Legge marziale permanente. La delega
approvata al Senato rischia di mandare in galera gli inviati
di guerra, ma anche le Ong e i pacifisti colpevoli di «collaborare
col nemico» e di «nutrirli»
SARA MENAFRA
Non ci saranno solo gli inviati di guerra
nel mirino del codice militare, se la delega per la riforma
approvata due giorni fa al Senato dovesse essere confermata
alla Camera. Due giorni fa il senatore diessino Elvio Fassone,
che ha seguito passo passo il testo in commissione Difesa,
spiegava che i giornalisti inviati in territori di guerra,
che «si procurano notizie concernenti la forza, la preparazione
o la difesa militare» e le diffondono, rischiano pene
che vanno da cinque a vent'anni di reclusione. Anche se gli
obiettivi erano tutti puntati sull'ennesimo rimpasto di governo
è scoppiato il caso, con giornalisti e parlamentari
su tutte le furie.
A guardarci meglio, però, si scopre che
la delega approvata dal Senato, con 132 voti favorevoli e
45 contrari, ha contenuti parecchio più ampi e capaci
di trasformare il paese in uno stato militarizzato almeno
per tutta la durata delle missioni di Peace keeping in cui
siamo coinvolti.
L'idea di fondo della delega n. 2493 è
che durante le missioni di guerra la giustizia militare applichi
il Codice militare di guerra così com'era stato scritto
nel 1941, salvo qualche piccola modifica. Durante i periodi
di «conflitto armato» come quelli di Peacekeeping,
appunto, il parlamento decreta lo«Stato di guerra»,
che non è il «Tempo di guerra» previsto
dalla Costituzione e di fatto mai applicato dal 1945 ad oggi,
ma una condizione adatta alle guerre di oggi, in cui si interviene
manu militari senza dichiarare niente a nessuno e che in pratica
attiverebbe comunque il Codice militare di guerra, ovvero
la legge marziale.
Applicare il codice di guerra durante le missioni
di Peacekeeping darebbe un potere enorme ai giudici della
magistratura militare, che oggi hanno invece competenze sempre
minori (basti pensare che tutta la magistratura militare italiana
nell'ultimo anno ha prodotto sì e no 1000 sentenze).
Ma attiverebbe anche una serie di norme pensate mentre l'Italia
era in guerra, e forse persino quelle pensate nel 1930 dal
Codice Rocco. Il nostro Codice penale, che non è altro
quello del Fascismo riformato, prevede una serie di norme
che entrano in vigore in «Tempo di guerra» e visto
che la delega non lo esclude esplicitamente, potrebbero entrare
in vigore anche durante il nuovo «Stato di guerra».
Per dirne uno l'articolo 245 che punisce con la reclusione
«da cinque a quindici anni» «Chiunque tiene
intelligenze con lo straniero per impegnare o per compiere
atti diretti a impegnare lo Stato italiano alla dichiarazione
o al mantenimento della neutralità». E se in
questa previsione finissero pure i pacifisti o i social forum
che si riuniscono a livello globale per parlare di pace, magari
invitando anche rappresentanti politici o di governo? Persino
le Ong colpevoli di «Somministrazione al nemico di provviggioni»
(art. 248) potrebbero rischiare la «reclusione non inferiore
ai cinque anni». E a voler essere cattivi, i tranistoppers
di due anni fa che bloccavano treni e navi potrebbero essere
imputati di «distruzione o sabotaggio di opere militari»
(art. 253).
«Il buonsenso dice - spiega il senatore
Fassone- che una serie di norme siano adeguate all'oggi o
abrogate. Però è anche vero che questa è
una delega a modificare, dunque tutto ciò per cui non
c'è un mandato specifico deve essere lasciato così
com'è, e quindi queste norme potrebbero diventare attuali».
E' quello che accadrebbe per gli articoli 72 e 73 del codice
di guerra, quelli che potrebbero spedire in galera i giornalisti.
Cambierà poco, invece, per i militari impegnati
nelle suddette missioni di Peacekeeping che applicano il codice
militare di guerra già da due anni. Su diretta richiesta
della Nato, per la missione «Enduring freedom»
del 2002 l'Italia ha approvato una legge che sottopone i militari
impegnati nelle missioni internazionali al codice militare
di guerra. Grazie a quella legge i quattro elicotteristi di
Viterbo, che la primavera scorsa si sono rifiutati di volare
perché i loro mezzi non erano sufficientemente protetti,
sono ancora sotto indagine per «ammutinamento»
e «codardia», anche se circa un mese fa la procura
militare di Roma ha chiesto di archiviare l'inchiesta.
Nel 2002 furono in pochi a stracciarsi le vesti,
visto che si parlava di militari. Per fortuna questa volta
che l'estensione della legge marziale rischia di spedire in
carcere fino a vent'anni pure i giornalisti, ad arrabbiarsi
sono già in parecchi. Oltre al senatore Fassone, ieri
ha protestato contro la legge anche la deputata Elettra Deiana
di Rifondazione comunista e membro della commissione Difesa
della Camera secondo cui « Siamo di fronte ad una vera
e propria decostituzionalizzazione di fatto dell'articolo
11 della Costituzione (quello che garantisce la libertà
di stampa ndr)». Secondo Deiana siamo di fronte all'«introduzione
della legge marziale «senza garanzie né procedurali
né politiche ma a totale discrezionalità del
potere politico-militari e con la possibilità dell'estensione
della stessa legge marziale anche in ambiti personali».
