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Chavez. Gli occhi miopi della sinistra europea
America latina Dove non serve la
logica di Tony Blair in visita da Berlusconi
di Gianni Minà
Adesso, dopo che per l'ottava
volta in sei anni Hugo Chavez ha superato una consultazione
popolare sulla sua legittimità a governare il Venezuela,
appare obiettivamente imbarazzante la posizione degli Stati
uniti e di chi, dentro la Repubblica bolivariana, ha appoggiato
fin dall'inizio lo scorretto progetto del governo di Washington
di delegittimare (per strategie legate al controllo del petrolio)
il presidente indio e se possibile di farlo fuori. Ma appare
anche penosamente miope la lettura che alcuni settori della
sinistra europea (dall'Internazionale socialista, a sindacati
italiani come Uil e Cisl, a organi di stampa prestigiosi come
El pais e Repubblica ) hanno fatto non tanto della realtà
del Venezuela attuale, ma di tutto il processo di riscatto
e di mutazione politica in atto in America latina. Sono settori
che non si sono sentiti imbarazzati dal condividere le gesta
di una oligarchia venezuelana abituata, prima dell'avvento
di Chavez, a gestire privatamente il petrolio di stato in
combutta col Ctv, il più corrotto sindacato del continente.
E non hanno sorprendentemente avuto dubbi sui metodi e sulla
credibilità di questa opposizione a Chavez nemmeno
dopo un tentativo di colpo di stato, fosco e patetico allo
stesso tempo, fallito nell'aprile 2002 e dopo uno sciopero
generale, pilotato e pagato per oltre tre mesi (sul finire
dello stesso anno) dalle lobby economiche che lo avevano ideato
e, in molti casi, imposto ai lavoratori nella speranza di
mettere in ginocchio il governo del colonnello.
L'uomo forte di questo progetto di destabilizzazione,
che ricorda molto quello messo in marcia nel `73 in Cile contro
il governo di Salvador Allende, è infatti il socialista
Carlos Andres Perez, vecchio sodale di Craxi che, per decenni,
si è diviso il potere con il democristiano Calderas
nel più smodato accaparramento della ricchezza del
paese. Oggi Carlos Andres Perez, destituito nel `93 dal Congresso
del suo paese, vive a Miami ma continua a fare il bello e
il cattivo tempo e viene indicato come il quinto uomo più
ricco del continente. Questo curriculum, però, non
ha impedito, alla fine del 2003, all'Internazionale socialista
(su proposta dei nostri Ds) di esprimere un documento di appoggio
al partito del quale Perez è ancora leader indiscusso
e al sindacato Ctv, quello di Carlos Ortega implicato, solo
pochi mesi prima, nel fallito golpe.
La domanda è: in base a quale etica vengono
scelti questi comportamenti, e qual è la lettura politica
che li informa? Chavez ha trionfato nell'ennesima consultazione
sul suo operato perché hanno votato per lui quelli
che la borghesia bianca, la lobby economica, le televisioni
e le radio, quasi tutte in mano alla «opposizione democratica»,
chiamano gli animali, cioè il popolo dei «ranchitos»
delle sterminate favelas di Caracas o degli slums di Maracaibo,
un popolo grato evidentemente per quell'assistenza sociale
che incomincia a lenire la sua quotidianità fatta di
fango e di esistenza precaria. Questa umanità (15 milioni
di poveri su 23 milioni di abitanti) è il debito sociale
lasciato in eredità dai governi di Carlos Andres Perez
e Calderas a Hugo Chavez che, pur in mezzo a tante contraddizioni,
sta tentando di restituire a questa gente il diritto ad essere
persone. Ma questa constatazione, invece di far riflettere
su come interpretare l'America latina oggi e come capire il
vento di riscatto che soffia non solo in Brasile e in Argentina
ma anche in Uruguay, in Bolivia, in Ecuador, cioè in
un continente esausto per le politiche economiche neoliberali,
infastidisce invece i partiti che un tempo in Europa coltivavano
idee di sinistra e perfino alcuni inviati di giornali progressisti.
Non è vero che Chavez «presidente
demagogo strega la sinistra italiana» ed europea. E'
vero il contrario. E' possibile che, secondo l'estetica dei
socialdemocratici europei, l'indio Hugo Chavez non abbia la
storia o la faccia adatta per governare il Venezuela. Ma per
sette volte la maggior parte dei cittadini del suo paese lo
ha scelto e questa volta ha votato il 73% della popolazione,
non il 50% come negli Stati uniti per le elezioni di Bush
junior. O le regole della democrazia valgono solo quando combaciano
con i nostri credo o i nostri interessi?
L'America latina attuale non può essere
giudicata con la logica di Tony Blair laburista in pellegrinaggio
da Berlusconi. La sua terza via è grottesca se proposta
all'America latina. I bisogni insoddisfatti e i diritti violati
della maggior parte dell'umanità del continente di
Bolivar superano infatti ancora in modo indecente le esigenze
alle quali si è data soluzione. E' immorale quindi
che chi ha preso le distanze da Chavez, appoggiando i suoi
oppositori, non abbia sentito in seguito il dovere di farlo
anche quando un altro presidente, Sanchez de Losada, in Bolivia,
nell'ottobre scorso, ha fatto sparare sugli indigeni scesi
da Cochabamba per fermare la scellerata svendita del gas naturale
del paese ad una multinazionale nordamericana. Quasi 150 morti
e 500 feriti il bilancio, che ha avuto per coda un referendum
ambiguo voluto dal vice presidente Meza, succeduto a Sanchez
de Losada (scappato a Miami) che di fatto ha assicurato il
diritto alle compagnie straniere di continuare a saccheggiare
le ricchezze della Bolivia.
E non è meno immorale che, nel silenzio
generale, il presidente della Colombia, Alvaro Uribe, uomo
del governo di Washington, ricevuto pochi mesi fa con tutti
gli onori a Bruxelles dai vertici dell'Internazionale socialista,
abbia a sua volta incontrato proprio in questi giorni i feroci
paramilitari di Salvatore Mancuso (autori di mille assassini
solo negli ultimi mesi), mentre il leader precedente di questi
aguzzini, Carlos Castaño, in ringraziamento del lavoro
sporco di appoggio al governo fatto in questi anni, trovava
asilo in Israele. E l'uomo da discutere secondo l'opinione
di alcuni nostri progressisti sarebbe Hugo Chavez. Qual è
la logica e la morale di queste scelte?
Articolo apparso su il
manifesto il 18/08/2004
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