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Tutti i problemi del "cortile di casa" degli Stati Uniti.
intervista a Rutilio Sanchez

DOC-1437. ROMA-ADISTA. Non sembra offrire grandi motivi di speranza l'attuale situazione del Centroamerica, tra crescita della povertà, aumento della violenza, erosione inarrestabile della sovranità nazionale. Mentre in diversi altri Paesi dell'America Latina si tenta, anche se tra mille difficoltà e contraddizioni, di alzare la testa di fronte alle eterne ingerenze degli Stati Uniti, i governi centroamericani si apprestano a firmare un trattato di libero commercio con gli Usa che segnerà la fine della loro autonomia, rompendo per di più, sotto le pressioni del loro potente vicino, il fronte compatto dei Paesi del Sud (quello del G21) che a Cancun era riuscito a tenere testa alle potenze occidentali. Dalla terra del Salvador, terra di eroi e di martiri, si affaccia tuttavia una speranza, quella della possibile vittoria, alle elezioni presidenziali del prossimo marzo, di una figura di grande spessore, umano e politico: Schafick Handal, dirigente storico della sinistra salvadoregna, ex leader guerrigliero, una traiettoria politica senza ombra alcuna. Non sarebbe, certo, una strada in discesa quella di un eventuale governo del Fronte Farabundo Martí (la ex guerriglia diventata, dopo gli accordi di pace del '92, una delle principali forze politiche del Salvador: dalle ultime elezioni amministrative addirittura la più importante), che, prima ancora di affrontare i tanti e gravi nodi del Paese, si troverebbe sicuramente di fronte l'ostilità del governo statunitense. E di sicuro non si abbandona a facili ottimismi Rutilio Sánchez, prete salvadoregno in prima fila durante la rivoluzione, tanto da scegliere di esercitare il suo ministero al fronte, tra i guerriglieri dell'Fmln, e oggi instancabile animatore delle comunità rurali (alla guida della Sercoba, l'équipe di servizio alle comunità di base salvadoregne). In un'intervista concessa ad Adista, Rutilio traccia un quadro tutt'altro che positivo della regione, ma senza mai abbandonare la speranza: nella Chiesa di Dio, afferma, tutti i giorni "spuntano germogli, come in un'eterna primavera". Di seguito l'intervista.

In America Latina, grazie ai venti di cambiamento che spirano, per quanto contraddittoriamente, da diversi Paesi, dal Brasile all'Argentina, dal Venezuela alla Bolivia e alla Colombia, sembra si stia modificando la corre-lazione di forze a favore della sinistra. Come mai il Centroamerica appare invece così completamente allineato agli Stati Uniti?
Primo perché siamo Paesi piccoli; poi perché siamo molto vicini agli Stati Uniti, il loro patio traser; terzo perché rappresentiamo un passaggio interoceanico e questo comporta che gli Stati Uniti - ma anche l'Europa e il Giappone - abbiano interesse a preservare nella regione condizioni di tranquillità e di stabilità. Esistono insomma vari elementi che ostacolano una reale emancipazione del Centroamerica. Il sorgere di forze nuove in Paesi come Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia, Colombia dipende anche dal diverso peso della loro economia. Mentre, per esempio, l'economia brasiliana non dipende solo dagli Stati Uniti, il Centroamerica gravita completamente nella sfera di interessi dell'economia Usa. Nel caso di El Salvador, poi, la dollarizzazione ha provocato un ulteriore impoverimento. Se in Europa, che può sicuramente contare su un'economia forte, su una situazione sociale e politica normale, l'introduzione dell'euro ha portato ad un peggioramento delle condizioni di vita delle classi più deboli, da noi l'imposizione del dollaro ha rappresentato una vera tragedia: sono saliti tutti i prezzi, ma il salario minimo è rimasto fermo. La legge prevede un salario minimo di 140 dollari, ma questo non significa che tutti abbiano un lavoro o che chi lavora guadagni questa somma. E più siamo impoveriti, più diventiamo dipendenti da chi ci tortura economicamente. La nostra situazione è simile a quella di un terrateniente con amici suoi pari e con molti operai che lavorano al suo servizio. Il terrateniente invita spesso a mangiare i suoi amici, dividendo con loro la ricchezza della tavola. Ma non invita mai i suoi operai che pure gli procurano quella ricchezza. A questi operai è proibito parlare con gli amici del padrone. E se il padrone si accorge che un suo amico ha parlato con i suoi operai, questi ultimi vengono puniti e lasciati senza lavoro, mentre quello viene espulso dalla cerchia degli amici. Così agiscono gli Stati Uniti, che fanno di tutto per impedire che l'Europa abbia rapporti con i loro vassalli, che poi sono quelli che rafforzano l'egemonia neoliberista statunitense.

