Il
declino degli USA nel dopo-Guerra Fredda e la fine dell’egemonia
in America Latina
La fine delle Guerra Fredda può essere
considerata allo stesso tempo come la cosa migliore e peggiore
mai capitata agli Stati Uniti. Da un lato, il rovinoso collasso
dell’URSS significò la vittoria totale degli
Stati Uniti. In un unico, drammatico momento il principale
antagonista militare degli Stati Uniti era stato sconfitto
mentre la minaccia putativa del comunismo sembrava subire
un rovescio irrevocabile, se non addirittura una confutazione
storica per la scomparsa dello stato-nazione che ne era stato
il maggiore e più antico patrocinatore; le politiche
antisovietiche di Washington apparvero quindi giustificate
mentre sembravano finalmente realizzate le condizioni globali
per l’egemonia USA descritte da Neil Smith e perseguite
sin dall’amministrazione Wilson: un mercato mondiale
aperto. La tracotanza statunitense si manifestò in
modo eclatante quanto prevedibile. D’altro canto, tuttavia,
la scomparsa del loro principale avversario ha fatto emergere
difficoltà enormi e potenzialmente insormontabili.
Le massicce spese militari che sovvenzionavano l’economia
degli Stati Uniti si trovarono prive di una giustificazione
politica per la prima volta da quando il Lend Lease Act,
la Legge sugli affitti e prestiti di Franklin Delano Roosvelt,
aveva salvato il capitalismo da se stesso; era improvvisamente
venuto meno uno strumento di propaganda di enorme efficacia
sia per reprimere le rivendicazioni delle classi lavoratrici
e sia per mantenere il controllo sociale; la scomparsa di
un’ideologia politico-economica manifestamente alternativa
che aveva ispirato gli Stati Uniti ad avanzare sul cammino
delle riforme dei diritti civili minacciava di creare un
auto-compiacimento totalmente nuovo e forse terminale; ed
era sparita anche la nominale ragion d’essere di una
politica estera aggressiva per “proteggere”
gli alleati dalla presunta minaccia sovietica mentre, nel
Terzo Mondo, ribelli e lacchè di turno venivano rovesciati
o mandati al potere a seconda delle necessità. Gli
strascichi della fine della Guerra Fredda possono essere
individuati all’interno degli Stati Uniti ma anche
a livello internazionale, politico, economico, militare
ed ideologico. La presente analisi è dedicata agli
effetti di questi strascichi sulle relazioni tra gli Stati
Uniti e l’America Latina.
Quando affermiamo che gli Stati Uniti hanno “perso”
l’America Latina, ovviamente adottiamo lo stesso linguaggio
degli strateghi di Washington che aspirano a “possederla”,
vale a dire di quanti si adoperano per tenere alla larga
eventuali rivali stranieri come stabilito dalla Dottrina
Monroe e, nel contempo, foraggiano governanti locali compiacenti
verso gli investimenti ed il saccheggio perpetrati dalle
industrie statunitensi. Washington ha perso su entrambi
i fronti. Infatti, come fa notare Noam Chomsky, i suoi avversari
imperiali come la Cina stanno stipulando accordi finanziari,
militari ed energetici con gli stati latinoamericani mentre
un numero crescente di questi ultimi fa sempre più
apertamente orecchie da mercante ai diktat di Washington.
Il tradizionale responso statunitense della rimozione forzata
dei governi non graditi sembra ormai essere neutralizzato,
almeno in Venezuela, dove il tentativo di rovesciare Hugo
Chávez è stato un fallimento umiliante che
non ha fatto altro che consolidare il regime preso di mira.
Analogamente, coraggiosi leader nazionalisti sono andati
mettendosi al riparo dal tradizionale metodo del dominio
giorno per giorno sull’America Latina perpetrato con
la clava delle politiche economiche di FMI e WTO che acceleravano
il massiccio e sistematico trasferimento di ricchezza latinoamericana
agli Stati Uniti.
Con il crollo del blocco socialista vaste regioni tenute
precedentemente in quarantena dall’Occidente si ritrovarono
esposte alla penetrazione del capitalismo creando le condizioni
per il conseguente e logico colpo di mano degli Stati Uniti.
Gli aspetti economici di questo colpo di mano, tuttavia,
trascendono notevolmente l’ambito della Guerra Fredda.
