Il mio nome è Piergiorgio, soffro di Distrofia Muscolare
Progressiva, la mia storia è simile a quella di tanti
altri distrofici.
Ricordare come tutto sia iniziato non è facile perché
la memoria non è accumulazione ma selezione e catalogazione.
Forse fu una caduta immotivata o il bicchiere, troppo spesso
sfuggito di mano etc. ma quello che nessun distrofico può
scordare è il giorno in cui il medico, dopo la biopsia
muscolare e l'elettromiografia, ti comunica la diagnosi:
Distrofia Muscolare Progressiva.
Questa è una delle patologie più crudeli;
pur lasciando intatte le facoltà intellettive, costringe
il malato a confrontarsi con tutti gli handicap conosciuti:
da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico,
poi arriva l'insufficienza respiratoria e la tracheotomia.
Il cuore, di solito, non viene colpito e l'esito infausto,
come dicono i medici, si ha per i decubiti o una polmonite.
Io ho raggiunto l'ultimo stadio: respiro con l'ausilio di
un ventilatore polmonare, mi nutro di un alimento artificiale
(Pulmocare), parlo con l'ausilio di un computer e di un
software.
Per anni e anni ho sperato che la ricerca scientifica trovasse
un rimedio. Oggi, che le prospettive di una cura potrebbero,
grazie agli studi sulle cellule staminali, sia adulte che
embrionali, trasformarsi da speranza in realtà, sempre
più ostacoli si frappongono sul cammino di una ricerca
libera.
Questa malattia non è una maledizione biblica, è
una malattia genetica che può essere sconfitta grazie
alla diagnosi prenatale: i villi coriali, l'amniocentesi
e soprattutto la diagnosi preimpianto.
In Italia ci sono oggi circa 2.000 bambini con distrofia
muscolare Duchenne. L'incidenza della distrofia miotonica,
la più comune distrofia muscolare dell'adulto, è
di approssimativamente 135 casi ogni milione di nascite
(maschi o femmine). L'incidenza della distrofia dei cingoli
è di circa 65 casi per milione di nascite e quella
della distrofia facioscapolomerale è ancora inferiore.
Considerando insieme tutte le principali malattie neuromuscolari
ereditarie, verosimilmente ne risultano colpiti in Italia
circa 30 persone ogni 100.000 abitanti, ossia oltre 17.000
persone.
Se delle dispute capziose e, spesso, ideologiche dovessero
ritardare la scoperta di una cura e condannare anche un
solo bambino a vivere il dramma che io ho vissuto e sto
vivendo...beh, pensateci! Pensateci questa estate quando
vi tufferete, affronterete un sesto grado, percorrerete
un sentiero con la mountain bike...
Oggi Piergiorgio Welby è morto, pubblichiamo
la sua lettera inviata il 23 settembre al Presidente della
Repubblica e alcuni testi tratti dal suo libro "Lasciatemi
morire"
Lettera aperta al Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano
Da Piergiorgio Welby, Co-Presidente dell’Associazione
Coscioni
Caro Presidente,
scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini
che avranno la possibilità di ascoltare queste mie
parole, questo mio grido, che non è di disperazione,
ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.
Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata
da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche
ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer,
scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici
su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da
dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare
mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter
mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti
aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei
parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute
di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle
dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia,
la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da
non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio
fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno
con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo,
ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto
senza aprire il computer perchè sento una stanchezza
mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per
un’ora una posizione differente di quella supina a
letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio
spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora
faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente.
Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come
mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro
sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie
Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre
più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano
a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora
della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire
più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti
ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata
notturna con un amico. Vita è anche la donna che
ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti
delude. Io non sono né un malinconico né un
maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo
ciò che mi è rimasto non è più
vita – è solo un testardo e insensato accanimento
nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo
non è più mio ... è lì, squadernato
davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe.
Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo
oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è
pietà.
Starà pensando, Presidente, che sto invocando per
me una “morte dignitosa”. No, non si tratta
di questo. E non parlo solo della mia, di morte.
La morte non può essere “dignitosa”;
dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in
special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia
o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è
altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa”
è un modo di negare la tragicità del morire.
È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento
o del travisamento della morte che, scacciata dalle case,
nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella
solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che
non è. Cos’è la morte? La morte è
una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo:
“Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana.
Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli.
Non esiste approdo”.
L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è
“morte dignitosa”, ma morte opportuna, nelle
parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno
è ciò che “spinge verso il porto”;
per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio,
quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce
il solo “luogo” dove è possibile un riposo,
non lieto, ma sicuro.
In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò
non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste
di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici
di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono
venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato
di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia,
alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle
procedure che consentono al paziente “terminale”
che ne faccia richiesta di programmare con il medico il
percorso di “approdo” alla morte opportuna.
Una legge sull’eutanasia non è più la
richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in
Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura
erano già quattro o cinque. L’associazione
degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una
legge più chiara; il recente pronunciamento dello
scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per
la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha
messo in luce l’impossibilità di escludere
ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico
si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti.
Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo
alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione,
permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative
e di non intervenire con terapie sproporzionate che non
portino benefici concreti al paziente. L’opinione
pubblica è sempre più cosciente dei rischi
insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie
da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico
o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente
invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse
capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa
strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona
in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della
vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi
è a favore della vita e chi è a favore della
morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi
condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia
impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I
medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili,
sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra
desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con
il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il
desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare
un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine
naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari
che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a
spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo
in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono
in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione
usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare
per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente
imparare che morire è anche un processo di apprendimento,
e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.
Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di
fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la
sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire
la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento
al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è
di “naturale” in una sala di rianimazione? Che
cosa c’è di naturale in un buco nella pancia
e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che
cosa c’è di naturale in uno squarcio nella
trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni?
Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto
biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori
artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale,
svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata?
Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere,
giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni
si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti,
ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere
fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’
– io credo che questa sua volontà debba essere
rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta
la forza e la coerenza del pensiero laico.
Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato
anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di
obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare
e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito.
Quello che però mi permetto di raccomandarle è
la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini
di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà
e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.
Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca
e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è
stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto
è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare
anche per lui.
Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione
che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia
richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle
politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più
chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia.
Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa
opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri,
belgi, olandesi.
Piergiorgio Welby
23 Settembre, 2006 - 07:00
Testo tratto dal sito Luca
Coscioni
++++++++++++++++++++++++++
Piergiorgio Welby "Lasciatemi
morire"
Nel
libro “Lasciatemi morire”, appena uscito in
libreria per le edizioni Rizzoli, Piero sviscera la nuova
e antichissima realtà della morte, usando versi di
poesia e codici di legge, secoli di ricerca filosofica e
mezz’ore di reparto rianimazione. Ma soprattutto rende
evidente l’impossibilità, per lui e per le
migliaia di persone nelle sue condizioni, di rimandare ulteriormente
questa battaglia.
I brani che seguono sono tratti dal suo libro:
11 giugno 2002
Dio non mi ha mai ascoltato, mai. Nemmeno quando mio padre,
distrutto dal tumore alla laringe, tentava di respirare
ma i suoi sforzi si concludevano in un rantolo strozzato
che nemmeno il cortisone riusciva più a calmare.
E avevo chiesto a Dio di far cessare quel tormento, avevo
implorato piangendo: «Dio fallo morire, fallo morire
adesso». Che senso aveva quell’agonia?
Possibile che nessuno potesse far qualcosa per farla cessare?
Mi ero chiesto, angosciato, se non esistesse un limite a
quello che un uomo deve sopportare, ma neppure i medici
mi avevano saputo rispondere. Il loro lavoro era quello
di mantenere in vita chiunque il più a lungo possibile.
Anche Dio non mi aveva risposto, era rimasto chiuso nelle
chiese, protetto nei conventi, aveva fatto lacrimare qualche
Madonnina di gesso e aveva lasciato che i medici continuassero
a portare avanti quell’assurdità.
Nemmeno la mia cagna aveva sofferto tanto. Quando il veterinario
le aveva diagnosticato un tumore all’utero, le perdite
di sangue erano diventate più copiose e aveva cominciato
a rifiutare il cibo, le aveva fatto un’iniezione al
torace, all’altezza del cuore e Diana era rimasta
accoccolata tra le mie braccia, fino a quando un velo lattiginoso
le aveva spento per sempre l’ambra dorata degli occhi.
«È morta, la lasci pure.»
La morte poteva anche non essere una cosa tanto terribile.
