Quando
comanda il mercato Che
cosa resta della democrazia?
In un prossimo futuro, si andrà a votare
in una vasta gamma di paesi, dall'Indonesia all'Afghanistan,
dall'Iraq agli Stati uniti. Nata nel 507 a.C. ad Atene, la democrazia
sarebbe la forma di governo più naturale per l'umanità, fra
tutti i sistemi politici il meno negativo. Ma è necessario che
funzioni bene e che non sia deviata da poteri che non sono né
eletti dal voto popolare né controllati dai cittadini.
José Saramago
Nella Politica Aristotele ci dice inizialmente questo: «In democrazia
i poveri sono re, perché sono il più gran numero, e perché la
volontà del più gran numero ha forza di legge». In un secondo
passaggio sembra limitare la portata di questa prima frase,
poi l'allarga ancora, la completa e finisce per formulare un
assioma: «L'equità all'interno dello stato esige che i poveri
non possiedano in alcun modo più poteri dei ricchi, che non
siano i soli sovrani, ma che tutti i cittadini lo siano in proporzione
al loro numero. Sono queste le condizioni indispensabili perché
lo stato garantisca in maniera efficace l'eguaglianza e la libertà».
Aristotele ci dice che i cittadini ricchi, anche se partecipano
in piena legittimità democratica al governo della Polis, saranno
sempre una minoranza per effetto di una proporzionalità incontestabile.
Su un punto, ha visto giusto: per quanto si risalga indietro
nel tempo, mai i ricchi sono stati più numerosi dei poveri.
Ciononostante, i ricchi hanno sempre governato il mondo, o manovrato
le fila di coloro che governavano. Una constatazione oggi più
attuale che mai.
Notiamo en passant che per Aristotele lo stato rappresenta una
forma superiore di moralità.
Qualsiasi manuale di diritto costituzionale c'insegna che la
democrazia è «un'organizzazione interna dello stato secondo
cui il potere politico emana dal popolo e viene esercitato dal
popolo - un'organizzazione che consente al popolo governato
di governare a sua volta per il tramite dei propri rappresentanti
eletti». Accettare definizioni come questa, di una pertinenza
al limite delle scienze esatte, in una trasposizione alla nostra
esperienza di vita, equivarrebbe a non tener conto della infinita
gradualità di condizioni patologiche di fronte alle quali si
può trovare il nostro corpo in qualsiasi momento del tempo.
In altri termini: il fatto che la democrazia possa essere definita
con grande precisione non significa che funzioni nella realtà.
Un rapido excursus attraverso la storia delle idee politiche
ci porta a due osservazioni spesso frettolosamente accantonate,
con la scusa che il mondo cambia. La prima per ricordare che
la democrazia è sorta ad Atene, verso il V secolo A.C.; presupponeva
la partecipazione di tutti gli uomini liberi al governo della
città: era fondata sulla forma diretta, le cariche erano effettive
o assegnate secondo un sistema misto di estrazione a sorte e
di elezione; e i cittadini avevano il diritto di voto e di presentare
proposte nelle assemblee popolari.
Tuttavia - è questa la seconda osservazione - a Roma, continuatrice
dei greci, il sistema democratico non è riuscito a imporsi.
Si è scontrato con l'ostacolo del potere economico smisurato
di un'aristocrazia latifondista che vedeva nella democrazia
un nemico frontale. Nonostante il rischio insito in qualsiasi
estrapolazione, è possibile evitare di chiedersi se gli imperi
economici contemporanei non siano, anch'essi, avversari radicali
della democrazia, anche se per il momento si salvano le apparenze?
Le istanze del potere politico tentano di distogliere la nostra
attenzione da un fatto evidente: all'interno stesso del meccanismo
elettorale, si trovano in conflitto una scelta politica rappresentata
dal voto e un'abdicazione civica. Non è forse vero che, nel
preciso momento in cui la scheda viene introdotta nell'urna,
l'elettore trasferisce in mani terze, senza alcuna contropartita
se non le promesse intese durante la campagna elettorale, quella
parte di potere politico che possedeva fino allora in quanto
membro della comunità di cittadini?