L’età dell’oro del capitalismo postbellico
si era già rovinosamente conclusa nel 1973. La crisi
di sovrapproduzione / sottoconsumo si sarebbe dimostrata
insanabile innescando, da un lato, il riorientamento degli
Stati Uniti da un capitalismo produttivo ad un finanziario
e, dall’altro, l’avvento di un’economia
alimentata dall’indebitamento. Sebbene, per contrastare
i suoi antagonisti, Washington abbia impiegato efficacemente
le proprie risorse economiche dalla crisi petrolifera del
1973 fino alla crisi finanziaria asiatica alla fine egli
anni 90, come afferma David Harvey, la deindustrializzazione
associata ad un più massiccio spostamento verso un’economia
fondata sui consumi ha indebolito la nazione dall’interno
mentre il suo montante indebitamento ha affievolito notevolmente
la sua influenza sugli antagonisti. L’equilibrio internazionale
emerso dalla seconda Guerra Mondiale, che aveva lasciato
gran parte del mondo in macerie mentre aveva arricchito
in buona parte gli Stati Uniti, si andava irrimediabilmente
riconfigurando. La fine della Guerra Fredda, nel privare
gli Stati Uniti del ruolo di principale paladino dell’Occidente
contro l’URSS, infuse una maggiore componente politica
nella crescente rivalità economica tra Washington
ed i suoi alleati, specialmente dell’Europa occidentale
che, seppure con discontinuità, stavano avanzando
nel processo di unificazione economica-politica e verso
una nascente integrazione militare indotte sia dalla lunga
egemonia economica statunitense, sia dal vertiginoso declino
del tasso di profitto. Le crescenti differenze tra Washington
ed i suoi alleati della Guerra Fredda, per non parlare dei
suoi nemici, sfociarono in uno scontro aspro e totale sulla
guerra contro l’Iraq voluta da Bush e Blair nel 2003.
Immanuel Wallerstein asserisce che la guerra contro l’Iraq
ha rappresentato una guerra ai danni di Francia e Germania
mettendo in risalto che per la prima volta nella storia
delle Nazioni Unite gli Stati Uniti non riuscirono a far
passare al Consiglio di Sicurezza una risoluzione di cui
avevano urgentemente bisogno. Francia e Germania, infatti,
furono tra i paesi che sfidarono i tentativi di Washington
di isolare e strangolare l’Iraq, anteponendo i propri
interessi energetici, finanziari e politici al tentativo
statunitense di dare una lezione al recalcitrante produttore
di petrolio iracheno. Le minacce di Hussein di convertire
le vendite di petrolio da dollari in euro, di cui avrebbe
beneficiato l’Unione europea a spese – ragguardevoli
- degli Stati Uniti, potrebbe essere considerata come un
altro probabile motivo che fece imbestialire Washington.
In effetti, gli Stati Uniti c’erano rimasti particolarmente
male perché convinti che la distruzione militare
della fossilizzata economia di stato irachena avrebbe creato
enormi opportunità di investimento di cui avrebbe
potuto approfittare tutta l’economia planetaria. Da
parte loro, gli ex-alleati si opposero alla guerra oltre
che per tutelare le proprie posizioni, anche per contrapporsi
ai più egoistici interessi USA che un attacco all’Iraq
avrebbe de facto assecondato. Oltre che per incassare internamente
i vantaggi tipici di uno stato di guerra, vale a dire l’espansione
dei poteri dell’esecutivo, l’indebolimento delle
libertà civili, l’acuirsi del nazionalismo
e la delegittimazione delle rivendicazioni dei lavoratori,
gli USA attaccarono l’Iraq con l’obiettivo di
imporre il loro controllo sul “rubinetto” petrolifero
mediorientale e, nel contempo, di accerchiare la Cina con
le loro basi militari e garantirsi il dominio per le decadi
future in linea, come rileva Harvey, con il programma del
Progetto per un Nuovo Secolo Americano. La guerra, com’è
noto, non è andata secondo le aspettative. Di conseguenza
gli Stati Uniti hanno subito un danno politico incalcolabile
dovuto in parte all’ormai inoppugnabile artificiosità
dei motivi addotti per giustificare la guerra. Inoltre sono
militarmente allo stremo rafforzando, per di più,
gli avversari nella regione come l’Iran, a fronte
del contemporaneo salasso delle casse dello stato. Per farla
breve, come aveva affermato Paul Kennedy in una intuizione
premonitrice, sembra che le difficoltà in Iraq stiano
accelerando ciò che invece si voleva scongiurare:
il declino degli Stati Uniti.
