Amnesie
made in U.S.A. Le torture di Abu Ghraib sono
l’ultimo anello di una lunga catena di abusi da parte
degli Stati Uniti in tutto il mondo
Questo articolo è stato pubblicato
dal mensile statunitense "The progressive" (luglio
2004) a firma del direttore Matthew Rotschild. titolo originale:
"America’s amnesia"
Quando Veronica de Negri ha visto per la
prima volta le foto delle torture del carcere iracheno di
Abu Ghraib, il caso ha voluto che stesse scrivendo la propria
testimonianza per la commissione che in Cile si occupa di
far luce sulle violazioni dei diritti umani verificatesi sotto
il regime di Augusto Pinochet. "Ho vissuto sulla mia
pelle abusi del tutto simili in Cile, sotto Pinochet",
afferma de Negri, che si è trasferita negli Stati Uniti
ventisette anni fa. Persino le parole usate a proposito di
Abu Ghraib le risuonano familiari. "Anche a noi dicevano
che stavano cercando di ammorbidirci".
De Negri fu imprigionata nel 1976. "Fui percossa. Poi
mi fecero l’elettroshock", racconta. "Non
solo i miei torturatori mi fecero violenza, ma mi stuprarono
anche con un topo. È qualcosa di estremamente ripugnante.
L’immaginazione non può arrivare a tanto".
Anche se riconosce che "i torturatori, nel mio caso,
erano cileni", de Negri rimprovera a Washington di aver
dato una mano a rovesciare Allende nel 1973, di aver offerto
il proprio supporto a Pinochet e di aver addestrato i torturatori
cileni. De Negri lasciò il Cile insieme alla famiglia
nel 1977, ma, circa dieci anni più tardi, suo figlio
Rodrigo Rojas vi fece ritorno. "Stava prendendo parte
a uno sciopero generale, il 2 luglio del 1986, quando venne
arrestato, duramente percosso e infine bruciato vivo dagli
sgherri di Pinochet", racconta. Gli americani, sostiene
l’intervistata, "sono molto ingenui". "Non
vogliono vedere" il coinvolgimento degli Usa, che va
avanti da anni, in casi di tortura. Lo scandalo di Abu Ghraib
non costituisce a suo avviso "nulla di nuovo". "Cose
del genere accadono da anni poco lontano dai vostri occhi".
Agli statunitensi piace considerarsi una nazione di santi,
e ogni volta che rivelazioni come quelle di Abu Ghraib o My
Lai vengono a galla vengono liquidate come anomalie. A voler
considerare con attenzione gli ultimi cinquant’anni
di storia americana, ci si rende conto che la realtà
è tutt’altra.
Dalla Grecia all’Iran, dall’Indonesia al Vietnam,
e un po’ ovunque in America Latina, il governo degli
Stati Uniti si è reso complice di torture e dell’uccisione
di centinaia di migliaia di persone.
"Se avessimo le fotografie di ciò che i nostri
cosiddetti alleati facevano in Honduras, Salvador e Cile,
addestrati da noi, negli anni ‘60, ’70 e ’80,
il pubblico nordamericano avrebbe di che restare inorridito
ben più di quanto non sia avvenuto ultimamente",
afferma Peter Kornbluh del "National Security Archive",
che ha sede nella capitale statunitense. Si trattava per lo
più di torture per procura, ma sotto le direttive di
Washington. "L’unica differenza fra le pratiche
odierne e quelle di un tempo è data dal fatto che all’epoca
non c’era qualcuno armato di telecamera digitale che
tenesse traccia di tutto ciò che avveniva".
A. J. Langguth è rimasto "impressionato e disgustato"
dalle foto delle torture di Abu Ghraib. "Tuttavia, per
me non è stata una grande scoperta". Langguth
è autore del volume Hidden Terrors ("Terrori nascosti"),
in cui fa la storia del coinvolgimento Usa negli abusi compiuti
in Brasile e Uruguay negli anni ’60 e nei primi ’70.
Il testo è incentrato sulla figura di Dan Mitrione,
l’ufficiale statunitense impegnato nel rendere più
professionale il lavoro degli aguzzini, poi catturato ed ucciso
dai Tupamaros, in Uruguay.