Durissimo pure il commento di Domenico Leggiero
dell'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare:
«L'idea di fondo è la separazione definitiva
delle forze armate dal resto dello stato italiano. Se la delega
sarà approvata avremo due stati, uno militare e uno
civile, nello stesso paese».
Parla l'inviato: «Vince la guerra
sulla libertà di stampa»
TOMMASO DI FRANCESCO
Sulla riforma del Codice penale militare
approvata già in prima lettura al Senato, che mette
di fatto a rischio carcere ogni «rivelazione»
sulle missioni di pace, abbiamo rivolto alcune domande a Mimmo
Càndito, tra i più importanti inviati speciali,
commentatore di politica internazionale, corrispondente da
quasi tutte le ultime guerre e una delle firme di prestigio
de La Stampa.
Come giudichi questa «riforma»
che espande il codice militare di guerra anche alle missioni
di pace?
Credo che rientri all'interno di quel processo
di militarizzazione della politica che si sta sempre più
estendendo, prendendo come modello evidentemente le logiche
che operano agli interno degli Stati uniti, al rapporto subordinato
fra società e potere militare che si va sempre più
estendendo in ogni parte del mondo. Io ricordo sempre quello
che hanno scritto i due colonnelli cinesi Ghao Yang e Bang
Sansuy che hanno scritto un libro decisivo, Guerra senza fine,
dove dicono sostanzialmente che il baratro che un tempo divideva
il territorio della guerra da quello della non guerra ormai
è pressoché colmato. La guerra sta occupando
anche i territori che prima non gli appartenevano: è
il processo di militarizzazione della politica. Ora estendere
il codice militare anche alle missioni di pace è sicuramente
un cambiamento culturale impressionante.
Per effetto di queste decisioni diventano
operativi gli articoli 72/73 del Codice penale militare sulla
«illecita raccolta pubblicazione e diffusione di notizie
militari»...
Non più di alcuni mesi fa un collega venne
inquisito dalle parti di Nassiriya perché aveva pubblicato
delle informazioni e ancora non si era all'interno di questa
logica. Ci possiamo immaginare una volta che questa diventi
istituzione giuridica quali siano i rischi connessi . Cioè
che tutto venga sostanzialmente affidato alla discrezionalità
con la quale un comandante militare potrà decidere
se quello che noi stiamo cercando di pubblicare rientra all'interno
di questa normativa. Addio libero esercizio del nostro lavoro.
Già, che fine fa il nostro lavoro?
Perché si dice in questi articoli che è punito
con la reclusione militare da due a dieci anni «chiunque
si procura notizie concernenti la forza, la preparazione o
la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze
armate, il loro stato sanitario, la disciplina o le operazioni
militari e ogni altra notizie che non essendo segreta ha tuttavia
carattere riservato». Se poi le notizie raccolte vengono
diffuse gli anni di carcere passano da un minimo di cinque
ad un massimo di venti...
Che il nostro lavoro lo andiamo a fare in carcere.
No bisogna opporsi fermissimamente a questo non soltanto per
quello che riguarda la definizione giuridica della norma ma
per l'atteggiamento culturale che comporta. Perché
trasporta il nostro lavoro all'interno di un processo del
quale il controllo militare finisce per essere l'unica forma
possibile di confronto e di dialettica. Io mi rifiuto di immaginare
che la mia attività possa essere sottoposta al giudizio
discrezionale di un comandante che decide se mandarmi in tribunale
o meno, farmi processare o meno. Questo elimina qualsiasi
esercizio libero e discrezionale della mia personale attività
giornalistica, cioè della libertà di informazione.
E' un atto gravissimo perché sposta su un terreno diverso
quello che è stato finora l'esercizio dell'attività
giornalistica. Che a quel punto non è più un
libero esercizio d'informazione che riguarda la società
civile e che nasce all'interno di una società civile
ma viene collocata all'interno della logica strettamente militare.
E' come se ci venisse messa addosso la divisa militare, esattamente
come durante la I e la II guerra mondiale.
I giornalisti diventerebbero tutti embedded
o sarebbero in difficoltà perfino loro?
Non si salvano nemmeno gli embedded. Tutto infatti
è affidato alla discrezionalità di chi dice:
tu stai infrangendo una norma del codice militare. Si ritorna
a Lord Cadrington, comandante militare nel 1854 nella guerra
di Crimea, che decise per la prima volta il principio della
censura militare sulle notizie, di fronte al fatto che il
Times aveva inviato sul posto William Russel, il primo corrispondente
di guerra moderno che aveva cominciato a raccontare le miserie
di quel conflitto. Siamo tornati 150 anni indietro.