Bastava impedirle di distruggere, in poco tempo, tutta una
vita.
5 dicembre 2002
Una mattina di metà novembre risalivamo un canalone
spazzato dalla tramontana. Il terreno ghiacciato scricchiolava
a ogni passo, il vento gelido faceva lacrimare gli occhi
e le mani erano rattrappite sul fucile, e stavo pensando
a quei paesaggi fiamminghi di Rubens… Quando un fischio
di mio padre mi riportò alla realtà. Diana
era in ferma. Ci spostammo cautamente, cercando la posizione
migliore… poi un frullo e due coppie di starne volarono
da sotto il muso del cane. Mio padre abbatté in rapida
successione la coppia che aveva piegato dalla sua parte.
Io colpii la prima ma non riuscii a sparare alla seconda.
«Perché non hai sparato?»
«Non ho potuto muovere il dito.»
«Sarà il freddo…»
«No papà. È la distrofia.»
Mi prese la mano tra le sue e la frizionò con forza.
«Papà, sparami! Voglio morire in piedi e con
il sole negli occhi… Non paralizzato in un letto.»
«Piero, questo non puoi chiedermelo… Tutto
ma non questo.»
«Se non posso chiederlo a te a chi dovrei chiederlo?»
Mi abbracciò e disse: «Ti prometto che non
morirai paralizzato in un letto».
Provai una sensazione indefinibile, una pace, una tranquilla
serenità… Non avevo più paura del futuro!
Mio padre prese il pacchetto color ocra delle Aurora e
mi passò la sigaretta accesa. Ci guardammo negli
occhi.
«Hai visto la rimessa?»
«Sì, papà. S’è posata
tra le ginestre giù nella piana.»
Perché chiesi a mio padre di uccidermi? Forse lo
rite nevo responsabile del mio dramma e volevo punirlo o,
forse, quello che cercavo era un gesto d’amore assoluto
che andasse oltre l’immaginabile. O volevo solo legarlo
al mio destino… Perché ad Alfredo e Piero non
fu riservata la stessa sorte di Antonio e Alessandro?
Il caso, solo il caso… Complice il cielo azzurro,
una sigaretta, lo sguardo di un cane… e una starna
da ribattere.
L’uomo saggio vive finché deve
Alla fine di febbraio 2006 sono stati prosciolti la madre
e il medico che hanno dato la morte al giovane tetraplegico
Vincent Humbert.
I fatti: vittima di un gravissimo incidente d’auto,
Vincent Humbert, diciannovenne, si sveglia dopo mesi di
coma. È tetraplegico, muto e quasi cieco. Riesce
a muovere solo il pollice e in questo modo dà dei
segnali alla madre Marie, l’unica persona con cui
comunica. E le chiede di poter morire.
Una vicenda che avrebbe ispirato Eschilo, Sofocle e Euripide,
una «tragedia» che avrebbe dovuto culminare
nella catarsi e liberare gli animi dalle passioni attraverso
la compassione.
E che invece è stata metabolizzata dagli «organi»
dell’informazione e offerta ai fruitori come se, sfrondata
dagli inutili orpelli barocchi di una sofferenza che non
ha risposte, si riducesse a un concetto solo: l’eutanasia
è una battaglia ideologica dei sani, gridata sui
giornali. Una battaglia di carta, abile a usare cinicamente
le storie giuste.
Forse la «colpa» è del cristianesimo
che, sottraendo la morte all’irreparabile dell’individualità
che non torna per ridurla a peccato-morte-resurrezione,
ha liquidato definitivamente il tragico. Oppure è
il riflesso pavloviano di chi non vuole ammettere che l’eutanasia
non è «una battaglia ideologica dei sani»,
ma una possibilità di cui gli uomini, o meglio «i
mortali» (nel senso greco del termine) non possono
fare a meno perché, come scrive Euripide nelle Troiane:
«Il non nascere – dico – è uguale
al morire, ma è meglio morire che vivere nel dolore».
Il filosofo latino Lucio Anneo Seneca scrive che «l’uomo
saggio vive finché deve, non finché può»,
e forse questo ammonimento va girato alla medicina.
Come si dice a proposito della ricerca scientifica, non
tutto quello che si può fare è lecito fare.
C’è la cronaca, a ricordarcelo. Per fortuna
o purtroppo.