"Ho sentito parlare per la prima volta delle nostre politiche
di tortura quando ero in Brasile, negli anni ‘70",
racconta Langguth. "Un mio amico che apparteneva all’esercito
brasiliano mi disse di ciò che stava accadendo e, quando
io stigmatizzai i brasiliani per questo, mi rispose: ‘Andiamo,
sai benissimo chi ci insegna il mestiere…’".
"Si tratta di ‘segreti’ arcinoti", sostiene
Alex Taylor, portavoce informale della Coalizione internazionale
per l’abolizione della tortura e il sostegno ai sopravvissuti,
organizzazione che Dianna Ortiz, suora guatemalteca vittima
di tortura, ha contribuito a fondare. "Cose del genere
avvengono da decenni. Il pubblico americano andrebbe istruito
riguardo alla vastità del fenomeno. A partire dagli
anni ’50, gli Stati Uniti hanno usato la tortura come
strumento politico prima nella guerra contro il comunismo
e ora in quella contro il terrorismo".
La questione della tortura riguarda Taylor, nato in Guatemala,
in prima persona. "Mia madre venne torturata e scomparì
in Guatemala, nel 1971", racconta. "Avevo nove anni
all’epoca e fui testimone del suo sequestro".
Alex è restio a parlare nel dettaglio di un simile
evento traumatico, ma assegna buona parte delle responsabilità
a Washington. "Gli Stati Uniti hanno aiutato i membri
dell’esercito guatemalteco insegnandogli le tecniche
di tortura".
William Blum, autore di Rogue State ("Stato canaglia"),
conferma il ruolo giocato dall’esercito Usa. "Dagli
anni ’60 fino a tutti gli anni ’80", ha scritto,
"le forze di sicurezza guatemalteche, in particolare
l’unità dell’esercito denominata ‘G-2’,
torturavano abitualmente i ‘sovversivi’. La Cia
riforniva di consigli, armi ed equipaggiamenti la G-2, responsabile
di una rete di centri di tortura".
Nel suo libro, Blum fa anche notare come alcune delle pratiche
più ripugnanti in voga ad Abu Ghraib e in Afghanistan
non costituiscano affatto una novità. "Nelle scuole
della marina Usa di San Diego e del Maine", vi si legge,
"durante gli anni ’60 e ’70, i cadetti avrebbero
dovuto apprendere i metodi di ‘sopravvivenza, evasione,
resistenza e fuga’ da usare in caso di necessità".
"Un ex studente, il luogotenente della Marina Wendell
Richard Young ha raccontato che… i suoi compagni furono
costretti a…masturbarsi di fronte alle guardie e, una
volta, a fare sesso con un istruttore".
Era in accademie militari come queste che, secondo Blum, gli
studenti familiarizzavano con "uno strumento di tortura
chiamato la ‘tavola acquatica’: la vittima veniva
legata con delle cinghie ad un piano inclinato, con la testa
verso il basso e la faccia coperta da un asciugamano sul quale
veniva versata dell’acqua gelida; la vittima avrebbe
così sofferto di soffocamento, rigurgiti e vomito,
sperimentando una sensazione simile a quella dell’annegamento".
Il 13 maggio scorso, sul New York Times si leggeva che la
Cia avrebbe usato la tecnica della tavola acquatica sul membro
di Al Qaeda Khalid Shaikh Mohammed. Amnesty International
aveva in quell’occasione sostenuto che "in tal
caso, saremmo di fronte ad un caso evidente di tortura",
aggiungendo anche che "il soffocamento con l’acqua
è una tecnica che fu propria di Paesi notoriamente
dediti alla tortura", fra i quali l’Indonesia di
Suharto, lo Zaire di Mobutu e il Cile di Pinochet. In America
Latina, dove la tecnica veniva usata comunemente, era nota
come el submarino.
"Il fatto che funzionari statunitensi, o loro delegati,
incaricati degli interrogatori abbiano sottoposto i prigionieri
al supplizio della tavola acquatica o ad altre forme di finto
annegamento è allarmante", afferma William F.
Schulz, direttore esecutivo della sezione statunitense di
Amnesty International. "Chi ha addestrato i neofiti,
insegnando loro simili tecniche?".
