioni sulla situazione. «Ovunque io sia andato - egli scrive - in Tunisia, Algeria, Marocco, Senegal, Sudan, Guinea, Costa d'Avorio o Niger, si vedeva immediatamente che l'importanza degli avvenimenti in Indocina era anticipatamente ritenuta decisiva.
I silenzi su questo punto erano più eloquenti delle parole (6)».
Anche nel Nord Africa, giungono voci di quanto sta succedendo. All'inizio del 1949, un noto ministro del governo di Ho Chi Minh, il dott. Pham Ngoc Thach, aveva scritto ad Abd El-Krim (7), in esilio al Cairo, per chiedergli di lanciare un appello ai soldati magrebini di stanza in Indocina. Il vecchio leader del Rif aveva aderito volentieri: «La vittoria del colonialismo, anche all'altro capo del mondo, è la nostra disfatta e il fallimento della nostra causa. La vittoria della libertà in qualunque posto del mondo, è la nostra vittoria, il segnale che la nostra indipendenza è vicina» (8).
L'anno dopo, il partito comunista marocchino, contattato dal Vietminh tramite il Pcf, invia presso Ho Chi Minh, un membro del suo comitato centrale, Mohamed Ben Aomar Lahrach (9). Questi, noto ai magrebini con il nome di «generale Maarouf», o di «Anh Ma» per i vietnamiti, svolgerà permanentemente una funzione molto importante, moltiplicando gli appelli alla diserzione ai fratelli membri del corpo di spedizione o impegnandosi nella formazione politica marxista dei prigionieri o dei combattenti giunti dal Nord Africa (10). Ovviamente, il susseguirsi di rovesci dell'esercito francese in Indocina rinforzerà la coscienza della solidarietà tra colonizzati, un po' ovunque nell'Unione francese.
Ad esempio, è nei porti algerini (Orano, Algeri) e non nella metropoli, che i portuali, per primi, rifiutano di caricare materiali bellici destinati all'Indocina. I dirigenti francesi non mancano di fare l'analisi della situazione.
Al concetto di solidarietà tra colonizzati fa eco quello di solidarietà tra colonizzatori. Nel libro citato sopra, Maurice Genevoix conclude, dopo quanto ha osservato in Africa: «Quando si rompe il cordone che trattiene le perle di una collana, tutte le perle si sfilano: il problema dell'Impero è uno solo». Eppure i francesi giungono a conclusioni opposte. Presso i fautori della guerra, la volontà di cimentare l'Unione francese si coniuga con l'anticomunismo di principio. Essi puntano sull'effetto di contagio di una vittoria: dimostrare la propria forza in Indocina per non doversene servire altrove... Così Georges Bidault, più volte ministro degli esteri nei primi anni cinquanta, afferma a chi lo vuole intendere che l'Unione francese costituisce «un blocco»: la capitolazione in una delle sue aree determinerà il crollo dell'intero edificio (11). I più conservatori, nostalgici dell'ex partito coloniale (i deputati Frédéric Dupont o Adolphe Aumeran, i giornalisti Robert Lazurick o Rémy Roure), affermano chiaro e netto che soltanto la «maniera forte» in Indocina imporrà il silenzio agli «pseudo-nazionalisti indigeni». Al contrario, una parte del mondo politico francese ritiene che l'Indocina sia ormai persa e teme che la disfatta sia... contagiosa. In particolare, Pierre Mendès-France, fin dall'autunno 1950, afferma che la battaglia è persa. La Francia non ha più le forze necessarie per far fronte ai conflitti che si aprono ovunque nel mondo. Occorre ammettere la realtà: a termine, la guerra in Asia minaccia pesantemente «la nostra prospettiva africana, la sola valida», scrive François Mitterrand (12). Meglio sarebbe amputare il membro asiatico prima che la cancrena invada tutto l'organismo. «Occorre isolare il caso dell'Indocina», aggiunge Mitterrand. Non per caso è la stessa coppia Mendès-Mitterand che chiude il caso Indocina per poi irrigidirsi sull'Algeria. Ma queste posizioni non trovano ascolto e, nella primavera 1954, si giunge alla catastrofe di Dien Bien Phu. Quale eco ebbe nelle altre colonie francesi? Manca ancora uno studio serio dell'opinione pubblica - in particolare un esame dei rapporti di polizia - e della stampa. Tuttavia vari segnali danno a pensare che in molte case la gente si sia rallegrata, da Algeri ad Antananarivo a Dakar. Il giorno 11 maggio 1954, a quattro giorni dalla disfatta, il gollista Christian Fouchet rivela che diversi francesi residenti in Marocco hanno ricevuto lettere anonime che annunciavano: «Casablanca sarà la vostra seconda Dien Bien Phu (13)». E, come attestano i Diari di Ben Khedda, i nazionalisti algerini hanno deciso di accelerare la preparazione dell'insurrezione armata (14). Una cosa è certa: Dien Bien Phu non è soltanto entrato nella storia di due paesi - per la Francia come simbolo di una ostinazione anacronistica che sfocia nella catastrofe, per il Vietnam come quello della riconquista dell'indipendenza nazionale. Ovunque nel mondo, la battaglia è stata accolta come una rottura annunciatrice di altre lotte. Appena spento nella conca del «Tonchino», l'odore della polvere si spande nel massiccio dell'Aurès. E l'eco della battaglia non ha atteso il primo anniversario per vedere riuniti, a Bandung (15), i «dannati della terra». Nel 1962, nella prefazione di La Nuit coloniale, il leader nazionalista algerino Ferhat Abbas scrive: «Dien Bien Phu non fu soltanto una vittoria militare. Questa battaglia rimane un simbolo. È il Valmy dei popoli colonizzati. È l'affermazione dell'uomo asiatico e africano di fronte all'uomo europeo. È la conferma dei diritti umani su scala universale. A Dien Bien Phu, la Francia ha perso l'unica legittimazione della sua presenza, vale a dire il diritto del più forte (16)». Dodici anni dopo, in occasione della celebrazione del ventesimo anniversario della battaglia, Jean Pouget, ex ufficiale del corpo di spedizione, amaro ma lucido, scrive: «La caduta di Dien Bien Phu segna la fin dell'epoca della colonizzazione e inaugura l'era dell'indipendenza del terzo mondo. Oggi, non v'è rivolta, ribellione o insurrezione, in Asia, in Africa o in America, che non faccia riferimento alla vittoria del generale Giap. Dien Bien Phu è diventato il 14 luglio della decolonizzazione (17)».