Do not resuscitate me
Ci sono domande che, come fiumi carsici, dopo essersi imposte
all’attenzione dell’opinione pubblica per un
accanimento mediatico che trascolora in un sospetto di voyeurismo,
spariscono dalle prime pagine e dai Tg per sprofondare nel
sottosuolo dell’indifferenza, dando l’illusione
che abbiano avuto una risposta definitiva, o che il problema
che esse ponevano sia stato risolto.
Naturalmente non è così. Quelle domande senza
risposte continuano a popolare le notti e i giorni di chi
non ha bisogno dell’attenzione interessata dei media
per ricordare, perché quelle domande se le pone quotidianamente.
Una di queste domande alla quale, in Italia, ci si ostina
a non voler dare una risposta è questa: «C’è
un diritto alla morte così come c’è
un diritto alla vita?».
Il professor Gadamer, noto filosofo morto all’età
di 102 anni a Heidelberg il 14 marzo 2002, in una intervista
rilasciata a Fermo, Palazzo dei Priori, il 10 aprile 1991
rispose: «Sì! Si ha questo diritto, perché
si è uomini liberi e perché lo scopo della
terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi
che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser
rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile
rispondere alla domanda. Nella prassi diviene però
molto più difficile poi ché il morire, l’agonia
stessa, è un lento paralizzarsi della libera possibilità
di decidere in cui l’uomo vive come uomo consapevole
e sano».
Il mistero è un salutare bagno di umiltà
che ci riconsegna alla fauna dalla quale cerchiamo incessantemente
di prendere le distanze. Una volta svelati tutti i misteri
del cosmo resterebbe il più grande dei misteri: perché
si nasce e si muore? c’è un senso nella vita?
nella morte? Forse rifiutiamo di accettare la più
semplice delle risposte: siamo elementi di un ciclo che
si rinnova di struggendo. Chi ha creato il ciclo? Diceva
un filosofo che è inutile porsi domande che non possono
avere risposta
La morte, la grande assente
Sono un ricatto vivente, uno scomodo memento mori, sono
la cattiva coscienza che agita i sonni, sono un ammonimento
inquietante per un’umanità convinta di aver
conquistato l’immortalità comprando una bustina
di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti
tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all’anno,
scopando con due preservativi infilati sull’uccello…
insomma quella gente normale che ogni domenica, indossata
un’Adidas, corre nei parchi cittadini. Un giro in
più e un’altra manciata di anni è assi
curata!
Poi arrivo io. E mentre gli rotolo davanti, con le braccia
penzoloni e la testa cadente, il loro cuore accelera e anche
la loro andatura. Ma la mia immagine gli resta nel cervello,
imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzz…
zzzz… zzz… e se capitasse a me cosa farei? Zzzzz…
zzzz… come si può continuare a vivere in quelle
condizioni? Zzzz… zzz… io non ci riuscirei mai.
Zzzzz… zzzz… meglio un colpo di pistola! E rassicurati
da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono
dietro una siepe di mortella.
La morte, o meglio, la volontà di affrontare i problemi
che accompagnano la fine della vita, è la grande
assente dalle nostre coscienze. L’accanimento terapeutico
è cosa che riguarda sempre qualcun altro, il coma
è la tragedia che dà pathos a un serial, la
perdita dell’autonomia e della dignità che
ne consegue è una fisima da depressi… Protetti
contro tutto ciò dalle nostre piccole immortalità
quotidiane ci avviciniamo, impreparati, a un appuntamento
che abbiamo sempre voluto ignorare.
La morte – il nulla, in fondo, non è che una
metafora della morte – non è che la condizione
della nostra vita, ciò che rende la nostra vita quello
che è. È dunque anche la condizione del valore,
è ciò che la fa preziosa. La fa preziosa proprio
perché è effimera, perché è
destinata a tramontare.
Che senso ha parlare di eutanasia mentre siamo impegnati
a sconfiggere o circoscrivere un nuovo virus, o quando le
tensioni sociali raggiungono livelli di guardia, o in un
momento storico che vede venire al pettine tutti i nodi
creati dal crollo del muro e dall’offensiva integralista-terrorista?
