(Relazione al seminario, organizzato dalla Fondazione
per il Social Forum Europeo, su "Il diritto Internazionale
e le nuove guerre)
È noto che nella vita privata i quattro
esponenti principali del governo Usa sono stati attivi nell'industria
petrolifera: presidente, vicepresidente, consigliere per la
sicurezza, segretario di stato: George W. Bush, Richard Cheney,
Condoleezza Rice, Colin Powell. Nel corso del decennio '90,
con i democratici di Clinton al governo e Bush governatore
del Texas, Cheney, Rice e Powell che avevano lavorato al governo
di Bush padre, ebbero ruoli importanti nel mondo del petrolio.
Non è dunque un caso che l'industria energetica abbia
contribuito alla campagna elettorale di Bush né che
Bush abbia scelto Cheney come vice e gli altri come stretti
collaboratori. Insomma tra industria del petrolio, mondo politico
repubblicano e, adesso, governo Usa non c'è soluzione
di continuità, nonostante l'incessante richiamo alle
libertà, al ruolo sussidiario del governo federale
e ai meriti dell'impresa privata da difendere e potenziare.
Sicché non sorprese nessuno a Washington che nella
sua seconda settimana di governo il presidente George W. Bush
formasse il Gruppo per lo sviluppo della politica nazionale
dell'energia, con il mandato di "sviluppare una politica
nazionale dell'energia concepita per aiutare il settore privato
e, se necessario e appropriato, i governi statali e locali,
nel promuovere un'affidabile, accettabile e ambientalmente
fondata produzione e distribuzione di energia per il futuro".
Diciannove dei venti personaggi chiamati a far
parte del Gruppo erano dirigenti del settore energetico. Si
parlò a lungo di loro dopo lo scoppio dello scandalo
Enron, allorché le commissioni d'inchiesta del congresso
e una pletora di giudici chiesero di esaminarne i verbali,
compresi quelli delle conversazioni private del vice presidente
Cheney cui si deve materialmente la stesura del documento
presidenziale; esami che però non furono concessi.
In ogni caso nel leggere oggi il documento della cosiddetta
Nep, o politica energetica nazionale (da non confondere con
la Nep di Lenin e Bucharin) vi si ritrova una descrizione
precisa del settore, difficoltà e prospettive, presenti
all'inizio del 2001 (il documento è stato completato
in aprile), circa un secolo fa. Il sistema elettrico è
poco efficiente e da ridescrivere con una forte spesa e nel
corso di molti anni. Occorrerà un uso più efficiente
del gas, un rilancio del carbone, un nucleare non più
impastoiato, nuove - tantissime - centrali di produzione,
reti affidabili per collegare le centrali e le città,
evitando la vergogna dei blackout. C'è interesse per
l'idroelettrico e c'è simpatia per le energie alternative
e per il risparmio. In ogni caso, assicura il presidente,
"non accetteremo la falsa scelta tra protezione ambientale
e produzione di energia". Questo per l'energia elettrica,
un problema, tutto considerato, interno. Rimane il problema
dei trasporti. I petrolieri del governo danno per scontata
l'equazione elettorale: automobile = libertà. A grandi
linee è il messaggio con il quale hanno vinto le elezioni
nel duemila. Il documento della Nep insiste su un concetto
assai condiviso che in bocca al governo diventa anche una
previsione che si autorealizza: da qui al 2020 non vi saranno
drammatici cambiamenti: petrolio per i trasporti. Le auto
andranno con il loro bravo motore a scoppio e i camion con
il diesel: benzina e gasolio, gasolio o benzina. Poi si vedrà.
Tra vent'anni, ai tempi di Bush III, forse le auto andranno
altrimenti, ma non è compito della politica pensare
tanto avanti.
Così il presidente indica l'esigenza che precede il
resto: la disponibilità di petrolio, abbondante, sicuro,
come elemento concreto, fondante della politica energetica
e più in generale della strategia del paese. Gli Usa
consumano un quarto del petrolio mondiale; tre quarti va al
trasporto: le auto, da sole, consumano dall'otto al dieci
per cento di tutto il petrolio del mondo. E anche questa è
libertà.
In tema di petrolio sono forniti alcuni dati eloquenti. Il
primo è quello generale già indicato: nei prossimi
venti anni esso non avrà alternative per quanto riguarda
i trasporti. Treni e navi potrebbero andare a carbone ma aeroplani,
trasporti merce su gomma, automobili, macchine per il movimento
terra, no, il petrolio è indispensabile. Il secondo
punto è che il petrolio di produzione nazionale è
insufficiente, ormai da moltissimi anni, oltre che più
costoso. Un grafico mostra come il fabbisogno di petrolio,
pari a 19 milioni di barili al giorno (mbg) nel 2000, dovrebbe
salire a 26 mbg nel 2020, anno di riferimento. La produzione
nazionale, compresa l'Alaska, avendo rimosso le infantili
preoccupazioni ambientali in proposito, dovrebbe scendere
dagli 8 mbg del 2000 ai 7 mbg del 2020. Le importazioni di
conseguenza dovrebbero passare da 11 mbg a 19 mbg raggiungendo,
dal 63% attuale, il 73% del totale del petrolio consumato.
"Con l'andazzo attuale dice il presidente - tra vent'
anni l'America importerà circa due barili di petrolio
ogni tre - una condizione di crescente dipendenza da potenze
straniere che non sempre hanno gli interessi dell'America
nel cuore".
Il terzo punto riguarda la distribuzione delle importazioni.
