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La singolarità di Sharon
Uno scrittore si rivolge al premier israeliano dopo un viaggio in Palestina. Sopraffatto dall’orrore.

Breyten Breytenbach, scrittore e pittore sudafricano, militante antiapartheid, è l’autore di questa lettera aperta, scritta dopo un viaggio in Palestina (marzo ‘02) e pubblicata sul quotidiano francese "Le Monde" (15/4/02). Titolo originale: "Lettre ouverte au général Sharon".

Signore,
lei non mi conosce, non ce n’è ragione. Ho solo poche chances che lei ascolti quello che uno come me può avere da dire. Non penso che lei abbia il tempo di prestare attenzione a punti di vista che non corrispondono al suo. In effetti, sono persuaso del fatto che non ascolti quanti non dicono quello che lei vuol sentire.
Nel caso le interessasse, io sono uno scrittore sudafricano, e vivo e lavoro all’estero. Qualche tempo fa, ho vissuto tra la gente di un popolo eletto che si comportava come popolo superiore, come tutti coloro che credono che la sofferenza li abbia resi unici o che Dio abbia affidato loro una missione particolare.
Mi scuso se la mia allusione a Israele come a un popolo superiore può ferire a causa degli echi di un passato recente quando in Europa tanti ebrei sono stati vittime della soluzione finale. Ma come descrivere altrimenti il comportamento del suo esercito, quando l’orrore di quello che fa ci sommerge?
Queste equivalenze brutali non sono fatte a cuor leggero. In quanto scrittore, so molto bene che è necessario non usare le parole per far nascere emozioni facili. È quello che comportano i paragoni frettolosi: annullano ogni comprensione della complessità dei fenomeni osservati con la montante violenza che stringe la gola e sporca l’avversario con il vomito di una condanna presa a prestito da un’altra situazione. L’apartheid non era il nazismo, ma il dirlo era uno slogan dirompente. E la politica condotta attualmente dalle forze israeliane contro il popolo palestinese non deve essere messa sullo stesso piano dell’apartheid. Ognuno di questi processi, ognuno di questi sistemi è cattivo quanto basta per meritare l’analisi completa della sua singolarità storica.
E tuttavia ci sono similitudini e differenze: la competizione cieca per essere riconosciuta come più-vittima-dell’altro; il fatto di mascherare le atrocità dietro il diritto sacrosanto della legittima difesa; la manipolazione spudorata della sensibilità e della menzogna; la contestuale disumanizzazione della vostra stessa società; il disprezzo dell’umanità dei Palestinesi: tale è in effetti il rifiuto del più elementare trattamento umano nei confronti di una popolazione civile presa in trappola.
Tutto questo è fin troppo familiare. Le ipotesi che sono alla base delle sue azioni sono razziste. Come nel caso del regime sudafricano, i metodi con i quali lei spera di sottomettere il nemico si riassumono nell’uso della forza, nei bagni di sangue e nell’umiliazione. Lei pensa in modo cinico di potersela cavare perché va nella direzione presunta degli interessi vitali degli Stati Uniti. Penso che a lei non importi un fico secco degli interessi degli americani. Deve senza dubbio disprezzarli a causa del loro materialismo grossolano e della loro ignoranza del mondo. È vero, il vostro piazzista di macchine usate, Netanyahu, ha usato più apertamente ancora questa tecnica di propaganda grossolana, come fosse stato un dito sconcio pronto a manipolare il clitoride di un’opinione pubblica americana in deliquio.
Ma anche lei, facendo eco in modo totalmente opportunista alla sfida del presidente americano (e riprendendo le sue stesse parole), che descrive ogni altro come terrorista, lei ha dimostrato di prendere il resto del mondo per imbecille. Siamo sicuramente tutti d’accordo nel riconoscere, no?, che quel che c’è di meglio al mondo è l’appetito degli Stati Uniti per un petrolio a buon mercato e per l’adesione da parte nostra all’inviolabilità dei regimi corrotti della regione!