Perché un lavoratore, preoccupato dai cambiamenti
del mercato del lavoro e dalle sfide della globalizzazione,
dovrebbe fermarsi a riflettere sul diritto di un malato
a essere aiutato a lasciare la vita senza dover vegetare
in un limbo dove i termini morte e vita hanno perduto ogni
senso comune? Questa ultima domandami riporta alla mente
un simile quesito che la sinistra si poneva sul divorzio:
“Cosa importa a un operaio del referendum sul divorzio?”
Aveva torto, aveva torto perché oltre le battaglie
sul lavoro, la casa, la scuola, la previdenza… oltre
le mille necessità e aspirazioni, oltre i sogni e
le speranze, i piani, oltre il nostro progettare e pianificare
il futuro, oltre tutto ciò esiste il destino, il
fato. Esiste la nostra fragilità che diventa il denominatore
comune degli uomini.
Postille
Ci vorrebbero silenziosi, ci vorrebbero costringere in
un ruolo che non ci appartiene, ma noi ci faremo sentire,
parleremo con le impersonali voci sintetiche offerteci dalla
tecnologia, chiederemo, chiederemo, chiederemo… fino
a quando, se non l’assordante silenzio di Dio, cesserà
almeno l’ingiustificabile silenzio dell’Uomo.
Com’è difficile vivere e morire in un Paese
dove il Governo fa i miracoli e la Conferenza episcopale
«fa» le leggi.
di Diego Galli
pubblicato il 21 Dicembre 2006 RadioRadicale.it
Aggiornamento successivo alla
pubblicazione della pagina
Il Vicariato di Roma vieta il funerale religioso
per Piergiorgio Welby
23 dicembre 2006
In serata sulla vicenda viene diffuso un comunicato ufficiale
del Vicariato in cui si legge:
«In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche
per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di
Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché,
a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la
mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato
consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente
affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine
alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina
cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn.
2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera
della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la
partecipazione al dolore dei congiunti».
Don Vitaliano Della Sala scrive in un’email
a RadioRadicale.it:
Dopo il dolore per la triste vicenda di Piergiorgio Welbi
e la tristezza per la sua morte liberatoria, mi ha lasciato
perplesso la decisione del Vicariato di Roma di non concedergli
le esequie religiose. Lasciamo a Dio, e a Lui solo, la libertà
di giudicare la scelta di un uomo sofferente che, solo per
questo, ha deciso di affrettare la propria morte; noi cristiani
crediamo che la misericordia e la comprensione di Dio sono
smisurate.
Lo ricorderò e pregherò per Piergiorgio durante
la Messa di Natale: il Cristo Liberatore lo accolga nel
Regno dei giusti e doni la consolazione che viene dalla
fede, ai suoi familiari e amici. Possa ora Piergiorgio trovare
finalmente quella pace e quella serenità che nella
vita terrena ha tanto desiderato.
Ciao Piergiorgio!
Testi tratti da Bellaciao
La Chiesa non concede i funerali a Welby.
Lui no, Pinochet
sì!
Apprendo dal sito di Radio Radicale che la Chiesa ha deciso,
Welby non merita i funerali, quell’uomo che ha fatto
della campagna contro l’accanimento terapeutico la
battaglia della sua vita non merita la funzione in Chiesa.
A dare il triste annuncio è stato il Vicariato della
Chiesa di Roma con una giustificazione a dir poco infelice:
“Si tratta di un caso troppo clamoroso, è stato
deciso di impedire i funerali di Welby a causa della Sua
decisione non cristiana di togliersi la vita”
E’ un caso troppo Clamoroso, quindi Piergiorgio non
merita i funerali cattolici, un ragionamento che non fa
una piega per la Chiesa cattolica;
quella Chiesa che attraverso i rappresentanti del Signore
dovrebbe dare esempio di pace, fratellanza, pietà,
amore ecc ecc ecc, esempi che a ridosso del Natale dovrebbero
essere ancor più sentiti.
Devo presumere che per la Chiesa: la morte non è
una Livella, o per meglio dire: in questo caso non è
una Livella: pochi mesi fa qualcuno che ha commesso reati
ben più gravi, un dittatore Cileno.. un tale Pinochet..
ha avuto il suo bel funerale cattolico.
Così la madre di Welby, molto credente, dopo la
morte del figlio ha dovuto subire anche questa seconda “tortura”.
Welby non è degno di ricevere un funerale cattolico
lui non è Pinochet, non è degno!
Testo tratto da Prove
Tecniche di Trasmissione