Il petrogoverno Usa riceve nel 2000 il petrolio da un gran
numero di paesi, ma 4 coprono il 55% dell'importazione. Si
tratta di Canada 1,686 mbg, Arabia saudita 1,566 mbg, Messico
1,519 mbg, Venezuela 1,359 mbg. Oltre ai quattro indicati,
rientrano tra i dieci maggiori fornitori, anche, nell'ordine:
Nigeria 0,887, Iraq 0,613, Colombia 0,332, Norvegia 0,332,
Regno unito 0,330, Angola 0,296. L'"emisfero occidentale",
cioè gli altri paesi delle Americhe, compresa la Colombia,
pesa per circa metà delle importazioni degli Usa. Ma
questo non può bastare: gli Usa sono ben consci del
fatto che il mercato del petrolio è uno solo. Agli
Usa conviene avere petrolio da tutte le provenienze, tanto
più che le multinazionali Usa sono attive in ogni angolo
del mondo che non gli sia inibito da qualche "sanzione".
L'Iraq è importante, nello scacchiere petrolifero Usa
nonostante l'embargo, come sono importanti gli alleati europei
e l'Africa. L'Iraq però fa troppo di testa sua, è
irriducibile, non diverrà mai, con il governo che si
ritrova, un fornitore affidabile. L'indicazione che percorre
il documento è che sono importanti tutti i produttori,
purché siano docili, vi sia un prezzo unico, senza
strappi, in un mercato tenuto sotto controllo.
Il ventaglio degli interessi è analizzato
nell'ottavo e ultimo capitolo del documento. Gli Usa, per
garantirsi il petrolio necessario alla libertà, e ai
trasporti di merci e persone, cioè petrolio sicuro
e a buon prezzo stabile, dovranno tener conto anche degli
altri consumatori, ma non per generosità. Occorre sapere
se la ricca Europa e il ricchissimo Giappone Saranno disposti
a cedere mollemente ai ricatti dei produttori, con il risultato
di inflazionare il mercato petrolifero. Si lasci libero corso
al mercato - è perfino inutile ripeterlo - però
la Nep contiene un consiglio ai paesi amici: quello di aumentare
molto le riserve strategiche, per contenere gli inevitabili
sbalzi di prezzo conseguenti alle restrizioni di offerta.
Occorre convincersi anche che Cina e India, per non nominare
che i paesi maggiori, si presenteranno sul mercato nel corso
del ventennio di riferimento, cercando il petrolio mancante
per i loro nuovi consumi. La domanda di petrolio crescerà
allora nel corso dei prossimi due decenni e non solo negli
Usa, ma anche altrove, spesso con ritmi più elevati.
Quanto sarà il petrolio disponibile nel prossimo ventennio?
Basterà per tutti? Basterà per l'America?
Il capitolo ottavo esamina allora l'offerta attuale di petrolio
nel mondo e le conoscenze in fatto di riserve Un grafico suggerisce
una distribuzione delle riserve all'inizio del 2000: 67 %
in Medio Oriente, 9% in America centrale e del sud, 7 % in
Africa, 6 % nei paesi dell'ex Urss, 5 % in nord America, 4
% in Asia orientale e in Oceania, 2 % il, Europa. Nel Medio
Oriente è inteso che l'Arabia saudita è la cassaforte
maggiore, ma è noto che altri paesi Iraq, Kuwait, Emirati
presi insieme uguagliano o superano le riserve arabe. Il richiamo
alle riserve non ha seguito nella Nep, anche se è una
discussione abituale in tema di petrolio. Qui serve solo a
indicare il Medio Oriente come lo scacchiere indispensabile
nel corso dei prossimi vent'anni di dipendenza mondiale e
americana dal petrolio. Se il petrolio sia agli sgoccioli,
oppure se ve ne sarà per altri 80 o 100 anni, è
un argomento lasciato da parte, nel testo della Nep, con qualche
ragione, dal loro punto di vista. Sia come sia, il petrolio
nel prossimo futuro, nel decennio che abbiamo di fronte è
indispensabile (indispensabile per la libertà) ed è
indispensabile quello mediorientale. "Risulta da ogni
previsione che il Medio Oriente rimarrà centrale per
la sicurezza petrolifera mondiale". Questo è il
centro della strategia, quale che sia la durata del petrolio
e la profondità delle riserve. Il petrolio mediorientale
è in buona parte arabo, in parte iracheno e degli emirati;
poi c'è quello iraniano. Come impedire che qualcuno
chiuda i rubinetti, se non stando lì a controllare?
Come proteggere l'operato delle compagnie Usa, se non impegnando
la forza? "Il Gruppo per lo sviluppo della Nep raccomanda
che il presidente appoggi le iniziative di Arabia saudita,
Kuwait, Algeria, Qatar ed Emirati arabi uniti e di altri produttori
nell'aprire aree dei loro settori energetici agli investimenti
esteri", ciò che in linguaggio meno diplomatico
vuol dire la Nep (cioè il presidente) raccomanda
al presidente di premere sui paesi petroliferi arabi perché
si aprano a Exxon e agli altri.
Vi è poi un' altra raccomandazione: "Il gruppo
per lo sviluppo della Nep raccomanda che il presidente dia
istruzioni ai segretari di stato, del tesoro e del commercio
perché inizino una completa revisione delle sanzioni.
La sicurezza energetica dovrebbe essere uno dei fattori considerati
in tale revisione". Non diplomaticamente: Di fronte
ai problemi della sicurezza energetica le sanzioni possono
essere abolite. La scelta di cambiare, con la forza, il
regime iracheno, prima che esso si consolidi con un'alleanza
internazionale con Francia e/o Russia e/o Cina, per sostituirlo
con uno più favorevole (molto più favorevole)
a Washington e ai suoi petrolieri, diventa una priorità
per il governo Usa che deve garantire un flusso di petrolio
per i prossimi vent'anni: dai pozzi alle stazioni di servizio
dei liberi elettori Usa.