Un
appello del Tribunale dei Popoli
La guerra pone in pericolo le nostre democrazie.
La Fondazione Internazionale Lelio Basso, di
fronte alla minaccia di una guerra 'preventiva" contro
l'Iraq, che metterebbe in pericolo la convivenza civile dei
popoli e il futuro stesso del diritto internazionale, ha deciso
di lanciare l'appello approvato dal Tribunale Permanente dei
Popoli a conclusione della sessione "Il diritto internazionale
e le nuove guerre", svoltasi a Roma nei giorni 14 -16
dicembre.
Gianni Tognoni e Linda Bimbi
La minaccia di una guerra preventiva contro l'Iraq
è una minaccia al futuro della convivenza civile sul
nostro pianeta fondata sul diritto internazionale. Più
ancora delle altre guerre del passato decennio, una simile
guerra rappresenterebbe una violazione vistosa della Carta
dell'Onu. Non ricorre infatti "un attacco armato contro
un membro delle Nazioni Unite": che è il solo
caso in cui è consentito dalla Carta l'esercizio del
"diritto naturale di autotutela individuale o collettiva",
in deroga al divieto della minaccia e dell'uso della forza
nelle relazioni internazionali. Come hanno più volte
affermato il Consiglio di Sicurezza e la Corte internazionale
di giustizia, la "guerra preventiva", e perfino
singole azioni militari intraprese contro l'astratto pericolo
di un'aggressione, sono radicalmente contrarie all'ordinamento
delle Nazioni Unite. La stessa espressione "guerra preventiva
", del resto, è una formula contraddittoria, idonea
a legittimare la guerra di aggressione attraverso la trasformazione
dell'aggredito in aggressore.
Ma il pericolo di un crollo del diritto internazionale deriva
soprattutto dall'aperta e insistente rivendicazione, che accompagna
la minaccia di questa guerra, della legittimità della
guerra medesima come strumento di soluzione dei problemi e
delle controversie internazionali. Questa riabilitazione della
guerra equivarrebbe a una dissoluzione dell'Onu, la cui ragion
d'essere risiede precisamente nella messa al bando della guerra
e nel mantenimento della pace, attraverso un complesso sistema
di misure che include un uso regolato e controllato della
forza sotto la costante direzione del Consiglio di Sicurezza.
La guerra, in quanto uso sregolato, illimitato e incontrollato
della forza, è d'altro canto la negazione del diritto,
consistendo il diritto nella regolazione e nella limitazione
della forza. E lo sono tanto più le odierne guerre
aeree scatenate dalle potenze occidentali, il cui tratto caratteristico
è di svolgersi senza perdite di vite umane dalla parte
degli aggressori e di produrre la quasi totalità delle
vittime tra le popolazioni civili, innocenti delle colpe addebitate
ai loro governanti. Espressioni come "guerra giusta"
o "guerra legittima" a proposito di queste guerre
hanno perciò un significato analogo a quello di espressioni
del tipo "giusto massacro", "giusta o legittima
strage di innocenti", "giusta carneficina ",
"tortura legittima" e simili.
Non meno incongruo e irrazionale è il ricorso alla
guerra come mezzo per battere il terrorismo globale. Il terrorismo
è una forma di violenza politica che si caratterizza
per la sua imprevedibilità e per il carattere indiscriminato
delle sue vittime, immancabilmente innocenti. La risposta
ad esso con la guerra, che è parimenti violenza indiscriminata,
equivale a una sua omologazione ai metodi delle organizzazioni
terroristiche, e perciò a un abbassamento degli Stati
che la promuovono al loro livello. Ne risulterebbe una guerra
altrettanto globale, senza limiti di tempo e di spazio, che
anziché sconfiggere il terrorismo finirebbe per alimentarlo
in una spirale senza fine. Al contrario il terrorismo può
essere battuto soltanto con la risposta, rispetto ad esso
asimmetrica, del diritto e della politica, cioè della
scoperta e della cattura dei responsabili, nonché della
capacità dei governi di farsi carico delle sue cause
politiche, economiche e culturali.