Il ruolo di avvocato del diavolo che mi assumo può sembrare
imprudente.
Motivo di più per esaminare che cosa sia la nostra democrazia,
quale sia la sua utilità, prima di pretendere - ossessione della
nostra epoca - di renderla obbligatoria e universale. Questa
caricatura di democrazia che, missionari di una nuova religione,
cerchiamo d'imporre al resto del mondo, non è la democrazia
dei greci, bensì un sistema che i romani stessi non avrebbero
esitato a imporre ai loro territori.
Questo tipo di democrazia, attenuata da mille parametri economici
e finanziari, sarebbe riuscito senza alcun dubbio a far cambiare
idea ai latifondisti del Lazio, che si sarebbero trasformati
allora in democratici della più bell'acqua...
Può sorgere, nella mente di qualche lettore, uno sgradevole
sospetto sui miei convincimenti democratici, tenendo conto delle
mie inclinazioni ideologiche ben note (1)...
Difendo l'idea di un mondo veramente democratico che diventerebbe
finalmente realtà, duemilacinquecento anni dopo Socrate, Platone
e Aristotele. Questa chimera greca di una società armoniosa,
senza più distinzione tra padroni e schiavi, così come la concepiscono
le anime candide che credono ancora alla perfezione.
Qualcuno mi dirà: ma le democrazie occidentali non sono basate
sul censo e non sono razziste, e all'interno dell'urna il voto
del cittadino ricco o di pelle chiara conta esattamente quanto
quello del cittadino povero o di pelle più scura. Fidandoci
di simili apparenze, avremmo raggiunto il culmine della democrazia.
A costo di raffreddare questi entusiasmi, dirò che le realtà
brutali del mondo in cui viviamo rendono ridicolo questo quadro
idilliaco, e che, in un modo o nell'altro, finiremo per ritrovarci
con un corpo autoritario dissimulato sotto i più begli ornamenti
della democrazia.
E così, il diritto di voto, espressione di una volontà politica,
è nel contempo un atto di rinunzia a quella stessa volontà,
in quanto l'elettore la delega ad un candidato. Almeno per una
parte della popolazione, l'atto di votare è una forma di rinunzia
temporanea ad un'azione politica personale, tenuta in sordina
sino alle elezioni successive, momento in cui i meccanismi di
delega torneranno al punto di partenza, per riattivare lo stesso
processo. Questa rinuncia può costituire, per la minoranza eletta,
il primo passo di un meccanismo che, nonostante le vane speranze
degli elettori spesso autorizza a perseguire obiettivi che non
hanno nulla di democratico e che possono costituire un'autentica
offesa alla legge. In linea di principio, a nessuno verrebbe
in mente di eleggere come rappresentanti in Parlamento degli
individui corrotti, anche se sappiamo per triste esperienza
che le alte sfere del potere a livello sia nazionale che internazionale,
sono occupate da tali criminali o dai loro mandatari.
Nessun esame al microscopio dei voti deposti nell'urna avrebbe
il potere di rendere visibili i segni rivelatori delle relazioni
che intercorrono tra gli Stati e i gruppi economici i cui atti
delittuosi, se non addirittura atti di guerra, spingono alla
catastrofe il nostro pianeta.
L'esperienza conferma che una democrazia politica che non si
basi su una democrazia economica e culturale è di ben scarsa
utilità.
Disprezzata e relegata nel dimenticatoio delle formule arcaiche,
l'idea di una democrazia economica ha ceduto il posto ad un
mercato trionfante fino all'oscenità. E all'idea di una democrazia
culturale si è sostituita quella, non meno oscena, di una massificazione
industriale delle culture, uno pseudo melting pot di cui ci
si serve per mascherare il predominio di una sola di esse.
