Pagina iniziale
Casa
Comunicazioni
Cultura
Mode & C.
Polesine
Salute
Scienze
Società
Sport
Tempo libero

Il percorso di questa pagina è:


 

Piergiorgio Welby è morto

Il mio nome è Piergiorgio, soffro di Distrofia Muscolare Progressiva, la mia storia è simile a quella di tanti altri distrofici.
Ricordare come tutto sia iniziato non è facile perché la memoria non è accumulazione ma selezione e catalogazione. Forse fu una caduta immotivata o il bicchiere, troppo spesso sfuggito di mano etc. ma quello che nessun distrofico può scordare è il giorno in cui il medico, dopo la biopsia muscolare e l'elettromiografia, ti comunica la diagnosi: Distrofia Muscolare Progressiva.
Questa è una delle patologie più crudeli; pur lasciando intatte le facoltà intellettive, costringe il malato a confrontarsi con tutti gli handicap conosciuti: da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, poi arriva l'insufficienza respiratoria e la tracheotomia.
Il cuore, di solito, non viene colpito e l'esito infausto, come dicono i medici, si ha per i decubiti o una polmonite.
Io ho raggiunto l'ultimo stadio: respiro con l'ausilio di un ventilatore polmonare, mi nutro di un alimento artificiale (Pulmocare), parlo con l'ausilio di un computer e di un software.
Per anni e anni ho sperato che la ricerca scientifica trovasse un rimedio. Oggi, che le prospettive di una cura potrebbero, grazie agli studi sulle cellule staminali, sia adulte che embrionali, trasformarsi da speranza in realtà, sempre più ostacoli si frappongono sul cammino di una ricerca libera.
Questa malattia non è una maledizione biblica, è una malattia genetica che può essere sconfitta grazie alla diagnosi prenatale: i villi coriali, l'amniocentesi e soprattutto la diagnosi preimpianto.
In Italia ci sono oggi circa 2.000 bambini con distrofia muscolare Duchenne. L'incidenza della distrofia miotonica, la più comune distrofia muscolare dell'adulto, è di approssimativamente 135 casi ogni milione di nascite (maschi o femmine). L'incidenza della distrofia dei cingoli è di circa 65 casi per milione di nascite e quella della distrofia facioscapolomerale è ancora inferiore. Considerando insieme tutte le principali malattie neuromuscolari ereditarie, verosimilmente ne risultano colpiti in Italia circa 30 persone ogni 100.000 abitanti, ossia oltre 17.000 persone.
Se delle dispute capziose e, spesso, ideologiche dovessero ritardare la scoperta di una cura e condannare anche un solo bambino a vivere il dramma che io ho vissuto e sto vivendo...beh, pensateci! Pensateci questa estate quando vi tufferete, affronterete un sesto grado, percorrerete un sentiero con la mountain bike...

 

Oggi Piergiorgio Welby è morto, pubblichiamo la sua lettera inviata il 23 settembre al Presidente della Repubblica e alcuni testi tratti dal suo libro "Lasciatemi morire"

 

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Da Piergiorgio Welby, Co-Presidente dell’Associazione Coscioni

Caro Presidente,
scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.

Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.

Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una “morte dignitosa”. No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.

La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli. Non esiste approdo”.

L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che “spinge verso il porto”; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo “luogo” dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.
In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna.
Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.

Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.

Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.

Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.

Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.

Piergiorgio Welby

23 Settembre, 2006 - 07:00

Testo tratto dal sito Luca Coscioni


++++++++++++++++++++++++++


Piergiorgio Welby "Lasciatemi morire"

Nel libro “Lasciatemi morire”, appena uscito in libreria per le edizioni Rizzoli, Piero sviscera la nuova e antichissima realtà della morte, usando versi di poesia e codici di legge, secoli di ricerca filosofica e mezz’ore di reparto rianimazione. Ma soprattutto rende evidente l’impossibilità, per lui e per le migliaia di persone nelle sue condizioni, di rimandare ulteriormente questa battaglia.

I brani che seguono sono tratti dal suo libro:

11 giugno 2002

Dio non mi ha mai ascoltato, mai. Nemmeno quando mio padre, distrutto dal tumore alla laringe, tentava di respirare ma i suoi sforzi si concludevano in un rantolo strozzato che nemmeno il cortisone riusciva più a calmare. E avevo chiesto a Dio di far cessare quel tormento, avevo implorato piangendo: «Dio fallo morire, fallo morire adesso». Che senso aveva quell’agonia?

