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"A Baghdad mi chiedono perchè ancora bombe"

intervista a Padre Benjamin

31637. BOLOGNA-ADISTA. (dalla corrispondente) Presente a Baghdad nei giorni in cui si è svolto il referendum che ha rafforzato (con voto unanime) il ruolo di Saddam Hussein, p. Jean-Marie Benjamin, il francescano che da anni si occupa di denunciare la drammatica situazione del popolo iracheno, ha trascorso un breve periodo in Italia, per poi tornare in Iraq. Adista lo ha incontrato a Bologna, per discutere della guerra prossima ventura, della risoluzione dell'Onu che ha stabilito l'avvio di un'ispezione negli arsenali di Saddam, delle ragioni che hanno portato a questa nuova crisi internazionale e della sua iniziativa di organizzare una commissione internazionale che dovrebbe controllare il lavoro degli ispettori Onu della commissione Unmovic (una delle ragioni del suo ritorno in Iraq; l'altra è la realizzazione di un videoclip che documenti la situazione attuale). "Questa commissione - spiega il religioso - è stata proposta oltre che da me anche dal parlamentare laburista inglese George Galloway e dall'americano Scott Ritter, ex responsabile della precedente commissione Unscom. Dovrebbe essere composta da europei e da arabi, tra cui anche premi Nobel, cioè persone di riconosciuta integrità morale, quasi una commissione di saggi. Senza interferire nel lavoro degli ispettori Onu, essa avrà la funzione solo di monitorare il buon andamento delle attività dell'Unmovic per evitare che si ripeta lo scenario già visto negli anni scorsi quando Scott Ritter e lo stesso Richard Burtler, presidente della commissione Onu, diedero le dimissioni perché si erano resi conto di aver lavorato per anni più per la Cia che per l'Onu. Un altro motivo per cui questa commissione è necessaria è evitare spiacevoli provocazioni, come ad esempio entrare in una moschea di venerdì e chiedere ai musulmani in preghiera di uscire. Certamente, in quel caso, nessuno interromperebbe la preghiera, rischiando così di far degenerare la situazione e sarebbe facile per Washington affermare che l'Iraq pone degli ostacoli al lavoro degli ispettori. Proprio la settimana scorsa, quando ero a Baghdad, ho avuto la conferma dal viceministro Tareq Aziz che lui stesso sta già lavorando su questa commissione, cercando di costituirla in tempo per l'arrivo degli ispettori".
Sulla guerra in Iraq p. Benjamin ha le idee ben chiare. "Il motivo vero di questa guerra è il petrolio. Si calcola che solo nel sud del Paese, ai confini con l'Iran, ci siano i più grandi giacimenti di petrolio, in grado di dare 10 milioni di barili al giorno per 120 anni! La fase due di questa guerra è cominciata ai primi di luglio, quando l'amministrazione statunitense è diventata d'un tratto silenziosa su Al Qaeda e su Bin Laden e ha iniziato a indirizzare l'attenzione dei media e degli alleati verso un nuovo pericolo, l'Iraq, di cui si cominciò a dire che 'produceva armi di distruzione di massa'. L'inefficienza della lotta al terrorismo imponeva una nuova strategia diversiva. Si è fatto credere al mondo intero che, una volta dispersi i talebani sulle montagne dell'Afghanistan, lo smantellamento di Al Qaeda fosse compiuto, sebbene per dieci mesi ci fosse stato detto che questa rete era presente in oltre 40 Paesi. Mentre l'Iraq è un Paese che non soltanto non è implicato nell'attacco dell'11 settembre, ma non ha nessun collegamento diretto con Al Qaeda: lo confermano tutti i servizi di intelligence occidentali e arabi".
