Un disoccupato involontario è un crimine
di Stato; un neonato abbandonato alle possibilità economiche
della famiglia e dei parenti, mentre altri nascono nella ricchezza,
è un crimine di Stato; un minore privo di sufficiente
potere di sussistenza, è un crimine di Stato; un minore
cui non sia stato insegnato gratuitamente un mestiere secondo
attitudine, è un crimine di Stato; un giovane che non
“si sistema” e che sia privo di sufficiente potere
di sussistenza, è un crimine di Stato; una persona
anziana priva di un sufficiente potere di sussistenza sotto
forma di pensione, è un crimine di Stato; un compenso
favoloso a giocatori e persone dello spettacolo è una
predazione alla collettività e quindi un crimine di
Stato; un popolo privo dell’assistenza sanitaria gratuita
è un crimine di Stato; dei minori e adolescenti privi
della scuola gratuita, è un crimine di Stato. Bastano?
Uno Stato, responsabile di tali e di chissà quanti
altri crimini a carico della collettività, che ha
il compito naturale di rendere partecipe dei prodotti (beni
e servizi prodotti del lavoro), è la caricatura di
sé stesso, di fatto un’associazione per delinquere
perché consente a pochi di possedere il “ben
di dio”, costringe la maggioranza ad arrangiarsi e
ad alcuni a morire letteralmente di fame.
Gli anarchici ce l’hanno con tale Stato ed hanno
ragione ma proprio tale Stato dimostra la necessità
di uno Stato vero, di uno Stato che sappia organizzare il
lavoro e distribuirne i prodotti. Delinquere è organizzare
una serie di giochi (dal lotto in su) sfruttando il bisogno
e il piacere di rispettivamente costruirsi e potenziare
il proprio potere di acquisto (cioè di sussistenza).
E’ questa l’anarchia, cari anarchici? Non certo
un’organizzazione che non ha norme per realizzare
la vera economia a favore di tutti ma solo norme per giocare
a chi diventa più ricco e a chi riesce a non morire
di fame. Sono le “norme” d cui parlava qualche
tempo fa Montezemolo, il presidente della Confindustria..
Sono le norme, appunto, dell’imprenditoria, che è
appunto l’impresa-gioco a chi, applicando certe norme
tra cui il cosiddetto agonismo concorrenziale - di origine
animale -riesce a predare meglio e di più. Sono le
regole di uno Stato che confonde il diritto con le proprie
regole ovvero che non fa lo Stato ma un gioco in cui lo
stesso non è - come vorrebbe il diritto - “padre
di tutti” ma un arbitro degli imprenditori, di coloro
che giocano a chi diventa più ricco prendendo a pretesto
i beni e i servizi, di cui ha bisogno la collettività
e attribuendosi il potere - quasi divino! - di “dare
lavoro” quando semplicemente comprano il lavoro, di
cui non possono fare a meno, al minor costo possibile e
totalmente indifferenti ai veri bisogni della collettività,
per dirla in termini giuridici, ai diritti biologici o naturali
della stessa.
Sempre meno comprendo gli amici anarchici che si battono
per la distruzione dello Stato senza accorgersi che una
semi-anarchia è già in atto e che il non Stato
totale potrebbe significare perfino forme di schiavitù.
Per fortuna -non so se sia il caso di dirlo - i fautori
dello Stato proforma e di fatto delinquenziale (per i fatti
detti più sopra) hanno interesse a mantenere tale
fantoccio perché si tratta di uno strumento ludico
che consente agli stessi di giocare al potere con compensi
e privilegi che non sono da buttare via.
Con uno Stato non economico, come dire non tutore e risolutore
dei diritti dei cittadini ed una congregazione di giocatori
a chi preda di più e una monetocrazia fatta di banche
, di borse e di rapporti azionari, il gioco del potere si
fa più appetibile e intrigante e ovunque c’è
sempre qualcuno che sputa parole su una balla dopo l’altra
senza mai dire quale è la vera verità, e alla
massa non rimane che rendersi conto quanto sia ignorante
rassegnandosi alle distrazioni del sistema, come il tifo
sportivo e le gite in auto comandate.
Lo sapete perché Berlusconi tema tanto il comunismo?
Non perché sappia di che parla né perché
conosca il diritto ma semplicemente perché la parola
comunismo gli ricorda, per associazione di idee, lo Stato
vero: quello che non consente che un cittadino possa possedere
una villa per ogni occasione mentre qualche altro si suicidi
per fame.
Ed è proprio costui che ora si presenta come una
specie di Gesù Cristo, pronto a sacrificarsi (lo
dice lui stesso!) alle prossime elezioni come leader unico
della Casa delle libertà. In realtà, vuole
conservare quello che possiede e gli strumenti per, se possibile,
aumentarlo. E’ una balla che la punta di qualunque
spillo può fare esplodere tra le risate generali.
Chi usa lo Stato per giocare al potere, ignaro del vero
diritto, non teme l’anarchia ma uno Stato vero, quello
che non legittima i diversi ladrocini del quotidiano e non
finge di lottare la mafia (cioè una parte strutturale
di sé stesso) mentre ritiene legittimo che cittadini
siano costretti a ricorrere all’elemosina, salvo ad
arrestarli perché la legge non lo consente.
Carmelo R. Viola
Centro Studi Biologia Sociale
crviola@mail.gte.it