Possibile che nessuno potesse far qualcosa per farla cessare? Mi ero chiesto, angosciato, se non esistesse un limite a quello che un uomo deve sopportare, ma neppure i medici mi avevano saputo rispondere. Il loro lavoro era quello di mantenere in vita chiunque il più a lungo possibile.

Anche Dio non mi aveva risposto, era rimasto chiuso nelle chiese, protetto nei conventi, aveva fatto lacrimare qualche Madonnina di gesso e aveva lasciato che i medici continuassero a portare avanti quell’assurdità.

Nemmeno la mia cagna aveva sofferto tanto. Quando il veterinario le aveva diagnosticato un tumore all’utero, le perdite di sangue erano diventate più copiose e aveva cominciato a rifiutare il cibo, le aveva fatto un’iniezione al torace, all’altezza del cuore e Diana era rimasta accoccolata tra le mie braccia, fino a quando un velo lattiginoso le aveva spento per sempre l’ambra dorata degli occhi.

«È morta, la lasci pure.»

La morte poteva anche non essere una cosa tanto terribile. Bastava impedirle di distruggere, in poco tempo, tutta una vita.

5 dicembre 2002

Una mattina di metà novembre risalivamo un canalone spazzato dalla tramontana. Il terreno ghiacciato scricchiolava a ogni passo, il vento gelido faceva lacrimare gli occhi e le mani erano rattrappite sul fucile, e stavo pensando a quei paesaggi fiamminghi di Rubens… Quando un fischio di mio padre mi riportò alla realtà. Diana era in ferma. Ci spostammo cautamente, cercando la posizione migliore… poi un frullo e due coppie di starne volarono da sotto il muso del cane. Mio padre abbatté in rapida successione la coppia che aveva piegato dalla sua parte. Io colpii la prima ma non riuscii a sparare alla seconda.

«Perché non hai sparato?»

«Non ho potuto muovere il dito.»

«Sarà il freddo…»

«No papà. È la distrofia.»

Mi prese la mano tra le sue e la frizionò con forza.

«Papà, sparami! Voglio morire in piedi e con il sole negli occhi… Non paralizzato in un letto.»

«Piero, questo non puoi chiedermelo… Tutto ma non questo.»

«Se non posso chiederlo a te a chi dovrei chiederlo?»

Mi abbracciò e disse: «Ti prometto che non morirai paralizzato in un letto».

Provai una sensazione indefinibile, una pace, una tranquilla serenità… Non avevo più paura del futuro!

Mio padre prese il pacchetto color ocra delle Aurora e mi passò la sigaretta accesa. Ci guardammo negli occhi.

«Hai visto la rimessa?»

«Sì, papà. S’è posata tra le ginestre giù nella piana.»

Perché chiesi a mio padre di uccidermi? Forse lo rite nevo responsabile del mio dramma e volevo punirlo o, forse, quello che cercavo era un gesto d’amore assoluto che andasse oltre l’immaginabile. O volevo solo legarlo al mio destino… Perché ad Alfredo e Piero non fu riservata la stessa sorte di Antonio e Alessandro?

Il caso, solo il caso… Complice il cielo azzurro, una sigaretta, lo sguardo di un cane… e una starna da ribattere.

L’uomo saggio vive finché deve

Alla fine di febbraio 2006 sono stati prosciolti la madre e il medico che hanno dato la morte al giovane tetraplegico Vincent Humbert.

I fatti: vittima di un gravissimo incidente d’auto, Vincent Humbert, diciannovenne, si sveglia dopo mesi di coma. È tetraplegico, muto e quasi cieco. Riesce a muovere solo il pollice e in questo modo dà dei segnali alla madre Marie, l’unica persona con cui comunica. E le chiede di poter morire.

Una vicenda che avrebbe ispirato Eschilo, Sofocle e Euripide, una «tragedia» che avrebbe dovuto culminare nella catarsi e liberare gli animi dalle passioni attraverso la compassione.

E che invece è stata metabolizzata dagli «organi» dell’informazione e offerta ai fruitori come se, sfrondata dagli inutili orpelli barocchi di una sofferenza che non ha risposte, si riducesse a un concetto solo: l’eutanasia è una battaglia ideologica dei sani, gridata sui giornali. Una battaglia di carta, abile a usare cinicamente le storie giuste.

