Umiliati
e offesi.
L'intellighenzia araba amareggiata per l'invasione angloamericana
in Iraq.
Tristezza, umiliazione, dolore.
Fra gli arabi, dopo linvasione americana, la riflessione
sullincapacità dei loro stessi dirigenti.
Mouna Naïm firma questo articolo sul quotidiano
francese "Le Monde" (2/5/03). titolo originale:
"Lamertume des intellectuels arabes"
Abdul Rahman Mounif è profondamente amareggiato.
Dalla "barbarie" del comportamento dellesercito
americano in Iraq, dai "bombardamenti terribili e ciechi
dei bersagli civili in particolare", il grande romanziere
arabo ha già tratto una conclusione: "La guerra
e loccupazione dellIraq non hanno come unico obiettivo
quello di rovesciare un regime, ma di vendicarsi di un Paese,
della sua storia e della sua civiltà e di annullare
il suo ruolo". "Come spiegare altrimenti ciò
che è accaduto al Museo di Baghdad, quando un solo
blindato e alcuni soldati sarebbero bastati a dissuadere i
saccheggiatori?", si chiede. "Come giustificare
il saccheggio della biblioteca nazionale, quella dei Wakfs
(beni religiosi) e degli archivi, e di altre istituzioni culturali
irachene in tante città? Come ammettere, quando lIraq
era tagliato fuori dal mondo per le operazioni militari, che
centinaia di opere rubate abbiano potuto valicare i confini
in meno tempo di quello che ci vuole per arrivare a Londra,
a Parigi e in Iran? La mobilitazione internazionale, lintercettazione
di questi tesori non avrebbe potuto essere possibile?".
Da Damasco al Cairo passando per Beirut, la guerra
anglo-americana contro lIraq e loccupazione dellantica
Mesopotamia hanno lasciato molte amarezze. Che siano stati
o che siano i loro impegni politici passati o presenti, gli
uomini e le donne di letteratura, darte o dello spirito
parlano di "tristezza", di "umiliazione",
di "dolore" e nutrono la massima diffidenza nei
confronti degli Stati Uniti. Al di là delle vittime
civili che tutto il mondo deplora, degli interrogativi o delle
accuse di "lassismo" o di "tradimento"
che "levaporazione" dei dirigenti iracheni
provoca, del loro esercito e delle loro milizie, e della questione
delle armi di distruzioni di massa, spesso definita come "falso
pretesto" per invadere lIraq, la devastazione dei
luoghi della memoria ha lasciato una profonda traccia negli
spiriti. Lidea, nella migliore delle ipotesi di un "baratro
di incultura e di ignoranza della storia", nella peggiore
di una volontà di "vendetta" americana, è
abbastanza diffusa. La stizza è abbastanza forte, in
particolare in chi, come questo editore, rifiuta di confidarsi
perché, afferma, il tempo della stampa non è
quello della riflessione, perché non serve a niente
darsi ad un sentimentalismo inopportuno, perché Baghdad
non è la prima capitale occupata e Beirut e
Gerusalemme?, dice perché tutti i Paesi arabi
dal Golfo al Mediterraneo sono "agli ordini di Washington".
Ma laffare iracheno sembra aver catalizzato una riflessione
sui progetti e sui sogni politici impossibili o abortiti tanto
dei regimi al potere quanto degli oppositori nella loro varietà
infinita.
Damasco
Abdul Rahman Mounif è uno dei più grandi romanzieri
arabi contemporanei, ed anche uno dei più prolifici,
tradotto in numerose lingue. Il suo romanzo storico in cinque
volumi, "Le città di sale", è senza
dubbio la sua opera più nota; in Francia, "A Est
del Mediterraneo" e "Una città nella memoria"
sono pubblicate da Actes Sud-Sindbad. A 70 anni, è
stato testimone dei grandi avvenimenti del XX secolo e il
suo interminabile esilio ha accentuato il suo senso della
memoria individuale e collettiva. Baghdad è stata una
delle città che ha accolto questo scrittore, privato
da quarantanni della sua nazionalità saudita
per pensiero politicamente non corretto. Alla sua partenza
per Damasco, nel 1981, i responsabili del Museo di Baghdad
gli avevano offerto una statuetta, oggi appoggiata su una
mensola del modesto salone del suo appartamento, sui muri
del quale sono appese alcune tele di artisti arabi, spesso
iracheni. Portatore, in seguito, di passaporto algerino, yemenita,
iracheno e siriano, Abdul Rahman Mounif da anni si tiene a
distanza da qualsiasi attività politica, convinto che
la sua sola "arma" sia la penna. I suoi Paesi daccoglienza
hanno stranamente rispettato questa libertà di spirito.
