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IL RAZZISMO DOPO L'11 SETTEMBRE
di Kizito Sesana *

Niente violenza, dunque niente notizia. Questo copione ormai scontato si è ripetuto anche in occasione delle elezioni presidenziali e parlamentari che si sono tenute in Kenya lo scorso 27 dicembre. I circa 250 giornalisti stranieri venuti a Nairobi per testimoniare il caos e la violenza che tutti prevedevano si sarebbe scatenata in occasione di questa storica tornata elettorale sono ripartiti delusi. Scontri e morti non ci sono stati: semmai si è assistito ad un'alternanza pacifica tra il partito al potere e quello all'opposizione. Un evento raro per l'Africa. Ma questo non interessa ai nostri media.
Ma facciamo un passo indietro. Dal 2 al 5 dicembre si è svolta a Kauda (Sudan) la All Nuba Conference. In una zona che è stata per molti anni devastata dalla guerra civile e totalmente abbandonata dalla comunità internazionale, si sono ritrovati 380 rappresentanti di tutti i Nuba. Facilitati dal cessate-il-fuoco in vigore da circa un anno, i Nuba hanno organizzato una specie di "summit delle stuoie". I partecipanti provenivano in misura quasi uguale dalle due parti, che per quasi 20 anni si sono combattute - governo e movimento di liberazione -, oltre a quindici rappresentanti della diaspora Nuba nel mondo (Europa, Nord America e Australia). Fra di loro c'erano ex-membri del Parlamento di Khartoum, professori universitari, leader politici e religiosi di grande rilievo. Per quattro giorni, hanno liberamente e apertamente discusso di guerra e pace e del futuro assetto politico della loro regione, grande come l'Austria. Un evento straordinario di democrazia e partecipazione popolare per cercare di tracciare le linee di sviluppo di un intero popolo. Ma i giornalisti internazionali presenti erano… solo uno, un italiano. Eppure la stampa internazionale era stata invitata con insistenza.
Quando i mass media occidentali parlano di Africa si attengono strettamente al vecchio principo giornalistico che conflitto, violenza e guerra fanno notizia, mentre la pace no. Neanche una straordinaria evoluzione positiva e una lezione di partecipazione democratica come quella che sta avvenendo sui Monti Nuba può interessare.
Ma è solo questo? Temo che quando si tratta di Africa ci sia qualcosa di più, e di peggio.
C'è un episodio che potrebbe sembrare marginale, ma che vale la pena di ricordare, perché è rivelatore di una certa mentalità. Dopo l'attentato terroristico al Paradise Hotel di Mombasa, lo scorso 28 novembre, l'agenzia giornalistica Associated Press ha distribuito in tutto il mondo le foto dei corpi martoriati dei danzatori africani uccisi dalla bomba. Foto atroci, di corpi bruciati e seminudi, a pezzi, mescolati alle macerie. Era difficile immaginare che pochi minuti prima quelle erano persone che stavano allegramente cantando e danzando per dare il benvenuto a un gruppo di turisti israeliani.
I keniani sono rimasti molto turbati da quelle immagini, non solo per l'orrore dell'attentato in se stesso, ma anche per altre due ragioni.
La prima è che, ancora una volta, numerosi keniani rimanevano accidentalmente uccisi in un attentato terroristico che non era diretto contro di loro. Lo stesso era successo nel 1998, quando una bomba all'ambasciata americana di Nairobi aveva ucciso una decina di americani e 224 kenyani, quasi tutti giovani studenti, ferendone quasi cinquemila. Le immagini di Mombasa hanno risvegliato in tutti il ricordo di quelle ore interminabili passate a scavare fra le macerie di Nairobi nella speranza di recuperare qualche persona ancora viva.
La seconda ragione del turbamento è il fatto che quelle foto siano circolate e che riviste di livello internazionale, come l'americana Newsweek, le abbiano pubblicate con grande rilievo. Quelle foto - hanno denunciato qui in Kenya - privavano quei poveri corpi straziati di quel minimo di rispetto e dignità a cui tutti hanno diritto, soprattutto i poveri e gli innocenti. Si sono levate allora voci che hanno fatto notare come fra le vittime c'erano anche tre israeliani, ma che le agenzie si sono ben guardate dal far circolare le foto dei loro corpi straziati. Inevitabile poi il paragone con l'attentato dell'11 settembre 2001 a New York, quando i mass media si accordarono unanimemente di non mostrare immagini delle vittime.
Perché, dunque, se le foto di newyorkesi morti, mutilati, nudi non sono pubblicabili, lo sono invece quelle di keniani ugualmente sfigurati?
I conflitti recenti - dalla Sierra Leone alla Costa d'Avorio, dal Congo al Sudan - hanno riempito i media internazionali di immagini di corpi africani mutilati, morenti, o addirittura già in putrefazione. È una strategia che mira a rafforzare nell'immaginario collettivo dell'Occidente lo stereotipo di un'Africa che rigurgita violenza e morte.
In un mondo in cui le forme più antiche di sfruttamento e discriminazione stanno diventando politically incorrect, ne nascono di nuove e più subdole, che finiscono coll'impregnare rapidamente la nostra cultura. Nessuno, o quasi, ha più il coraggio di parlare di colonialismo, ma le compagnie petrolifere e minerarie in Africa hanno spesso carta bianca, a patto che generino profitti per la "casa madre" e per i leader locali di turno. Nessuno più - o quasi - parla di inferiorità delle razze, ma le immagini di corpi di africani affogati al largo delle coste italiane sembra ormai che provochino solo un'alzata di spalle, mentre si sorseggia il cappuccino del mattino: evidentemente questo succede perché, poveretti, sono incapaci di sviluppo e di autogoverno... E quindi anche i "grandi Paesi democratici" continuano a considerare normale che in Africa si muoia di fame, senza peraltro mettere in discussione un sistema che sussidia abbondantemente i loro agricoltori e penalizza tutti i prodotti agricoli provenienti dai Paesi in via di sviluppo. Che poi si continui a morire di Aids è evidentemente colpa della loro sfrenata e incontrollabile sessualità.
Non è esagerato affermare che simili pregiudizi, discriminazioni e ingiustizie hanno la stessa matrice della scelta dell'Associated Press di pubblicare "solo" le foto dei corpi straziati dei danzatori africani. È lo stesso primordiale, istintivo, brutale razzismo di sempre.
Viste dall'Africa queste storie mai pubblicate e quelle immagini subito immesse con grande rilievo nel circuito dell'informazione internazionale - ma è ancora informazione? - ci confermano una volta di più che il razzismo esiste, eccome. Ci fanno pensare - come ha scritto Dagi Kimani su "The East African" di Nairobi - che la "comunità internazionale", cioè in sostanza il mondo occidentale, con i suoi governi, la sua potenza economica, il predominio militare, i mass media, e così via, abbia ancora una lunga strada da percorrere prima di poter credibilmente proporsi come modello.
Ma un Occidente che non riconosce agli altri la stessa dignità umana, e che contrabbanda l'"altro" come imitazione di se stesso, come può pretendere di assumere il ruolo di guida dell'umanità?