Forse la «colpa» è del cristianesimo che, sottraendo la morte all’irreparabile dell’individualità che non torna per ridurla a peccato-morte-resurrezione, ha liquidato definitivamente il tragico. Oppure è il riflesso pavloviano di chi non vuole ammettere che l’eutanasia non è «una battaglia ideologica dei sani», ma una possibilità di cui gli uomini, o meglio «i mortali» (nel senso greco del termine) non possono fare a meno perché, come scrive Euripide nelle Troiane: «Il non nascere – dico – è uguale al morire, ma è meglio morire che vivere nel dolore».

Il filosofo latino Lucio Anneo Seneca scrive che «l’uomo saggio vive finché deve, non finché può», e forse questo ammonimento va girato alla medicina.

Come si dice a proposito della ricerca scientifica, non tutto quello che si può fare è lecito fare.

C’è la cronaca, a ricordarcelo. Per fortuna o purtroppo.

Do not resuscitate me

Ci sono domande che, come fiumi carsici, dopo essersi imposte all’attenzione dell’opinione pubblica per un accanimento mediatico che trascolora in un sospetto di voyeurismo, spariscono dalle prime pagine e dai Tg per sprofondare nel sottosuolo dell’indifferenza, dando l’illusione che abbiano avuto una risposta definitiva, o che il problema che esse ponevano sia stato risolto.

Naturalmente non è così. Quelle domande senza risposte continuano a popolare le notti e i giorni di chi non ha bisogno dell’attenzione interessata dei media per ricordare, perché quelle domande se le pone quotidianamente.

Una di queste domande alla quale, in Italia, ci si ostina a non voler dare una risposta è questa: «C’è un diritto alla morte così come c’è un diritto alla vita?».

Il professor Gadamer, noto filosofo morto all’età di 102 anni a Heidelberg il 14 marzo 2002, in una intervista rilasciata a Fermo, Palazzo dei Priori, il 10 aprile 1991 rispose: «Sì! Si ha questo diritto, perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile rispondere alla domanda. Nella prassi diviene però molto più difficile poi ché il morire, l’agonia stessa, è un lento paralizzarsi della libera possibilità di decidere in cui l’uomo vive come uomo consapevole e sano».

Il mistero è un salutare bagno di umiltà che ci riconsegna alla fauna dalla quale cerchiamo incessantemente di prendere le distanze. Una volta svelati tutti i misteri del cosmo resterebbe il più grande dei misteri: perché si nasce e si muore? c’è un senso nella vita? nella morte? Forse rifiutiamo di accettare la più semplice delle risposte: siamo elementi di un ciclo che si rinnova di struggendo. Chi ha creato il ciclo? Diceva un filosofo che è inutile porsi domande che non possono avere risposta

La morte, la grande assente

Sono un ricatto vivente, uno scomodo memento mori, sono la cattiva coscienza che agita i sonni, sono un ammonimento inquietante per un’umanità convinta di aver conquistato l’immortalità comprando una bustina di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all’anno, scopando con due preservativi infilati sull’uccello… insomma quella gente normale che ogni domenica, indossata un’Adidas, corre nei parchi cittadini. Un giro in più e un’altra manciata di anni è assi curata!

Poi arrivo io. E mentre gli rotolo davanti, con le braccia penzoloni e la testa cadente, il loro cuore accelera e anche la loro andatura. Ma la mia immagine gli resta nel cervello, imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzz… zzzz… zzz… e se capitasse a me cosa farei? Zzzzz… zzzz… come si può continuare a vivere in quelle condizioni? Zzzz… zzz… io non ci riuscirei mai. Zzzzz… zzzz… meglio un colpo di pistola! E rassicurati da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono dietro una siepe di mortella.

La morte, o meglio, la volontà di affrontare i problemi che accompagnano la fine della vita, è la grande assente dalle nostre coscienze. L’accanimento terapeutico è cosa che riguarda sempre qualcun altro, il coma è la tragedia che dà pathos a un serial, la perdita dell’autonomia e della dignità che ne consegue è una fisima da depressi… Protetti contro tutto ciò dalle nostre piccole immortalità quotidiane ci avviciniamo, impreparati, a un appuntamento che abbiamo sempre voluto ignorare.

La morte – il nulla, in fondo, non è che una metafora della morte – non è che la condizione della nostra vita, ciò che rende la nostra vita quello che è. È dunque anche la condizione del valore, è ciò che la fa preziosa. La fa preziosa proprio perché è effimera, perché è destinata a tramontare.

Che senso ha parlare di eutanasia mentre siamo impegnati a sconfiggere o circoscrivere un nuovo virus, o quando le tensioni sociali raggiungono livelli di guardia, o in un momento storico che vede venire al pettine tutti i nodi creati dal crollo del muro e dall’offensiva integralista-terrorista?