note:

* Storico, autore, in particolare, di Credo de l'homme blanc, prefazione di Albert Memmi, ed. Complexe, Bruxelles, 2002. Prossima pubblicazione, in collaborazione con Serge Tignères, di Dien Bien Phu, mythes et réalités. Les échos d'une bataille, 1954-2004, Les Indes Savantes, Parigi.
(1) Les origines du 1er novembre 1954, Dahlab, Algeri, 1989; citato da Benjamin Stora, «Un passé dépassé? 1954, de Dien Bien Phu aux Aurès», documento dattiloscritto di un convegno, Hanoi, aprile 2004.

(2) Creata nel 1895, l'Africa occidentale francese (Aof) traggruppava in una federazione i territori del Senegal, della Mauritania, del Sudan, dell'Alto Volta (oggi Burkina Faso), della Guinea, del Niger, della Costa d'Avorio e del Dahomey (oggi Benin) con Dakar capitale.

(3) La Costituzione del 1946 chiamava così l'insieme formato dalla Repubblica francese (Francia metropolitana, dipartimenti e territori d'oltremare) e i territori e Stati associati. Si veda Jacques Tronchon, L'Insurrection malgache de 1947. Essai d'interprétation historique, Maspero/Cnrs, Parigi, 1974.
(4) L'Humanité, 6 giugno 1947.

(5) Si veda Au service de l'Afrique noire. Le Rassemblement Démocratique Africain dans la lutte anti- impérialiste, opuscolo del 1949.
(6) Afrique blanche, Afrique noire, Flammarion, Parigi, 1949.
(7) Leader indipendentista marocchino, negli anni 1920 dirige la lotta contro spagnoli e francesi. Verrà in seguito esiliato nell'isola della Riunione. Nel 1947 andrà a vivere al Cairo dove animerà un Comitato per la liberazione del Maghreb.
(8) Cfr. Abdelkrim Khattabi et son rôle dans le Comité de libération du Maghreb, citato in Abdallah Saaf, Histoire d'Anh Ma, Parigi, L'Harmattan, 1996.

(9) Cfr. Abdallah Saaf, op. cit.

(10) Cfr. Nelcya Delanoë, Poussières d'Empire, Parigi, Puf, 2002.

(11) Cfr. Jacques Dalloz, Georges Bidault, biographie politique, L'Harmattan, Parigi, 1993.

(12) Aux frontières de l'Union française. Indochine, Tunisie, Paris, Julliard, Parigi, 1953.

(13) Journal officiel, Parigi, 11 maggio 1954.

(14) Cfr. la testimonianza di Mohamed Harbi, «L'écho sur les rives de la Méditerranée», Carnets du Vietnam, febbraio 2004.

(15) Primo incontro, nell'aprile 1955, dei paesi non allineati: 29 stati vi sono rappresentati, tra cui l'Indonesia di Sukarno, la Cina di Mao Tse Tung, l'India di Nehru e l'Algeria che ha appena avviato la sua guerra di liberazione.

(16) Julliard, Parigi, 1962.

(17) «Le mythe et la réalité», Le Figaro, 7 maggio 1974.
(Traduzione di M.G.G.)

Di: Alain Ruscio
Da: LE MONDE diplomatique - Luglio 2004



Pagina inserita nel sito www.polesine.com il 03-Dic-2005

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