Benjamin non crede nemmeno che il regime di Saddam Hussein costituisca una seria minaccia per la sicurezza internazionale. "L'imponente macchina anglo-americana di disinformazione - spiega - si è attivata rapidamente sotto alcuni slogan come 'Saddam deve disarmare', 'Saddam possiede le armi di distruzione di massa e noi ne abbiamo le prove', un vociare caotico e incoerente. Hanno detto di disporre delle prove, ma allora perché chiedere l'invio degli ispettori Onu? Basta pubblicarle! Invece, le cosiddette prove si sono rivelate inconsistenti. Succede poi che l'Iraq accetta senza condizione l'invio degli ispettori e da quel momento Washington fa di tutto per impedire che possano partire, imponendo ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza la ratifica di una risoluzione che si rivela inaccettabile per tre di loro".
P. Benjamin ricorda inoltre come le ispezioni della precedente commissione Onu, conclusasi nel 1998, abbiano avuto come risultato lo smantellamento del 90-95% delle armi non convenzionali, e di come la risposta angloamericana siano stati ulteriori bombardamenti nel sud del Paese. "Ritengo impossibile che dall'inizio del 1999 il regime iracheno sia riuscito a riarmarsi in maniera da essere una minaccia per altri stati, tanto meno per gli Stati Uniti. Quando si parla di Iraq ben pochi sanno che si parla di un Paese che è obbligato a pagare miliardi di dollari come indennizzo della Guerra del Golfo; ciò che l'Iraq ricava dalla vendita del petrolio nell'ambito del programma "Food for Oil", stabilito dall'Onu nel 1996 per lenire gli effetti dell'embargo, è depositato su una banca francese e non può essere utilizzato in maniera autonoma. Ma spero anche che i commissari Onu vadano presto in Iraq e verifichino realmente come stanno le cose".
Nel frattempo la condizione del Paese pare un po' migliorata, anche se la povertà non è affatto diminuita. "Da qualche mese a Baghdad si trova quasi tutto, dagli alimenti alle medicine. Ciò grazie a zone franche di commercio stipulate da sei mesi a questa parte con i paesi vicini. Il problema è che la maggioranza della popolazione non ha il denaro per acquistarlo, vivendo sotto la soglia di povertà e con un'inflazione altissima, che in dieci anni è stata del 20.000%. Molte persone che ho incontrato mi hanno chiesto: "Padre, perché ci devono ancora bombardare?". La gente non capisce il perché di questa nuova guerra, dopo i bombardamenti angloamericani di dieci anni fa e dopo quelli del 1998 quando gli angloamericani risposero alla disponibilità irachena data ai controlli con la distruzione delle poche strutture idroelettriche ancora intatte, con gravissime conseguenze per la popolazione. In Iraq ancora oggi muore un bambino ogni otto minuti, e nel sud del paese è in atto una contaminazione per l'uranio impoverito che ha provocato, oltre a gravi malformazioni genetiche sui neonati che da tempo si registrano, anche trasformazioni genetiche nei prodotti agricoli, come mi ha testimoniato un commerciante italiano che ha venduto semi di pomodori che, piantati vicino a Bassora, hanno dato pomodori di 800 grammi!".
Infine, p. Benjamin ricorda come l'Iraq sia uno degli Stati più laici di tutta l'area mediorientale, dove da tempo esiste una comunità di circa 800.000 cristiani ben inseriti. "Da qualche mese in Iraq si assiste a fatti che non si erano mai visti. Una suora e un sacerdote sono stati trovati uccisi, molte statue della Madonna sono state rivestite da abiti arabi, davanti alle chiese ci sono gruppi che invitano alla conversione all'islam. Il fondamentalismo sta crescendo tra la gente, anche se le autorità istituzionali hanno condannato decisamente questi fatti. Il patriarca di Baghdad mi ha confermato che 200.000 cristiani stanno fuggendo. Il fatto è che questo tipo di politica sta facendo crescere un sentimento antiamericano e antioccidentale. Anche perché i bombardamenti nel sud del Paese, nella cosiddetta "no fly zone" mai autorizzata dall'Onu, sono in atto da molto tempo, con già centinaia di vittime tra i civili".

Tratto da Adista N° 85 del 30 novembre 2002

 

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