Più che la perdita di prestigio e di credibilità
politica degli Stati Uniti, a farsi maggiormente sentire
in America Latina è l’indebolimento materiale
della posizione globale di Washington. Al contrario dell’Europa
occidentale, all’America Latina già da tempo
non mancavano le buone ragioni per guardare agli Stati Uniti
con ostilità e sospetto. Washington ha ripetutamente
sabotato i locali capi di stato nazionalisti, rovesciando
Arbenz in Guatemala nel 1954 e appoggiando 10 anni dopo
il colpo di stato militare contro Goulart in Brasile. Nel
1973 fu la volta del Cile, con la destituzione di Salvador
Allende orchestrata dalla CIA e la sua sostituzione con
Augusto Pinochet che poté così allestire uno
stato di polizia sanguinario. Nel 1979, dopo la destituzione
in Nicaragua del dittatore Somoza appoggiato da Washington,
gli Stati Uniti organizzarono squadroni della morte utilizzando
il terrorismo, stavolta non di stato, come strumento per
distruggere il popolare governo sandinista. Wahington organizzò
analoghi squadroni della morte in Guatemala ed El Salvador,
che costarono centinaia di migliaia di vite umane. Oggi
l’amministrazione Bush appoggia in Colombia un governo
coinvolto in alcune tra le violazioni ai diritti umani peggiori
dell’emisfero.
Tuttavia, se la repressione targata USA è un mezzo
per raggiungere uno scopo, questo scopo significa in larga
parte l’egemonia economica. Gli Stati Uniti spesso
e volentieri hanno saputo raggiungerlo in modo più
diretto, anche se con conseguenze non meno devastanti, imponendo
i diktat economici del FMI / WTO che sovente sfociavano
nei cosiddetti e famigerati programmi di austerità.
Per i paesi creditori il successo di questi programmi significava
la loro rovina, come dimostra esemplarmente il drammatico
declino del tenore di vita in Argentina, conseguenza del
neoliberalismo imposto da oltreconfine, che ha smascherato
una volta per tutte questo tipo di ricetta economica. Lo
sconvolgimento politico della crisi argentina, con i poveri
che occupavano le vie di comunicazione e si ribellavano
per protestare contro la fame mentre i più ricchi
si scontravano con la polizia dopo essere stati defraudati
dei loro risparmi, ha contribuito al fallimento dell’ALCA,
l’Area di Libero Commercio delle Americhe, un tentativo
degli Stati Uniti di estendere anche all’America Latina
il NAFTA per controbilanciare la crescente coesione economica
dell’Unione europea e l’ascesa della Cina.
L’opposizione al neoliberismo stile FMI/ WTO sponsorizzato
da Washington diventa sempre più articolata, come
dimostra l’ascesa dei movimenti indigeni che in Bolivia
sono addirittura al governo. Le rivendicazioni, le piattaforme
e la retorica dei movimenti indigeni, sostenuti dalla vitalità
dagli innumerevoli movimenti anticapitalisti protagonisti
del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, possono essere
plausibilmente considerati il maggiore e più convincente
rifiuto del capitalismo globale targato USA del dopo-Guerra
Fredda. Il fatto di non poter più accusare questi
movimenti di essere filo-sovietici e la necessità
di ricorrere allo slogan ormai apertamente tirannico e ideologicamente
devastato della “Guerra al Terrore”, peraltro
un sostituto retorico dell’altrettanto impotente “Guerra
alla Droga”, indebolisce fortemente gli Stati Uniti.
Per quanto ipocrita e vuota, la retorica USA della Guerra
Fredda poteva almeno contare sull’arretrato stato
di polizia sovietico come riferimento dialettico. Invece
con il crollo dell’Unione Sovietica l’imperialismo
USA è diventato sempre più nudo e crudo, rivelando
la sua inoppugnabile natura oppressiva tra le masse il cui
potenziale rivoluzionario declinato da “un altro mondo
è possibile” rappresenta una sfida aperta al
nazionalismo statunitense, necessario corollario della sua
spinta egemonica. Allo stesso tempo, inoltre, fare la voce
grossa non fa più molto effetto quando gli USA flettono
i muscoli in Medio Oriente.
Mentre la crescente spudoratezza della violenza fuori della
legalità rivela e precipita la loro debolezza, gli
Stati Uniti stanno patendo contemporaneamente le conseguenze
delle contraddizioni interne delle loro politiche economiche
ufficiali, nonché inevitabili. Il NAFTA era destinato
sia ad arginare le crisi di sovrapproduzione di turno aprendo
il mercato messicano ai prodotti agro-alimentari statunitensi
sovvenzionati dallo stato, sia a creare degli sbocchi agli
investimenti in assenza di vincoli legislativi a tutela
dell’ambiente e dei lavoratori che, insieme ad altri,
ostacolano il commercio estero ed i profitti. Se i reazionari
alla Ross Perot vedevano giusto nel presagire che il NAFTA
avrebbe accelerato la deindustrializzazione e causato pesanti
tagli all’occupazione, i fautori dell’accordo
di libero commercio, tuttavia, avevano altrettanto ragione
ad accusare il capitalismo nazionalista di Ross Perot di
isolazionismo da sprovveduti in nome della quintessenza
del capitalismo: l’espansione perpetua. L’adesione
al NAFTA, più che riflettere una decisione politica,
fu una risposta bilaterale ad un incremento della concorrenza
economica nel capitalismo uscito dalla crisi del 1973, vale
a dire al declino dei tassi di profitto abbinato alla riduzione
delle aree di investimento.