La rilegittimazione della guerra come strumento di governo
del mondo, preannunciata dal documento strategico americano
del 17 settembre, produrrebbe inoltre una regressione neoassolutistica
e imperiale dell'ordine mondiale che finirebbe per compromettere
le forme stesse dello stato di diritto e della democrazia.
La restaurazione di un potere di guerra insindacabile e imprevedibile
in capo alla superpotenza americana, e perciò al suo
presidente, contraddirebbe infatti il paradigma dello stato
di diritto, che non ammette poteri assoluti e richiede la
soggezione alla legge di qualunque potere. E varrebbe a logorare
profondamente le nostre democrazie, sotto due aspetti: allinterno
dei paesi occidentali, a causa delle leggi liberticide, della
disinformazione, della propaganda e dell'intimidazione del
dissenso che sempre si accompagnano all'emergenza bellica;
a livello mondiale perché di fatto l'intera popolazione
della terra risulterebbe virtualmente soggetta a un nuovo
sovrano, rappresentativo nel migliore dei casi del solo popolo
del suo paese. Si avrebbe così il paradosso che una
guerra, promossa secondo il documento strategico statunitense
per difendere "libertà, democrazia e libero mercato",
avrebbe raggiunto l'effetto di affossarli. E questa contraddizione
sarebbe drammaticamente aggravata dalla crescita dell'odio
e dello spirito di rivolta nei confronti dell'Occidente e
dalla totale perdita di credibilità, presso i popoli
poveri della terra, del suo intero sistema di valori.
L'imprudenza politica ha di solito conseguenze catastrofiche
non soltanto per chi la subisce ma anche per i politici imprevidenti.
Se poi l'imprudenza è un'imprudenza armata, la catastrofe
acquista i caratteri della tragedia collettiva. Quando infine
l'appello moralistico ai valori umanitari è utilizzato
per occultare gli effetti perversi di una guerra, l'imprudenza
politica ha la tendenza ad acquistare, come scrisse Hume,
i caratteri della veemenza e a contribuire alla rapida distruzione
dei medesimi valori che si invocano a sostegno dell'intervento
armato. È probabile che in futuro l'uso sempre più
frequente di un pensiero di tipo bellicista indebolisca i
freni della prudenza e favorisca il trattamento veemente,
cioè irriflessivo, dei problemi politico-giuridici.
Questo contribuirà anche a formulare false giustificazioni
a sostegno del raggiungimento egoista e violento di interessi
nazionali, a imporre la pratica di una diplomazia coercitiva
informata alla legge del più forte, a rafforzare gli
odii e i pregiudizi ideologici e, last but not least,
a ridurre la fiducia nella possibilità che le relazioni
internazionali siano basate su principi e regole morali di
carattere universale. Quando la guerra si rende accettabile
attraverso lo schermo retorico dell'umanitarismo armato dei
"moralisti politici", come li chiamò Kant,
allora l'uscita dal labirinto della violenza diventa impossibile.
Noi non ci illudiamo, con questa dichiarazione, di convincere
i potenti della terra dai quali dipendono i destini del mondo.
Ciò che intendiamo affermare è che la guerra
attualmente annunciata sarebbe giuridicamente illecita, moralmente
ingiustificabile e politicamente inefficace. Il suo terribile
effetto, oltre alle vittime e alle devastazioni che seguono
ad ogni guerra, sarebbe la distruzione dell'attuale ordine
internazionale nel tentativo, a nostro parere irrealistico,
di sostituirlo con un nuovo ordine basato sulla forza e sull'arbitrio.
Contribuire a privare questo nuovo ordine del consenso necessario
alla sua legittimazione è il principale scopo di questo
appello.
Il Tribunale Permanente dei Popoli Roma, Campidoglio, 14-16
dicembre 2002
Le adesioni all'appello vanno Inviate alla Fondazione
Internazionale Lelio Basso
NB Il testo della sentenza, come pure i contributi
di dottrina, le analisi; le documentazioni e le testimonianze,
espresse durante la sessione, si trovano nel sito www.grisnet.it/filb