 

* Renato "Kizito" Sesana è nato a Lecco nel 1943. Ordinato sacerdote nel 1970, comboniano, dal '77 è missionario in Africa. Ha diretto il mensile "Nigrizia". Nell'89, in Kenia, gli viene assegnato l'incarico di direttore di "New people", una rivista missionaria per l'Africa anglofona, che conquista autorevolezza e grande diffusione tra la Chiesa africana. Nel '91 fonda a Nairobi la comunità "Koinonia"; da lì compie numerose missioni tra le popolazioni sudanesi flagellate dalla guerra. Nel '95 viene rimosso da "New people" a seguito delle sue prese di posizione giudicate "troppo progressiste" in merito al Sinodo africano appena concluso. Attualmente collabora con numerosi giornali, tra cui il "Sunday Nation", il giornale più prestigioso dell'Africa dell'Est. Nel '96 ha fondato il mensile "Africanews", distribuito sia su carta che via Internet (www.peacelink.it/afrinews.html). Nel 2001 ha lanciato un trimestrale di teologia africana esclusivamente on-line: "African Scribe". "Kizito" è il soprannome che padre Renato si è scelto in onore di uno dei martiri ugandesi uccisi nel 1886.

 

Tratto da Adista N°6 del 18 gennaio 2003

 

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