Noi crediamo di aver fatto dei passi avanti, ma in realtà regrediamo.
Parlare di democrazia diventerà sempre più assurdo, se ci ostineremo
a identificarla con istituzioni che hanno il nome di partiti,
Parlamenti, governi, senza procedere a un esame del modo in
cui questi ultimi utilizzano il voto che ha loro consentito
l'accesso al potere. Una democrazia incapace di autocritica
si condanna alla paralisi.
Non dovete concludere da queste parole che io sia contrario
all'esistenza dei partiti. Anzi, sono un militante in uno di
loro. Non dovete credere neppure che io aborri i Parlamenti:
li apprezzerei, se si impegnassero ad agire più che a discettare.
E non immaginatevi neppure che io sia l'inventore di una ricetta
magica che consenta ai popoli di vivere felici senza aver bisogno
di un governo. Soltanto mi rifiuto di ammettere che si possa
governare e desiderare di essere governati esclusivamente secondo
i modelli democratici vigenti incompleti e incoerenti. Li definisco
così perché non trovo proprio altre parole più adatte.
Una democrazia autentica, che come un sole inondasse della sua
luce tutti i popoli, dovrebbe cominciare da quello che abbiamo
tutti sottomano, cioè il paese in cui nasciamo, la società in
cui viviamo, la strada in cui abitiamo. Se questa condizione
non viene rispettata - e non lo è - vengono inficiati tutti
i ragionamenti precedenti, vale a dire il fondamento teorico
e il funzionamento empirico del sistema.
Purificare le acque del fiume che attraversa la città non servirà
a nulla, se il focolaio di contaminazione si trova alla fonte.
Il problema principale che, da che mondo è mondo, si pone qualsiasi
tipo di organizzazione umana, è quella del potere. Il problema
principale consiste nell'identificare chi lo detiene, e verificare
con quali mezzi lo ha ottenuto, come l'utilizza, di quale metodo
si serve e quali sono le sue ambizioni. Se la democrazia è veramente
il governo del popolo, per il popolo e da parte del popolo,
non ci sarebbe nulla da discutere, ma le cose non stanno così.
E soltanto uno spirito cinico si azzarderebbe ad affermare che
tutto va per il meglio nel mondo in cui viviamo. Si dice anche
che la democrazia sia il sistema politico meno peggiore, e nessuno
fa osservare che questa accettazione rassegnata di un modello
che si contenta di essere «il meno peggiore» può frenare a una
ricerca verso qualcosa di «migliore».
Il potere democratico per sua natura è sempre provvisorio. Dipende
dalla stabilità delle elezioni, dal flusso delle ideologie,
e dagli interessi di classe. Si può vedere in lui una sorta
di barometro organico che registra le variazioni della volontà
politica della società. Ma, in maniera flagrante, sono innumerevoli
le alternanze politiche apparentemente radicali, che hanno come
conseguenza il cambiamento di governo, ma che non sono poi accompagnate
da quelle trasformazioni sociali, economiche e culturale fondamentali
che lasciava supporre il responso elettorale.
Infatti, dire governo «socialista» o «socialdemocratico» o ancora
«conservatore» o «liberale» e chiamarlo «potere», è semplicemente
un'operazione estetica di basso rango. Vuol dire pretendere
di definire qualcosa che non si trova là dove si vorrebbe farci
credere che sia.
Perché il potere, il potere vero, si trova altrove: è il potere
economico.
Quello di cui si percepiscono i contorni in filigrana, ma che
ci sfugge allorché si cerca di avvicinarsi, e che contrattacca
se ci viene voglia di limitare il suo dominio, sottomettendolo
alle regole dell'interesse generale.
Parliamoci chiaro: i popoli non hanno eletto i loro governi
perché questi li «offrano» al mercato. Ma il mercato condiziona
i governi affinché questi gli «offrano» i loro popoli. Nel nostro
tempo di globalizzazione liberista, il mercato è lo strumento
per antonomasia dell'unico potere degno di tale nome, il potere
economico e finanziario.