Bisogna analizzare subito un altro diversivo pernicioso. Si sa che ogni critica della politica di Israele diventa espressione di antisemitismo. Questa affermazione chiude definitivamente ogni discussione. Certo, io rifiuto questo tentativo di censura che soffoca in partenza qualsiasi dibattito. Nessuna sofferenza - che sia quella dei tutsi, dei kurdi, degli armeni, dei vietnamiti, dei bosniaci o dei palestinesi – ci esonera dalla critica (e per dire le cose tristemente, qualsiasi sia la persecuzione subita, questo non vaccina un popolo e non gli impedisce di perpetrare a sua volta le pratiche di cui ha sofferto). Nessun riferimento alla sedicente promessa di una terra sacra da parte di un Dio può giustificare le estorsioni commesse da un esercito d’invasione e d’occupazione: né i massacri di innocenti perpetrati a sangue freddo, ordinati da fanatici signori della guerra nel nome della resistenza.
Nessun riferimento a qualunque sacrosanto Grande Israele può dissimulare che le vostre colonie sono delle enclave armate costruite su una terra sfrontatamente rubata ai Palestinesi e che suppurano come pezzi di vetro piantati nella loro carne, o dei covi di cecchini il cui scopo è di ostacolare e di annullare ogni possibilità di pace annichilendo l’altro, tanto non esiste nessun paradiso per i martiri. Trovo questa deduzione di antisemitismo assolutamente deplorevole, in particolare quando viene da intellettuali ebrei che così spesso costituiscono la spina dorsale ragionevole, razionale e creatrice delle società occidentali. Perché dovremmo sottometterci a questa particolare arringa o girare lo sguardo quando Israele commette dei crimini? Secondo Yahvè, quello che è buono per uno non è buono per l’altro?
No, generale Sharon, le ingiustizie subite nel passato non giustificano né scusano i suoi atti fascisti attuali. Non si può costruire uno Stato vivibile sull’espulsione di un altro popolo che ha altrettanti diritti sul vostro territorio. La potenza non è un diritto. A lungo termine, la sua politica immorale e miope (e, in definitiva, stupida) non farà che indebolire un po’ di più la legittimità di Israele in quanto Stato. Recentemente, ho avuto l’occasione di visitare per la prima volta i territori (sì, ho paura di dire che li si può ragionevolmente descrivere come bantustan, perché ricordano troppo spesso i ghetti e i campi della miseria conosciuti in Sudafrica). Ho visto Israele solo di corsa, arrivando e partendo, dopo aver passato una notte all’Hotel Intercontinental David di Tel Aviv, lussuoso ma sinistramente deserto. Lei può dire che ho una visione unilaterale. Forse. Sebbene sulla riva occidentale, non si è mai troppo lontani dalle linee di demarcazione israeliane, dai punti di controllo, dai tank e dagli avamposti armati.
Mi sono chiesto se i vostri popoli sono così differenti. Voi siete allo stesso modo un misto di diverse culture e origini, siete tutti e due un popolo della diaspora, ugualmente intelligenti, avete spirito vivo e siete pronti ad infiammarvi. Potete mostrarvi coraggiosi nella stessa misura. In tutte e due le parti ci sono spiriti creativi di un’integrità eccezionale nel lavoro. In tutte e due le parti, anche, c’è un numero straordinario di individui egoisti, assetati di potere, dallo spirito fanatico e offuscato da sciocchezze divine. O che le utilizzano come pretesto.
Oltre che provocatore - crudele e di sangue freddo - lei si distingue fra i suoi pari. Nei suoi tentativi ostinati, ma sconsiderati, di rovinare gli accordi precedenti e di sabotare ogni possibilità di pace - salvo la pace dei cimiteri o dell’esilio, fondata sul trasferimento totale o la scomparsa dell’entità palestinese - lei sta creando il disordine nella regione. L’ha senza dubbio pianificato. Resta da vedere se i grugniti dei suoi padroni di Washington piegheranno la sua campagna di terrore calcolato e di assurda distruzione, o se non è che una cortina di fumo dietro la quale schierare la guerra del mondo libero contro il terrorismo. E per assicurarsi il dominio delle risorse e un controllo totale dei mercati, del petrolio a basso prezzo e della democrazia.
I pochi giorni che ho passato là, con la delegazione del Parlamento internazionale degli scrittori, mi hanno lasciato un insieme di impressioni forti ma contraddittorie. Com’è piccola la Palestina! Come sono mescolati i vostri due popoli! Pietre dappertutto. La topografia dai nomi familiari venuti dalla Bibbia. La bellezza della luce. I tentativi per rendere il posto simile alla Svizzera piantandovi delle conifere esotiche. L’inospitalità del Paese salvo che nelle pianure costiere lussureggianti. L’immensa tristezza dei villaggi, che non possono non ricordare le città apatiche e senza vita della Germania dell’Est. La luce verde delle moschee e tutte le abitazioni incompiute.
