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Libertà di tortura
Argomenti giuridici, a vantaggio del governo Bush, per aggirare Diritto Internazionale e Legge americana sulla tortura.

Neil A. Lewis e Eric Schmitt hanno firmato questo articolo per "The New York Times" (8/6/2004). titolo originale: "Lawyers decided bans on torture didn’t bind Bush"

Una squadra di consulenti legali del governo ha sostenuto, in un memorandum giuridico del marzo 2003, che il presidente Bush non è vincolato né dai trattati internazionali che proibiscono la tortura né dalla legge federale contro le torture perché in possesso dell'autorità, come comandante in capo, di approvare ogni metodo necessario a proteggere la sicurezza della nazione.
Il memorandum, preparato per il segretario alla Difesa Donald H. Rumsfeld, afferma anche che qualsiasi funzionario di qualsiasi ramo dell’esecutivo, Forze Armate incluse, potrebbe essere considerato immune dai divieti nazionali ed internazionali contro la tortura per una serie di motivi. Uno di questi motivi potrebbe sussistere, hanno sostenuto gli avvocati del governo, nel caso in cui membri del personale militare agissero ritenendo di attuare ordini dei superiori, "a meno che la loro condotta non si spinga talmente in là da essere palesemente illegale"
"Per far valere il potere costituzionale, connaturato alla funzione di presidente, di guidare una campagna militare", hanno scritto gli avvocati nel memorandum confidenziale di 56 pagine, il divieto di tortura "va inteso come inapplicabile agli interrogatori condotti in conformità con la sua autorità di comandante in capo".
Alcuni funzionari di lungo corso del Pentagono hanno cercato lunedì scorso di minimizzare l'importanza della nota del marzo 2003, una delle tante avute in visione dal New York Times, in quanto si tratterebbe di uno studio giuridico provvisorio, che non avrebbe avuto conseguenze sulla modificazione delle procedure di interrogatorio che Rumsfeld ha approvato nel mese di aprile 2003 per la prigione militare americana di Guantánamo, a Cuba.
"Il documento di aprile riguardava le tecniche e le procedure di interrogatorio", ha detto Lawrence Di Rita, il capo dei portavoce del Pentagono. "Non era uno studio giuridico".
Di Rita ha detto che le 24 procedure di interrogatorio consentite a Guantánamo, quattro delle quali hanno richiesto l'approvazione esplicita di Rumsfeld, non costituiscono casi di tortura e sono in linea con i trattati internazionali.
Il memorandum di marzo, pubblicato per la prima volta sul Wall Street Journal di lunedì, è solo l’ultimo di una serie di studi giuridici interni resi noti al pubblico che mostrano come, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre, i funzionari del governo siano stati messi al lavoro per trovare argomenti giuridici in grado di aggirare le limitazioni imposte dal diritto internazionale e dalla legge americana.
Un memorandum del Dipartimento della Giustizia datato 22 gennaio 2002, che forniva argomenti legali per evitare che i funzionari americani fossero incolpati di crimini di guerra per il modo in cui erano detenuti ed interrogati i prigionieri, fu usato in modo estensivo come base per quello di marzo.
Tale documento concludeva che i funzionari dell’amministrazione erano giustificati nell'asserire che le Convenzioni de Ginevra non si applicano ai detenuti della guerra in Afghanistan.
Un altro memorandum ottenuto dal New York Times indica che la maggior parte degli avvocati più importanti del governo, con l'eccezione di quelli del Dipartimento di Stato e dello Stato Maggiore Interforze, avallarono il parere del Dipartimento di Giustizia secondo cui le convenzioni di Ginevra non si applicano alla guerra in Afghanistan. In più, lo stesso memorandum, datato 2 febbraio 2002, rilevava che alcuni consulenti legali della Cia avevano richiesto esplicitamente la stipula di un accordo in virtù del quale l’impegno a rispettare lo spirito delle convenzioni internazionali, preso pubblicamente dall’Amministrazione, non si applica ai suoi membri.
Il memorandum di marzo, una copia del quale è giunta in possesso del New York Times, è stato preparato, come parte di una più ampia revisione delle tecniche di interrogatorio, da un gruppo di lavoro nominato dal (capo dell’ufficio legale) del Dipartimento della Difesa, William J. Haynes. Il gruppo stesso è stato guidato dal capo dell’Ufficio legale dell'Aeronautica, Mary Walker, e comprendeva avvocati militari e civili provenienti da tutti i rami delle Forze Armate.
La revisione era stata motivata dai dubbi sollevati dagli avvocati del Pentagono e dai funzionari incaricati degli interrogatori a Guantanamo in seguito all’approvazione da parte di Rumsfeld, nel dicembre 2002, di una serie di tecniche di interrogatorio "rafforzate" da applicarsi al detenuto Mohamed al-Kahtani, da molti ritenuto l’ipotetico ventesimo dirottatore dell’11 settembre.