Perché un lavoratore, preoccupato dai cambiamenti del mercato del lavoro e dalle sfide della globalizzazione, dovrebbe fermarsi a riflettere sul diritto di un malato a essere aiutato a lasciare la vita senza dover vegetare in un limbo dove i termini morte e vita hanno perduto ogni senso comune? Questa ultima domandami riporta alla mente un simile quesito che la sinistra si poneva sul divorzio: “Cosa importa a un operaio del referendum sul divorzio?” Aveva torto, aveva torto perché oltre le battaglie sul lavoro, la casa, la scuola, la previdenza… oltre le mille necessità e aspirazioni, oltre i sogni e le speranze, i piani, oltre il nostro progettare e pianificare il futuro, oltre tutto ciò esiste il destino, il fato. Esiste la nostra fragilità che diventa il denominatore comune degli uomini.

Postille

Ci vorrebbero silenziosi, ci vorrebbero costringere in un ruolo che non ci appartiene, ma noi ci faremo sentire, parleremo con le impersonali voci sintetiche offerteci dalla tecnologia, chiederemo, chiederemo, chiederemo… fino a quando, se non l’assordante silenzio di Dio, cesserà almeno l’ingiustificabile silenzio dell’Uomo.

Com’è difficile vivere e morire in un Paese dove il Governo fa i miracoli e la Conferenza episcopale «fa» le leggi.

di Diego Galli
pubblicato il 21 Dicembre 2006 RadioRadicale.it



 

Aggiornamento successivo alla pubblicazione della pagina

Il Vicariato di Roma vieta il funerale religioso per Piergiorgio Welby

23 dicembre 2006
In serata sulla vicenda viene diffuso un comunicato ufficiale del Vicariato in cui si legge:

«In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti».

 

Don Vitaliano Della Sala scrive in un’email a RadioRadicale.it:

Dopo il dolore per la triste vicenda di Piergiorgio Welbi e la tristezza per la sua morte liberatoria, mi ha lasciato perplesso la decisione del Vicariato di Roma di non concedergli le esequie religiose. Lasciamo a Dio, e a Lui solo, la libertà di giudicare la scelta di un uomo sofferente che, solo per questo, ha deciso di affrettare la propria morte; noi cristiani crediamo che la misericordia e la comprensione di Dio sono smisurate.

Lo ricorderò e pregherò per Piergiorgio durante la Messa di Natale: il Cristo Liberatore lo accolga nel Regno dei giusti e doni la consolazione che viene dalla fede, ai suoi familiari e amici. Possa ora Piergiorgio trovare finalmente quella pace e quella serenità che nella vita terrena ha tanto desiderato.

Ciao Piergiorgio!

Testi tratti da Bellaciao

 

La Chiesa non concede i funerali a Welby. Lui no, Pinochet sì!

Apprendo dal sito di Radio Radicale che la Chiesa ha deciso, Welby non merita i funerali, quell’uomo che ha fatto della campagna contro l’accanimento terapeutico la battaglia della sua vita non merita la funzione in Chiesa.

A dare il triste annuncio è stato il Vicariato della Chiesa di Roma con una giustificazione a dir poco infelice: “Si tratta di un caso troppo clamoroso, è stato deciso di impedire i funerali di Welby a causa della Sua decisione non cristiana di togliersi la vita”

E’ un caso troppo Clamoroso, quindi Piergiorgio non merita i funerali cattolici, un ragionamento che non fa una piega per la Chiesa cattolica;
quella Chiesa che attraverso i rappresentanti del Signore dovrebbe dare esempio di pace, fratellanza, pietà, amore ecc ecc ecc, esempi che a ridosso del Natale dovrebbero essere ancor più sentiti.

Devo presumere che per la Chiesa: la morte non è una Livella, o per meglio dire: in questo caso non è una Livella: pochi mesi fa qualcuno che ha commesso reati ben più gravi, un dittatore Cileno.. un tale Pinochet.. ha avuto il suo bel funerale cattolico.

Così la madre di Welby, molto credente, dopo la morte del figlio ha dovuto subire anche questa seconda “tortura”.

Welby non è degno di ricevere un funerale cattolico lui non è Pinochet, non è degno!

Testo tratto da Prove Tecniche di Trasmissione

 


Pagina inserita nel sito www.polesine.com il 21-12-2006

Cerca all'interno del sito
Testo da cercare
e / o MAIUSCOLO / minuscolo

   
   
 Phuket, la perla del Sud

Entra nel sito di Phuket