Dappertutto, la bruttezza dell’architettura, le onnipresenti costruzioni di calcare grigio chiaro; l’assurdità della vostra occupazione: tutte quelle strade tangenziali molto bene illuminate ad uso esclusivo dei coloni e dei cittadini israeliani; la meschineria astiosa dei vostri controlli ai checkpoint, che non hanno che poca relazione con la sicurezza, ma che rispondono al bisogno primario di umiliare, di frustrare, di tormentare e di rendere folle di rabbia una popolazione occupata; l’estrema giovinezza dei vostri soldati, che, tristemente, sono dei ragazzi che hanno fatto buoni studi; la violenza con la quale distruggete un’economia palestinese possibile e con la quale rubate i loro beni; l’antica vendetta: la distruzione di case con bulldozer, l’estirpazione degli ulivi; lo spettacolo primitivo di postazioni armate camuffate e di bandiere israeliane sugli edifici del comando.
I vostri media democratici talmente vantati, che mentono al vostro popolo, che negano i crimini di guerra commessi dai vostri soldati; il muro di Berlino attorno alle vostre colonie di Gaza (e, dietro, università, istituti di ricerca, hotel di catene americane, campi da golf) e le macerie dei quartieri palestinesi distrutti che somigliano oggi al ground zero di New York; il modo in cui ci guardano i ragazzi, dritto negli occhi, per nulla spaventati, eppure indubbiamente traumatizzati non solo dalle minacce che fanno planare i vostri elicotteri, i vostri carriarmati preistorici e i vostri uomini in uniforme che tirano su tutto ciò che si muove, ma anche da tutti gli adulti iperattivi che sono intorno ad essi.
Le vecchie con il foulard in alcuni campi di rifugiati, che gridano che lei, Sharon, non le farà mai partire, che hanno cacciato i suoi soldati "come dei cani", che denunciano la mollezza degli Stati arabi e la codardia dell’Autorità Palestinese; la straordinaria attività degli intellettuali e degli artisti durante l’assedio di Ramallah, mentre discutono e ridono della loro stessa deplorevole situazione; il modo in cui dicevano: "non vogliamo essere eroi, non vogliamo essere vittime, vogliamo solo condurre una vita normale". La loro disperazione disincantata.
Mahmud Darwich: "C’è troppa storia e troppi profeti in questo piccolo Paese". La visita a Abu Amar, Yasser Arafat, una volpe nella sua tana, le sue mani gialle come la cera che fanno appello, in una stretta vuota, a una "pace da coraggiosi" e "alla coscienza della comunità internazionale". Una borghese si lamentava della profanazione del paesaggio palestinese. E un avvocato dei diritti dell’uomo proclamava: "Ringraziamo Ariel Sharon per due cose: ha unito tutte le fazioni palestinesi e non ci ha lasciato altra scelta che resistere".
Più tardi, lo stesso uomo, che fuma una sigaretta dopo l’altra e che ha già il sudore della morte sulla fronte, sottolinea amaramente che ora le persone hanno la repressione nella pelle e che non hanno altro da difendere che la loro pelle. Da dove le bombe umane.
Ecco quali sono le mie conclusioni contrastate: lei non ha piegato lo spirito del popolo palestinese. Al contrario: i Palestinesi sono ora più risoluti che mai a costruire uno Stato, poco importa che lei li perseguiti. Hanno visto il rinnovarsi dell’aggressione, hanno saputo che lei fa piedino al generale Zinni, senza dubbio con il consenso di Dick Cheney.
Sanno anche, giacché lei li ha resi più forti, che lei dovrà colpire più duramente e più profondamente, essendosi cacciato in un’impasse di cui è lei il responsabile: come Bush nella sua crociata contro gli infedeli e i disobbedienti, lei deve aumentare la sua distanza dall’etica pubblica internazionale, spendere più buon senso e buona valuta morale dopo così tante false valutazioni politiche. Sanno che niente di ciò che possono fare può placarla. Temono che lei dovrà fare i conti con questo crimine contro l’umanità che sta commettendo; che infrangerà la loro speranza in uno Stato laico, moderno e democratico, responsabile della propria popolazione; che porterà il diavolo fra di loro. Sanno anche che questa volontà divide e indebolisce profondamente Israele. Ma lei se ne infischia, no? È questo che è triste e orribile.

Tratto da Adista N° 42 del 27 maggio 2002

 

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