Talvolta bisogna credere al miracolo, in una regione in cui
la tolleranza non è la prima qualità dei governi.
Reprimendo la rabbia, non lasciandosi andare ad
alcun effetto emotivo, egli lancia un verdetto impietoso:
la distruzione e il saccheggio di simboli di una cultura e
di una storia in Iraq erano "inevitabilmente organizzati
tra linvasore americano e le bande di saccheggiatori
con un doppio obiettivo: troncare i legami del popolo iracheno
con la propria civiltà e fare man bassa dei pezzi più
preziosi del patrimonio dopo aver mandato in frantumi tutto
ciò che appariva secondario o non trasportabile".
Destinazione finale, gli Stati Uniti, "nuovi colonizzatori",
e "Stato senza radici", che si dedicano ad una "accumulazione
compulsiva di opere darte e storiche per dotarsi di
una storia e di una civiltà". Il colonizzatore
britannico, afferma, aveva "fatto uso di scaltrezza,
aveva cercato di adeguarsi ai popoli e di adattarsi al loro
stile di vita"; la Francia coloniale "portava con
sé tutta la sua cultura". "Gli americani
invece, nel nome del pragmatismo che professano, non hanno
mai esitato, pretendendo di essere i paladini dei diritti
delluomo, a proteggere e sostenere i peggiori regimi
dittatoriali, pronti a svenderli quando non sono più
utili". Al di là dellIraq di oggi, il loro
obiettivo è "fare man bassa del petrolio, dalla
fonte al consumatore, per imporsi a tutti i concorrenti reali
o potenziali, che si tratti del Giappone, della Cina o dellEuropa";
Abdul Rahman Mounif si rifiuta però di lasciarsi andare
a questa autocommiserazione, da lungo tempo marchio depositato
di un mondo arabo che si presenta sempre come vittima di "complotti".
Le mancanze arabe sono molte, afferma, indicando soprattutto
"unassenza totale di razionalità e di equilibrio".
"Ognuno per sé è la regola e la solidarietà
araba è una parola vuota. Le istituzioni collettive
stagnano, peggio, si disgregano. Lautocritica è
un imperativo. Poteri e oppositori sono anche responsabili.
Gli slogan non sono mai serviti ad altro che a sedurre le
masse per manipolarle meglio. Lintellettuale che, ancora
cinquantanni fa, era il nobile, il censore che faceva
tremare il principe, è oggi il salariato del principe,
uno strumento del suo potere. Chi contravviene è relegato
in prigioni divenute luogo di passaggio obbligato per rimodellare
gli spiriti, addomesticarli e rimetterli sulla retta via.
Se vi fu uno sviluppo, è stato proprio quello delle
prigioni!".
Abdul Rahman Mounif vuole tuttavia conservare
la speranza che vede sorgere nella resistenza irachena alloccupazione
americana. "Ciò che accade sotto i nostri occhi
in Iraq forse è una svolta storica", afferma.
"Le manifestazioni che si sono svolte nei Paesi arabi
hanno suscitato una nuova presa di coscienza. Gli Stati Uniti
hanno chiuso lombrello sotto il quale si riparavano
i dirigenti della regione. I re sono nudi, o quasi".