L’ironia del capitalismo odierno è racchiusa
negli effetti deleteri della sua insaziabile voracità
che, in un modo o nell’altro, si stanno ripercuotendo
sempre più come un boomerang sui poteri imperiali.
Che il NAFTA abbia devastato il Messico, condannando alla
miseria un numero incalcolabile di piccoli agricoltori,
è un dato di fatto. Impossibilitati a competere in
un mercato inondato dai cereali made in USA sovvenzionati
dallo stato e quindi a basso prezzo, i campesinos si riversarono
nelle città. Nel nord del Messico le maquiladoras,
le fabbriche che violano anche le norme più elementari
di diritto del lavoro, hanno partorito città assediate
dall’inquinamento e dalla criminalità, abbandonate
poi a se stesse una volta che le devastazioni del capitale
si sono spostate verso i lidi ancora più convenienti
al di là del Pacifico. Il degrado del tenore di vita
ha spinto sempre più lavoratori messicani e profughi
delle prime mattanze in Centroamerica ad emigrare negli
Stati Uniti.
Nel suo saggio Working the Boundaries, Nicholas De Genova
descrive come l’afflusso di migranti latinoamericani
favorisca l’economia statunitense e come sia stato
possibile smantellare la legislazione a tutela dei lavoratori
rendendo vulnerabile una sottoclasse malpagata e razzializzata
non già espellendola, bensì imponendole uno
status legale che la rende perpetuamente “espellibile”.
Nonostante i benefici sull’economia, la stabile base
politica necessaria al capitalismo sta subendo i contraccolpi
della disoccupazione a fronte del costante declino del tenore
di vita. I movimenti fascisti degli Stati Uniti, come i
cosiddetti Minutemen, le milizie di volontari che pattugliano
la frontiera col Messico, hanno astutamente capitalizzato
la crescente ostilità dovuta all’erosione degli
ammortizzatori sociali ed al peggioramento del tenore di
vita offuscando le realtà dell’economia e mettendo
sotto accusa le conseguenze di una “cultura”
degradata. Costituiti e supportati da organizzazioni neonaziste,
come i liberali considerano i confini, gli stati ed il capitalismo
come entità naturali mentre tentano di “difendere”
la supremazia bianca dai “forestieri” latinos.
Com’è noto i Minutemen ed altre organizzazioni
fasciste sono sempre più risentiti nei confronti
di George W. Bush, considerato ostaggio impotente della
ragion di stato e delle corporations. Gli effetti deleteri
di alimentare il capitalismo in seno ad un contesto ideologico
che preclude una divulgazione di massa della critica radicale
al capitalismo stesso hanno generato tendenze potenzialmente
così forti da minacciare di subordinare all’ideologia
gli interessi materiali dell’economia di un paese.
Il fatto che questa minaccia fascista stia prendendo piede
a Guerra Fredda finita indica che, se il discorso pro-libertà
degli anni della Guerra Fredda era soltanto un esercizio
di retorica ed un bluff, talvolta smascherato come tale,
la scomparsa di un nemico ideologico visibile a fronte dell’avanzata
delle crisi del capitalismo rende le odierne rivendicazioni
a favore della “libertà” un’assurdità
anacronistica. Al di là delle attuali e future vittime
causate nella sua stessa popolazione dall’aggressività
e dal razzismo crescenti degli Stati Uniti, il crollo di
una ideologia “americana” fondata sulla continua
espansione dei confini e della “libertà”
nuoce alla stessa salute di uno stato che, seppure bisognoso
di riforme, le rifugge caparbiamente, come anticipato da
Eric Hobsbawm nel suo saggio Il Secolo breve. Gli Stati
Uniti sembrano aver giocato le loro ultime carte e l’esercizio
della forza bruta è sintomo di un declino repentino
ed inevitabile, se non addirittura di un crollo totale in
stile URSS.
Joshua Sperber, 4 novembre 2006
Tradotto da Giampiero Budetta
Joshua Sperber vive a New York. Per contattarlo: jsperber4@yahoo.com