Per lo più, i maestri di tortura nordamericani si sono
attenuti ai manuali. Secondo il National Security Archive,
la Cia ne ha prodotti almeno due, aventi per oggetto le tecniche
di tortura. Il primo, edito nel luglio del 1963, è
intitolato "L’interrogatorio di contro-spionaggio"
(Kubark Counterintelligence Interrogation). Vi si legge che
"il voltaggio della corrente elettrica andrebbe conosciuto
in anticipo, in modo tale da avere trasformatori o adattatori
a portata di mano, quando necessario". Il manuale descrive
le "principali tecniche coercitive di interrogatorio",
che includono "deprivazione sensoriale attraverso il
confino o simili, minacce e paura, sfinimento, dolore, ipnosi
e alta suscettibilità, narcosi e regresso indotto".
Gli autori di questo manuale erano ben consapevoli dell’illegalità
di tali metodi. "Gli interrogatori condotti attraverso
metodi coercitivi rischiano più degli altri di portare
a una situazione di illegalità e di avere conseguenze
dannose" per il servizio segreto. "Pertanto",
è obbligatorio "ottenere un permesso preventivo,
qualora si pensi di infliggere all’interrogato un danno
corporeo, o ci si appresti a far uso di metodi e materiali
di natura medica, chimica o elettrica". Un terzo caso
necessitante previa autorizzazione è stato censurato
nel testo.
Il secondo testo, che è invece del
1983 ed è intitolato "Manuale di sfruttamento
delle risorse umane" (Cia Human Resource Exploitation
Manual), ripete pedissequamente alcuni passaggi del primo
e istruisce gli ufficiali incaricati degli interrogatori su
come "creare atmosfere spiacevoli o intollerabili finalizzate
a sconvolgere le categorie di tempo, spazio e la percezione
sensoriale", quelle stesse tattiche che il personale
Usa ha utilizzato in Iraq e Afghanistan.
(I manuali sono disponibili on-line sul sito del National
Security Archive: www.gwu.edu/~nsarchiv/)
Ma i manuali più tristemente famosi rimangono quelli
usati alla Scuola delle Americhe fra il 1987 e il 1991. Quelli
relativi alle tecniche di interrogatorio erano almeno sette,
e furono gentilmente tradotti in spagnolo per gli ufficiali
latinoamericani. Tali testi, largamente utilizzati, davano
istruzioni su come eseguire falsi imprigionamenti, ricatti,
pestaggi, torture e omicidi. Risulta inoltre molto pertinente,
alla luce delle recenti polemiche circa lo status legale dei
prigionieri in Iraq e Afghanistan, il seguente passaggio di
uno di tali manuali. Il sovversivo, vi si legge, "non
gode dello status di prigioniero di guerra di cui parla la
Convenzione di Ginevra".
Padre Roy Bourgeois è il fondatore di SOA Watch (l'osservatorio
sulla Scuola delle Americhe, ndt), organizzazione che da quattordici
anni si batte per far chiudere la scuola, oggi ribattezzata
Western Hemisphere Institute for Security Cooperation. "Mi
sembra ci sia una notevole connessione fra le torture di cui
abbiamo letto a proposito dell'Iraq e quelle legate agli insegnamenti
della Scuola delle Americhe", sostiene. "Non si
è trattato di qualche mela marcia. Le mele non torturano.
Si è trattato di soldati in carne ed ossa, che alla
Scuola delle Americhe come in Iraq abbiamo addestrato nelle
tecniche di tortura".
La Scuola delle Americhe ha formato più di ottomila
soldati salvadoregni, ci ricorda padre Bourgeois. Molti di
loro, fra cui il famigerato Roberto d'Aubuisson, sono implicati
in torture e assassinii. Circa settantacinquemila salvadoregni
sono stati uccisi, per lo più per mano di membri delle
forze armate.
In un'inchiesta pubblicata su The Progressive (maggio 1984),
il giornalista Allan Nairn rivelava che i legami fra il governo
Usa e gli aguzzini salvadoregni ammontavano a molto di più
della semplice frequentazione della Scuola delle Americhe.
"Nei primi anni '60", scriveva Nairn, "sotto
l'amministrazione Kennedy, alcuni agenti del governo statunitense
misero in piedi in Salvador due organizzazioni di sicurezza
riconosciute che, nei successivi quindici anni, avrebbero
ucciso migliaia di contadini e sospetti attivisti di sinistra".
"Tali organizzazioni, che erano guidate da ufficiali
nordamericani, avrebbero col tempo dato vita all'apparato
paramilitare che divenne noto con gli squadroni della morte
salvadoregne".