Sempre Damasco. Se dovesse "riassumere in
una parola" la sua condizione spirituale, Ali Al-Atassi
parlerebbe di "umiliazione". A trentacinque anni,
questo docente universitario ed editorialista siriano ce lha
con gli Stati Uniti, con i media, con i dirigenti arabi, e
si inquieta per il suo Paese. Vuole "ammettere che i
soldati americani non avevano né il tempo né
i mezzi per fare operazioni di polizia a Baghdad, ma lhanno
fatto lo stesso davanti ad alcuni siti, guarda caso al ministero
del petrolio! Non vedo complotti da ogni parte afferma
ma ciò che è accaduto rivela il baratro
della violazione di tutti gli aspetti umani e culturali. La
distruzione dei musei, delle biblioteche, ha privato lIraq
di queste ricchezze. LIraq non è soltanto petrolio!",
esclama. È atterrito da questo "orientalismo televisivo"
che assume unimportanza "enorme" e che, fondato
su una totale ignoranza della cultura e della storia, "si
interessa soltanto a immagini che corrispondono a degli stereotipi
e a dei miti, che presentano gli iracheni come beduini affamati
e assetati o come bande di saccheggiatori" interessati
soltanto alla rapina. Immagini "che non corrispondono
affatto alla realtà dellIraq, un Paese di classi
medie, di tecnocrati, di una intellighenzia che non si vede
mai". Immagini che ne richiamano altre, presentando linsieme
del Medio Oriente quasi esclusivamente come "teatro di
guerre, o sotto langolatura dei regimi dittatoriali,
o come culla dellintegralismo". Le televisioni
occidentali hanno dato il "la", ma le loro consorelle
arabe non hanno fatto meglio, funzionando allo stesso modo,
"riversando un flusso di immagini che non possono che
generare depressione, terreno ideale per il terrorismo".
Ali Al-Atassi è inquieto per il suo paese, la Siria,
dove non augura affatto "di vedersi ripetere quello che
è accaduto in Iraq". Egli contesta la presunzione
del progetto americano di imporre la democrazia "dallalto
della torretta dei blindati" e nota, con amara ironia,
che gli Stati Uniti non fanno alcuna allusione ai diritti
delluomo nelle richieste che hanno rivolto al suo Paese.
Per lui, la palla è oggi nel campo del potere che "deve
comprendere che non può difendersi se non rispetta
la dignità e la libertà dei cittadini. Per far
fronte alle pressioni, questo potere non ha altra scelta che
rivolgersi al popolo e dargli la libertà", sottolinea.
"Siamo tutti preoccupati per quello che succede e lopposizione
in tutte le sue componenti vuole una riconciliazione nazionale
per poco che le regole nazionali siano rispettate".
Hanane Kassab Hassan, docente al dipartimento di francese
dellUniversità di Damasco, condivide questo parere.
"È il momento, ora o mai più, di un cambiamento
interno", afferma. Che gli Stati Uniti dicano di voler
imporre la democrazia, e noi reclameremo delle prigioni! Che
si levino contro il regime, e noi li sosterremo! Ma gli americani
assicura non vogliono davvero la democrazia.
Daltronde il loro sostegno ha permesso ai regimi attuali
di restare al potere. Essi sanno bene che le vere democrazie
si opporranno ancora di più alla loro presenza".
Dopo ciò che è accaduto in Iraq, Hanane Kassab
Hassan teme una "recrudescenza del fanatismo e del nazionalismo
nel suo senso più stretto di antioccidentalismo primario.
E questo verrà compiuto contro di noi", i democratici,
che aspirano alla libertà e alla laicità.
"Già ora, nello spirito dei fanatici sottolinea
la laicità si confonde con lateismo. Emarginate,
divise, impantanate in discorsi lambiccati, le élite
intellettuali sono sempre più private di spazio pubblico,
mentre i religiosi, dal canto loro, hanno il loro spazio,
la moschea". La cosa più "dolorosa"
per lei, in questa guerra contro lIraq, sono "questi
saccheggi, queste distruzioni, questo caos", e ha fatto
fatica a credere che un popolo "elegante" come quello
iracheno "si comporti in questo modo". "Non
sono persone affamate ad aver compiuto i saccheggi!",
nota. Daltronde, non sono i depositi alimentari ad essere
stati devastati. Tutto dà limpressione di essere
stato "organizzato e provocato".