Questo non è democratico perché non è stato eletto dal popolo,
non è gestito dal popolo e soprattutto perché non si prefigge
come finalità la felicità del popolo.
Dicendo questo, mi limito a enunziare verità elementari. Gli
strateghi politici, senza differenza di colore di appartenenza,
hanno imposto un prudente silenzio affinché nessuno osi insinuare
che noi continuiamo a coltivare la menzogna e accettiamo di
esserne complici. Il sistema definito democratico assomiglia
sempre di più a un governo dei ricchi, e sempre meno a un governo
del popolo. Impossibile negare l'evidenza: la massa di poveri
chiamata a votare non è mai chiamata a governare.
Nell'ipotesi di un governo formato dai poveri, in cui questi
rappresentassero la maggioranza, come ha immaginato Aristotele
nella sua Politica, essi non disporrebbero dei mezzi necessari
a modificare l'organizzazione dell'universo dei ricchi che li
dominano, li sorvegliano e li soffocano.
La pretesa democrazia occidentale è entrata in una fase di trasformazione
retrograda che non è più in grado di fermare e le cui conseguenze
prevedibili saranno la sua stessa negazione. Non c'è alcun bisogno
che qualcuno si assuma la responsabilità di liquidarla, è essa
stessa a suicidarsi ogni giorno che passa.
Che fare? Riformarla? Sappiamo che riformare, come ha scritto
con tanta eloquenza l'autore del Gattopardo (2),
altro non è se non cambiare quello che è necessario perché non
cambi nulla. Rinnovarla? A quale epoca del passato sufficientemente
democratica si vorrebbe ritornare, e partire da lì per ricostruire
con nuovi materiali quello che ci porta sulla via della perdizione?
Quella dell'antica Grecia? Quella delle repubbliche mercantili
del Medio evo? Quella del liberalismo inglese del XVII secolo?
Quella del secolo francese dell'Illuminismo?
Le risposte sarebbero non meno futili delle domande... Che fare
allora? Finiamola di considerare la democrazia un valore acquisito,
definito una volta per tutte e intoccabile in eterno.
In un mondo in cui si è abituati a discutere di tutto, resiste
un solo tabù: la democrazia. Salazar (1889-1970), il dittatore
che ha governato il Portogallo per più di quarant'anni, affermava:
«Non si rimette in discussione Dio, non si rimette in discussione
la patria, non si rimette in discussione la famiglia». Oggi
come oggi, noi rimettiamo in discussione Dio, rimettiamo in
discussione la patria, e se non rimettiamo in discussione la
famiglia è perché ci pensa a farlo da sola. Ma non si rimette
in discussione la democrazia.
Allora io dico: rimettiamola in discussione, in tutti i dibattiti.
Se non troveremo un mezzo di reinventarla, non si perderà soltanto
la democrazia, ma anche la speranza di vedere un giorno i diritti
umani rispettati su questo pianeta. Sarebbe questo il fallimento
più clamoroso del nostro tempo, il segnale di un tradimento
che segnerebbe per sempre l'umanità.
note:
* Scrittore portoghese, Premio Nobel della letteratura nel 1998.
Autore tra l'altro di L'uomo duplicato, La Caverna, e Cecità,
tutti pubblicati da Einaudi.
(1) José Saramago è
iscritto al Partito comunista portoghese, ndr.
(2) Il Gattopardo,
romanzo postumo dello scrittore siciliano Giuseppe Tomasi di
Lampedusa (1896-1957), pubblicato nel 1958. Ilprincipe di Salina
pronuncia la celebre frase: «Bisogna che tutto cambi, perché
tutto resti come prima».
(Traduzione di R.I.)
Testo tratto da LE
MONDE diplomatique - Settembre 2004
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