Durante l'amministrazione Reagan, con-tinuava Nairn, "la
Cia continuò, violando la legge statunitense, ad offrire
addestramento, supporto e servizi di intelligence alle forze
di sicurezza direttamente colluse con l'attività degli
squadroni della morte".
Il dottor Juan Romagoza fu una delle loro vittime. Imprigionato
per due mesi, fra la fine del 1980 e l'inizio del 1981, racconta
di esser stato sottoposto a tortura in presenza di consulenti
statunitensi.
"Inizialmente non pensavo che ce l'avrei fatta ad uscirne
vivo. Ho visto persone che venivano uccise. Ho dovuto sopportare
maltrattamenti fisici terribili. Venni preso a calci, percosso,
tenuto nudo e bendato, legato e appeso per le mani. Usarono
gli elettrodi su ogni parte del mio corpo e mi sodomizzarono
con bastoni, aste e ogni altro genere di oggetti, per poi
spararmi ad un braccio".
Riguardo alla presenza di consulenti statunitensi, il dottor
Romagoza, che attualmente è direttore esecutivo della
Clinica del Pueblo, a Washington, è adamantino. "C’erano
dei nordamericani insieme ai più alti ufficiali salvadoregni",
afferma. "Erano lì quando ero appeso per le mani,
facevano domande e ridevano".
Quando gli chiediamo cosa pensi degli abusi compiuti in Iraq,
dice di aver provato una "tremenda tristezza". L’intera
vicenda gli ricorda gli orrori che ha vissuto in prima persona.
"Sembra che le cose vadano sempre avanti allo stesso
modo. Come si possono compiere atti del genere? E come possono
gli Stati Uniti portare avanti una politica così cieca,
disumana e arrogante, basata sull’assunzione che una
vita umana valga più di un’altra?" Non bisogna
fare l’errore di considerare questi come dei casi isolati.
Si tratta di un approccio sistematico alle relazioni con gli
altri popoli e le altre nazioni: le violazioni dei diritti
umani, gli stupri, le torture, sono tutte cose che accadono
normalmente in molti dei Paesi che gli Usa hanno sostenuto
e finanziato. Io sono un sopravvissuto di queste politiche.
Prima o poi, gli Stati Uniti dovranno riconoscere la dignità
e il valore di ogni vita umana".
Nel 2002, il dottor Romagoza e altri due querelanti hanno
vinto una causa civile sollevata dal Center for Justice and
Accountability (il "Centro per la giustizia e la responsabilità")
contro due anziani generali salvadoregni, José Guillermo
García e Carlos Eugenio Vides Casanova, che si erano
trasferiti in Florida. A Romagoza è stato dato un risarcimento
di 20 milioni di dollari.
Gli Usa hanno anche partecipato attivamente alle torture e
agli assassinii che hanno avuto luogo in Honduras all’inizio
degli anni ’80. Nel 1995, il Baltimore Sun ha scritto
che, in quegli anni, la Cia organizzava, addestrava e finanziava
un’unità dell’esercito denominata Battaglione
316. Questa sequestrò, torturò e uccise centinaia
di honduregni. Secondo quanto riportato dall’articolo,
"[il Battaglione 316] utilizzava negli interrogatori
strumenti per l’elettroshock e il soffocamento. I prigionieri
venivano spesso tenuti nudi e, quando non più utili,
uccisi e seppelliti in fosse comuni".
L’ambasciata statunitense in Honduras, guidata all’epoca
da John Negroponte, sapeva di queste violazioni ma le coprì.
"Determinati ad evitare eventuali interrogazioni al Congresso,
gli ufficiali statunitensi in Honduras occultarono le prove
degli abusi". Negroponte ha negato il proprio coinvolgimento,
e durante l’udienza per essere confermato ambasciatore
alle Nazioni Unite, di fronte al Senato Usa e sotto giuramento
ha affermato: "Non ritengo ci fossero degli squadroni
della morte attivi in Honduras".
Oscar e Gloria Reyes sono due vittime dei torturatori honduregni.
"L’8 luglio del 1982", racconta Oscar, "un
gruppo di militari venne nella nostra casa, la saccheggiò,
ci arrestò e ci portò nella stanza delle torture.