Beirut
A Beirut, una delle sue tappe preferite, Nuha Al-Radi lancia
i suoi fulmini. Tutto o quasi di ciò che è accaduto
in Iraq pare carico di simboli per questa pittrice, ceramista
e scultrice irachena, dalla sensibilità a fior di pelle,
per la quale gli americani e gli inglesi hanno "fatto
peggio del mongolo Houlagou, che ha avuto almeno la decenza
di non pretendere di venire a liberare gli iracheni".
Ciò che è accaduto, dice, è un "enorme
film allamericana", che permette ai "criminali"
dellamministrazione Bush e a Tony Blair di mettere le
mani sullIraq. Anche se "non ci sono prove",
Nuha Al-Radi è convinta che il saccheggio dei musei
e lincendio delle biblioteche erano "organizzati"
dagli invasori. "I saccheggiatori, esistono, certo",
afferma, "ma se la prendono con le case dei ricchi e
dei commercianti, non con gli archivi e la documentazione".
Lobiettivo? "Lasciare che sinstalli
il caos, mostrare che gli iracheni sono dei beduini che vivono
sotto una tenda e pretendere che la storia ricominci da zero".
Lindignazione la si coglie anche nella sua gestualità,
quando aggiunge: "E queste riunioni dellopposizione
a Nassiriya Perché Nassiriya, mi sono chiesta?
Ma la risposta è arrivata da sola: perché è
lantica Ur, e loro vogliono essere il nuovo Abramo.
Israele non centra?". Diplomata alla Byan Shaw
School di Londra, Nuha Al-Radi, che ha insegnato allUniversità
americana di Beirut dopo aver vissuto tra Iran, India, Egitto,
Iraq e Libano, in seguito ai trasferimenti di suo padre che
era diplomatico, si è ritrovata ad essere scrittrice
senza saperlo. Il suo Diario ("Diari di Baghdad",
pubblicato presso la casa editrice Saqi Books a Londra), la
sola opera recente sullIraq che ne parla come di un
"vero Paese", secondo il docente americano-palestinese
Edward Saïd, racconta, non senza humour, la vita a Baghdad
e in esilio da dodici anni a questa parte. Saddam Hussein
ai suoi occhi non è che un vigliacco la cui unica preoccupazione
è stata, per trentanni, la propria sopravvivenza,
che, lei ne è convinta, ha "venduto" lIraq
agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna in cambio della sua
fuga verso qualche luogo sicuro allaltro capo del mondo.
Non è vero, dice, che la guerra era inevitabile per
liberare lIraq da questo satrapo. Lunica soluzione
"umana e dignitosa" sarebbe stata quella di eliminare
le sanzioni, e di permettere agli iracheni di vivere in modo
dignitoso. Ora che George W. Bush reclama lannullamento
di queste sanzioni "perché gli fa comodo",
Nura Al-Radi si augura che le Nazioni Unite, che "si
sono disonorate in tutta questa vicenda, abbiano una reazione,
gli dicano di no e riprendano la situazione in mano".
Wajih Kawtharani non è di questavviso, ritenendo
che, nonostante "gli Stati Uniti abbiano calzato gli
stivali di Saddam per calpestare lIraq", benché
abbiano "ereditato metodi colonialisti, ossia fascisti",
benché per anni abbiano "chiuso gli occhi sulla
questione dei diritti delluomo in questa regione, o
persino incoraggiato le dittature", la loro "ingerenza
in Iraq era un male inevitabile". Questo libanese, professore
di storia allUniversità del Libano, che, come
molti della sua generazione, ha vibrato alle idee del nazionalismo
arabo o del marxismo, è "triste, afflitto"
per la sorte riservata allIraq. "Ma il regime di
Saddam Hussein aveva raggiunto tali vertici di crudeltà
sanguinaria che non era più possibile rimediarvi in
altro modo", ritiene. "In Iraq, gli arabi raccolgono
quello che hanno seminato", aggiunge Wajih Kawtharani.
"Noi élite, partiti politici, poteri e regimi
arabi, non siamo riusciti a edificare lo Stato moderno"
dopo le indipendenze.
Così come le antiche potenze coloniali
erano riuscite a sfruttare a loro vantaggio i particolarismi
regionali - lislam politico, la struttura comunitaria,
il tribalismo -, "i legami di fedeltà, da dominante
a dominato, di clientelismo, di assoggettamento, di oppressione
e di autoritarismo hanno fatto parte della trama della relazione
dello Stato con la società" dopo la decolonizzazione.