Perché c'è tanto interesse, tra i governi centroamericani, per il trattato di libero commercio con gli Usa, consi-derando i danni che il Nafta (Trattao del Libero Com-mercio del Nord America) ha provocato in Messico?
Se i governi facessero davvero gli interessi del popolo, di sicuro resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti. Ma noi non abbiamo governi né onesti, né democratici, perché il fatto che siano stati eletti da una maggioranza non significa che siano realmente democratici. Oltretutto i governi honduregno, nicaraguense, salvadoregno non hanno la forza per resistere come possono farlo per esempio il Brasile o l'Argentina. Il popolo, sì, sta esprimendo un rifiuto assoluto per il trattato di libero commercio, o per il Plan Puebla Panama, ma i governi accettano tutto, perché hanno paura di perdere il loro potere.

E quale spazio di manovra hanno i movimenti popolari in questo contesto?
Per prima cosa non bisogna dimenticare la repressione sotterranea che esiste nei nostri Paesi. Nel Salvador, così come in Guatemala e in Honduras, si sta scatenando una vera guerra militare contro i giovani delle maras, le bande giovanili. Perché è più facile liquidare la questione come un problema di delinquenza, piuttosto che affrontare le cause del fenomeno. Esiste poi un altro problema: quello dell'imposizione della logica dell'oppressore, del suo stesso linguaggio. Se facciamo questo o quello veniamo accusati di terrorismo, ma noi non siamo terroristi, siamo difensori della giustizia. Questa parola non ha nulla a che vedere con noi: i veri terroristi sono quelli che hanno inventato il cliché del terrorista, o, prima di questo, quello del comunista o del sovversivo. La destra inventa un linguaggio "sporco" contro di noi, per manipolarci, per impedire la comunicazione tra il popolo lavoratore ed onesto del Primo Mondo e i poveri del Sud che anelano alla giustizia e alla libertà. E noi commettiamo l'errore di riprenderlo, di utilizzarlo. I poveri del mondo devono inventare un loro linguaggio, e non ripetere le parole degli oppressori. Noi dobbiamo dire che amiamo la libertà anche se mettiamo a repentaglio la nostra vita, che vogliamo l'uguaglianza, anche se per questo dobbiamo fare una rivoluzione, sia pure armata, che vogliamo la giustizia e per questo ci organizziamo. Tutto quello, insomma, che l'oppressore non lo vuole.

Come si spiega un risultato tanto negativo per la sinistra nelle ultime elezioni in Guatemala?
Normalmente la destra offre cose facili, perlomeno cose a cui è facile credere. I rivoluzionari parlano invece della necessità di organizzarsi, di lottare, di assumere una coscienza sociale. Il popolo accoglie l'offerta più facile, non quella autentica, perché è immerso nell'ignoranza e nella paura. I poveri, gli indigeni del Guatemala vivono da sempre nell'emarginazione, nella fame, nell'ignoranza. Quando i rivoluzionari si rivolgono a loro, si avvicinano a una comunità, il governo arriva, uccide i rivoluzionari e perseguita i membri della comunità. E la paura è che quello che il governo fa nelle comunità, lo faranno gli Stati Uniti con il Paese. A sinistra, poi, non c'è la capacità di rivolgersi alla gente, di spiegare. Non ci sono neppure le risorse economiche per farlo. E oggi è molto difficile promuovere mobilitazione, comunicazione, senza finanziamenti. Il nemico del povero ha ben altri strumenti. Inoltre, ogni persona che abbia uno straccio di lavoro, che magari ha aspettato tanto per averlo, ha paura che con un vero cambiamento di governo possa perdere il posto e debba aspettare chissà quanto tempo per ritrovarlo. Gli educatori del popolo hanno molto da apprendere. Ma a volte i vertici dei partiti rivoluzionari perdono una visione popolare ed è proprio questa la ragione per cui ho deciso di tornare a un lavoro di base piuttosto che restare nella struttura di partito. Bisogna riconoscere che la Urng (Unione rivoluzionaria nazionale guatemalteca, la ex-guerriglia sconfitta alle ultime elezioni, v. numero allegato, ndr) non ha saputo prendere atto che non è in Parlamento che deve svolgersi il suo lavoro. Esaurire il proprio lavoro nell'Assemblea legislativa significa solo fare il gioco del nemico.