Il 12 gennaio dello stesso anno, Rumsfeld aveva deciso di sospendere l’applicazione di tali tecniche rafforzate, che includevano, fra l’altro, la somministrazione al detenuto di cibi freddi e preconfezionati e la rasatura forzata della barba, in attesa dell’esito della revisione. Il generale James T. Hill, capo del Comando Meridionale dell’esercito, responsabile della base di Guantanamo, ha detto ai giornalisti venerdì scorso che obiettivo del gruppo di lavoro era quello di "stabilire ciò che è umano, legale e coerente non solo con le Convenzioni di Ginevra, ma anche con ciò che è più giusto per i nostri soldati".
Di Rita ha affermato che i funzionari del Pentagono si sono concentrati per lo più sugli aspetti riguardanti le tecniche di interrogatorio, mentre degli aspetti legali si sarebbero occupati più che altro il Dipartimento della Giustizia e l’ufficio legale della Casa Bianca.
Il memorandum dimostra chiaramente che i consulenti legali della Casa Bianca, del Pentagono e del Dipartimento della Giustizia non solo approvarono la politica in atto a Guantanamo, ma anche che David S. Addington, consigliere del vicepresidente Cheney, ebbe un ruolo in questa decisione. L’avvocato del Dipartimento di Stato William H. Taft IV, al contrario, vi si oppose, avvertendo i colleghi che una simile presa di posizione avrebbe avuto l’effetto di indebolire la protezione offerta alle truppe americane dalle Convenzioni di Ginevra.
Il documento circoscrive in maniera ultraspecifica il reato di tortura. Ad esempio, se un funzionario incaricato di un interrogatorio "è consapevole del fatto che i suoi atti daranno luogo ad un intenso dolore, qualora l’arrecamento di un tale danno non rientri fra i suoi obiettivi, egli mancherà dei requisiti intenzionali necessari all’individuazione del reato anche se non ha agito in buona fede", afferma il rapporto. "Al contrario, l’imputato è colpevole di tortura solo nel caso in cui agisca col fine esplicito di arrecare dolore e sofferenza intensi ad una persona sotto la sua giurisdizione".
L’aggettivo "intenso", afferma il rapporto, "rende esplicito il fatto che l’imposizione di dolore e sofferenza, fisica o mentale, non equivale di per sé a tortura". Il testo afferma che dolore e sofferenza devono essere ‘intensi’. Il rapporto suggerisce anche che se l’interrogante "è convinto in buona fede che le sue azioni non daranno luogo ad un danno psichico permanente, non gli si può attribuire lo stato mentale che permetterebbe di qualificare le sue azioni come un caso di tortura".
Il rapporto dà anche ai funzionari incaricati degli interrogatori la possibilità di giustificare la violazione di leggi e trattati internazionali invocando la dottrina della necessità. Un funzionario che usi tecniche in grado di arrecare danno all’interrogato può considerarsi prosciolto da ogni responsabilità nel caso in cui abbia agito "credendo sul momento che il suo atto fosse necessario e finalizzato ad evitare un danno maggiore".
Scott Horton, ex presidente del comitato per i diritti umani dell’Ordine degli Avvocati di New York, ha detto lunedì scorso di essere convinto che il memorandum del marzo 2003 sia all’origine della visita che una delegazione di avvocati dell’esercito effettuò presso il suo studio per lamentarsi in privato degli argomenti legali che circolavano confidenzialmente negli ambienti dell’amministrazione. Quella visita, ha continuato, determinò l’avvio di un’inchiesta da parte dell’associazione, culminata in un rapporto alquanto critico nei confronti del governo. Horton ha anche aggiunto che gli avvocati responsabili della stesura del memorandum potrebbero andare incontro a sanzioni da parte dell’Ordine.
Jamie Fellner, direttore del Programma statunitense di Human Rights Watch, ha dichiarato lunedì: "Crediamo che questo memorandum dimostri che nelle più alte sfere del Pentagono ci sia stato un interesse esplicito ad usare la tortura, e allo stesso tempo il desiderio di sfuggire alle conseguenze penali di tale scelta".
Il documento contiene anche un curioso paragrafo nel quale gli avvocati dell’amministrazione sostengono che qualsiasi atto di tortura commesso a Guantanamo non costituisce una violazione della legge antitortura in quanto la base ricadrebbe sotto la giurisdizione americana, mentre la legge ha a che fare solo con la tortura commessa all’estero. Una simile interpretazione è in aperto conflitto con la posizione assunta dall’amministrazione alla Corte Suprema, secondo la quale i prigionieri di Guantanamo non hanno il diritto di avvalersi delle garanzie costituzionali dal momento che la base è al di fuori della giurisdizione americana.

Testo tratto da Adista N° 46 del 19 giugno 2004

 

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