"Ci sono anche stati tentativi seri di modernizzare la
cultura politica araba da parte dei pionieri della nahda (rinascimento)
araba. Queste costituzioni democratiche sono state anche adottate,
in Iraq, in Egitto, in Siria e in Libano, ma, a partire dagli
anni 50, invece di far evolvere questi tentativi in
embrione di unesperienza democratica, i successivi colpi
di Stato li hanno fatti morire". "Lautocritica
è oggi fondamentale", dice ancora Wajih Kawtharani,
"non per esonerare lOccidente ma perché
sia le élites che le popolazioni arabe hanno talmente
focalizzato le loro critiche su di esso da nascondere le proprie
responsabilità". Malgrado la sua "amarezza",
questo docente vuole restare "ottimista a termine".
Il "progetto di rinascimento arabo non è impossibile,
ma obbedisce ad alcune condizioni, la prima e più fondamentale
delle quali è che gli arabi riconoscano che sono sconfitti
e che si impegnino a indicare le cause di questa sconfitta",
afferma.
Il Cairo
Sì, hanno qualcosa da dire i romanzieri egiziani Sonallah
Ibrahim e Gamal Ghitani e il ricercatore Nader Ferghani; e
sopra e prima di tutto suonare le campane a morto per lordine
arabo, di cui la crisi irachena ha, a loro avviso, rivelato
linutilità e la sconfitta. Un disegno, pubblicato
laltro giorno dal settimanale "Al-Ahram Weekly"
illustra bene questo dispetto: la Lega Araba vi è rappresentata
sotto laspetto di un gigante che brandisce uno striscione
sul quale è scritto "niente guerra, per favore",
mentre tra le sue gambe divaricate sfila una colonna di carri
americani.
"Di fronte allaggressione contro lIraq,
lordine arabo nazionale e transnazionale rappresentato
dalla Lega Araba è caduto", insiste Nader Ferghani,
coordinatore del famoso rapporto del Pnud sulle carenze dello
sviluppo umano nel mondo arabo. "Ci sono coloro che hanno
commesso il crimine, gli americani, ma anche gli accessori,
e sono i regimi arabi", afferma. "Limpotenza
del sistema regionale arabo si è rivelata in tutto
il suo splendore. È ormai inevitabile che la Lega dei
governi arabi finisca, a vantaggio di una Lega dei popoli
arabi e delle organizzazioni" della società civile.
"Se non tutto il male viene per nuocere, linvasione
dellIraq avrà permesso alla gente di esprimere
il suo punto di vista, malgrado la repressione dei regimi
dei quali non ha evitato di dire tutto il male che pensa".
Altra conseguenza "positiva", secondo lui: "Un
movimento popolare è in gestazione, nei Paesi arabi
e anche oltre, di cui la "Tela" è un supporto
capitale, che comprende le questioni irachena, palestinese
- laffare iracheno ha appianato il terreno per una soluzione
del conflitto israelo-palestinese a vantaggio di Israele -
le politiche ufficiali e la mondializzazione nei suoi aspetti
più selvaggi".
Come Nader Ferghani, il romanziere ed editorialista
Gamal Ghitani, che i francesi conoscono bene, e che, come
ex corrispondente di guerra, conosce la materia militare,
si interroga sui misteri della caduta di Baghdad senza la
minima resistenza, "con le forze americane che penetrano
nella città, con laria serena di coloro che sanno
che non dovranno combattere". La sconfitta dellIraq
era prevedibile, dice, "ma avrei voluto che questo non
accadesse tanto facilmente. La resistenza di Oum Qasr ha fatto
sperare in una riedizione a Baghdad". Non lo è
stato, e Nader Ferghani e Gamal Ghitani sono quasi convinti
che ci sia stato un "accordo", un "mercato",
forse.
Gamal Ghitani, che "conosce bene lIraq",
dove ha "degli amici personali", rifiuta che limmagine
di Saddam Hussein macchi ogni membro del partito o ogni soldato
dellesercito iracheno. Egli accusa il dittatore di aver
sporcato lidea di panarabismo, lanciando inizialmente
una guerra contro lIran per annettersi il Kuzistan-Arabistan,
e poi invadendo il Kuwait.