C’erano tante persone che venivano torturate quella
notte. Se ne sentivano le grida. Usarono gli elettrodi sul
mio corpo e i miei genitali, mi appesero per le mani e mi
picchiarono per tutta la notte. Poi mi misero di fronte ad
un albero e inscenarono una falsa esecuzione. Quello è
stato molto probabilmente il momento peggiore. A mia moglie
somministrarono delle scosse elettriche nella vagina. Le conseguenze
furono tali da provocarle danni permanenti alle ovaie e da
doverle far subire in seguito un’isterectomia".
Oscar e Gloria Reyes sono querelanti in una causa del Center
for Justice and Accountability contro un ex colonnello honduregno
che ritengono abbia avuto un ruolo nelle violazioni compiute
a loro danno. L’imputato ha negato ogni coinvolgimento.
Nel frattempo, il presidente Bush ha designato John Negroponte
come ambasciatore statunitense in Iraq.
Il massacro di My Lai è ancora ben presente nella memoria
degli americani come l’unico e più ripugnante
atto di barbarie compiuto dall’esercito statunitense
in Vietnam. I cittadini Usa, tuttavia, si sono dimenticati,
o forse non hanno mai sentito parlare, di altri due scandali
umanitari che ebbero luogo in quel Paese.
Uno di questi venne alla luce grazie ad un servizio del Toledo
Blade, vincitore l’anno scorso del premio Pulitzer,
che documentava la brutalità della Tiger Force, un’unità
speciale dell’esercito Usa che nel 1967 "si lasciò
dietro una scia di atrocità", associate probabilmente
alla morte di centinaia di civili. Secondo quanto riportato
dal Blade, "donne e bambini vennero intenzionalmente
fatti saltare in aria in bunker sotterranei. Anziani agricoltori
vennero freddati mentre faticavano nei campi. I prigionieri
vennero torturati e uccisi, le loro orecchie e i loro scalpi
utilizzati come souvenir. Un soldato sradicò i denti
dalle mascelle di un gruppo di civili assassinati a forza
di calci, alla ricerca di capsule d’oro".
In Vietnam si ebbe anche un’offensiva statunitense interamente
basata su torture e assassinii. Tale piano, denominato Phoenix
Program, si concluse con l’uccisione di più di
ventimila vietnamiti, secondo un calcolo effettuato dalla
stessa Cia.
Nel volume The Phoenix Program, Douglas Valentine scrive che
un agente del servizio segreto assegnò a ciascun membro
di un gruppo di ufficiali una quota di uccisioni da compiere.
In palio c’era perfino una ricompensa che scatenò
"una gara fra i partecipanti al Phoenix Program per vedere
chi riusciva ad accumulare più cadaveri". Uno
dei concorrenti, addirittura, fece il proprio ingresso, non
proprio opportuno, ad una cena offerta da un luogotenente
e "gettò una busta sporca sulla tavola. Ne uscirono
undici orecchie sanguinanti".
La memoria è un prerequisito dell’etica. Ed è
l’assenza di memoria che ha colpito molte delle persone
con cui ho avuto modo di parlare per scrivere questo lavoro.
"L’idea che gli Stati Uniti non hanno una storia
di torture alle spalle", sostiene William Blum, "è
un vero e proprio caso di amnesia".
A proposito di simili amnesie storiche, lo scrittore cileno
americano Ariel Dorfman parla di "falsa innocenza",
e ne esplora le radici. "Si tratta di un fenomeno assolutamente
funzionale al tipo di impero che sono diventati gli Stati
Uniti", sostiene Dorfman. "È vero che i media
non presentano analisi e informazioni tali da permettere al
pubblico di dare un giudizio su ciò che sta avvenendo.
Ma è altrettanto vero che troppe persone chiudono deliberatamente
gli occhi di fronte a certe verità". A. J. Langguth
è d’accordo sul fatto che la tortura faccia parte
del dna di un impero. "Noi siamo i cittadini privilegiati
di un impero e il potere imperiale è sostenuto da un
certo numero di pilastri che non ci interessa considerare
seriamente. La tortura è stato uno di questi pilastri,
e temo che continuerà ad esserlo". Fare a meno
di tale strumento potrebbe rivelarsi tutt’altro che
facile, sostiene Dorfman. "Se gli americani volessero
veramente (e sottolineo ‘veramente’) riconoscere
ciò che viene fatto in loro nome, dovrebbero cambiare
il loro modo di vivere, ricordare, lavorare, svagarsi. Oppure
smetterla di considerarsi individui provvisti di un’etica".