Quante possibilità ha Schafick Handal, il candidato dell'Fmln, di vincere le prossime elezioni presidenziali?
Credo che ne abbia molte. Io penso che stavolta il Fronte abbia l'opportunità di vincere. Bisogna vedere però se avrà la capacità di governare. Perché Schafick Handal si troverebbe un partito diviso. E in cui non mancano gli opportunisti. Potrebbe anche ripetersi il fenomeno Allende, che ha conquistato il governo, ma non ha potuto contare sull'unità tra i partiti di sinistra che lo avevano sostenuto e su un vero tessuto sociale organizzato. Io credo che stiamo tra l'incudine e il martello. Se Schafick vince, il Fronte rischia di perdere molto. E, se perde, sarebbe una sconfitta gravissima.

Il Fronte ha avuto molto coraggio a candidare una figura connotata così decisamente a sinistra, una figura non di mediazione.
Di sicuro è stata una scelta coraggiosa. Una volta tanto non ha prevalso la logica per cui si guarda alla situazione con gli occhi dell'avversario, scegliendo un candidato che possa risultare accettabile agli Stati Uniti. Ma non sarà un compito facile. Perché se si parla della necessità di riforme radicali scatta subito l'accusa di voler sprofondare il Paese nel caos. Se invece si segue un discorso riformista, il popolo dice che non serve a nulla. Il discorso di Schafick Handal fino ad oggi è stato attento agli interessi popolari, ma nello stesso tempo riformista. Un difficile equilibrio. Credo che tuttavia Schafick, come persona, sia un uomo capace, uno tra i pochi uomini onorati, onesti e fermi, perché, malgrado tutti gli attacchi di cui è stato vittima, nessuno ha potuto trovare, in tutta la sua lunga storia, una sola ombra, un solo atto moralmente disonesto. Ed è proprio contro queste grandi figure che la destra si scatena con tutta la sua capacità di disinformare e manipolare. Io penso che se oggi avessimo un partito unito, Schafick sarebbe davvero il personaggio ideale e più idoneo alla presidenza. È ancora valido il concetto per cui el pueblo unido jamás será vencido. Comunque, se vincerà le elezioni, in parecchi siamo disposti ad impegnarci per difendere, non tanto lui, quanto il trionfo popolare.

La Chiesa come popolo di Dio, la Chiesa di Romero e dei martiri, in quali condizioni si trova attualmente?
La Chiesa di Dio si rinnova sempre. È come nel diluvio, con lo spirito di Dio che vola sulle acque anche se tutto è distrutto. Tutti i giorni nascono piccole cose nuove, spuntano germogli come in un'eterna primavera. Il popolo cammina e, cercando una soluzione per il problema del "nostro pane quotidiano", cercando la fraternità, cercando l'unità, incontra queste piccole cose del Regno di Dio, nella consapevolezza che "quello che stiamo facendo, anche se Gesù non lo ha detto, è buono". Tra gli stessi sacerdoti io ho trovato uno spirito di rinnovamento autentico, un'inquietudine positiva. La figura di Romero rinasce ogni giorno, malgrado la disinformazione che è stata fatta sulla sua figura: i tentativi di canonizzare, invece del suo martirio per la vita, per la giustizia e per la verità, aspetti estranei al suo operato come l'elemosina, il sentimentalismo religioso, la falsa equidistanza che è come voler dare la libertà alla volpe e alle galline, di modo che ad essere libera, di fatto, sarà solo la volpe. Romero è la luce di questo popolo, non solo salvadoregno, e insieme a lui molti altri martiri delle comunità. Se la Sercoba è cresciuta malgrado le sue scarse risorse è solo perché l'unica cosa che facciamo è portare un po' di speranza al popolo, essere presenti nelle comunità. Perché la Chiesa di Dio nasce nelle comunità dei poveri non nei palazzi dei ricchi.

E cosa fa la gerarchia di fronte a questo processo?
Si può dire che corra su un binario parallelo. La nostra gerarchia non produce speranza. Si può dire addirittura che ha interesse, come Erode, che il bimbo non nasca, almeno che non nasca nel modo in cui è nato. Non è un caso che oggi celebriamo la sua nascita più come se fosse figlio di un ricco anziché come figlio di un povero.

Da Adista n° 84 del 22 novembre 2003


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