"Lidea di panarabismo afferma deve
essere rivisitata. Unetnia, quella araba, e una comunità,
quella sunnita, hanno imposto il loro potere sullIraq,
Paese multietnico e pluricomunitario! La prima lezione che
il mondo arabo deve trarne è di non reprimere lAltro,
chiunque esso sia. Il panarabismo devessere culturale".
La sua prima preoccupazione in questo momento è lEgitto,
la cui storia, lamenta, è stata maltrattata a partire
dallondata panaraba giunta nel 1952. "I nostri
allievi non conoscono per esempio la storia dei copti. LEgitto
deve essere culturalmente riscoperto, perché il suo
passato è costitutivo del suo presente. Farlo significa
assicurare la protezione del panarabismo". È indispensabile,
dice ancora Gamal Ghitani, che "il governo, che ha avuto
successo in occasione della crisi irachena, ora faccia i conti
con limportanza di una vera liberalizzazione democratica
allinterno". È ugualmente indispensabile,
di fronte alla brutalità dellintervento americano,
esemplificata soprattutto dal "saccheggio del museo di
Baghdad e delle biblioteche, e il cui obiettivo è di
contestare allIraq una civiltà millenaria",
che le "civiltà antiche, dimenticando i conflitti
passati, si riavvicinino, nellinteresse stesso dellumanità".
A questo riguardo, Gamal Ghitani fa tanto di cappello alla
Francia, alla Germania e al papa, la cui posizione sullIraq
ha aperto, secondo lui, una breccia nellidea di una
"guerra di civiltà" che si stava diffondendo
a livello popolare.
Sonallah Ibrahim, autore di "Warda" (ed. Actes-Sud)
o anche di "Anni di Zeth" (ed. Babel), tra laltro,
non crede più se non alla creazione di un "ampio
fronte transnazionale che non tenga conto dellappartenenza
etnica, religiosa e politica, per far fronte alloccupazione
americana e israeliana". Egli non vuole mai più
utilizzare il termine "democrazia", perché
ognuno gli dà il significato che gli conviene. "Gli
slogan di democrazia e di libertà", branditi fino
ad ora, "non erano che parole vuote e, a proposito dellIraq,
i regimi arabi hanno rasentato la caricatura usando e abusando
del termine, ma incapaci o per nulla desiderosi di agire!".
"Quandero piccolo afferma avevo orrore
del tema, perché era parlare per non dire nulla. Mentre
ero di passaggio laltro giorno al Cairo, Dominique de
Villepin, ministro francese degli Esteri, ha fatto un discorso
un discorso molto potente nel senso arabo del termine
cioè vuoto di senso: ancora una volta il tema!",
si lamenta Sonallah Ibrahim, addolorato dalla vicenda irachena,
ma tuttavia "contento perché tutto è ormai
molto chiaro: è evidente che esiste un blocco, lOccidente,
che si serve di slogan per arrivare ai suoi scopi", e
perché la mobilitazione dellopinione pubblica
nel mondo è il segno precursore di unopposizione
mondiale allordine nuovo che gli Stati Uniti vogliono
imporre al mondo.
E aggiunge: "da trentanni il lavaggio del cervello
al quale è stata sottomessa la gente ha quasi del tutto
annientato la sua coscienza politica. In questi due ultimi
anni, le cose hanno cominciato a cambiare, con lIntifada
palestinese nel ruolo essenziale di catalizzatore. La cosa
più interessante oggi è che il cittadino comune
è riuscito a collegare le sue difficoltà quotidiane,
la sua dignità, ciò che accade nel suo Paese
e nella regione, e quello che accade nel mondo". Certamente,
sono possibili derive estremiste, riconosce, ma lopposizione
alloccupazione americana in Iraq e israeliana in Palestina
è "sostenuta da unopinione pubblica laica
in tutto il mondo e questa combinazione è tale da neutralizzare
gli aspetti dogmatici, strettamente sciovinisti, del movimento".dogmatici,
strettamente sciovinisti, del movimento".