| Bambini
liquidati con la logica degli psicofarmaci
Incontro con François Ansermet,
psicoanalista e psichiatra dell'età evolutiva. Non
si può incontrare la sofferenza - dice - sulla base
di un pret à porter terapeutico, che esclude l'individualità
e l'inatteso in ciascuno di noi. Fare fronte con un farmaco
al dolore dei bambini è un modo per evitare di ascoltarli
e sbarazzarsi di loro
La enorme diffusione degli psicofarmaci nelle
cosiddette società del benessere ha ormai raggiunto
un livello di guardia. Il loro uso clinico sembra sempre più
sconfinare in un abuso patologico. Negli ultimi anni questo
consumo compulsivo ha travolto anche i bambini, ai quali vengono
troppo spesso somministrati psicofarmaci per curare l'iperattività,
il deficit di attenzione, l'ansia, i fenomeni psicosomatici,
i disturbi del comportamento alimentare, del sonno, dell'umore,
e così via. La pedagogia repressiva di stampo disciplinare
sembra dunque rinnovarsi chimicamente nel nome di un igenismo
scientista che tende a ridurre i sintomi del bambino a disordini
da normalizzare, anziché assumerli - così ci
ha insegnato la psicoanalisi - come manifestazioni particolari
del loro inconscio. Per affrontare questi problemi abbiamo
incontrato François Ansermet, psicoanalista e professore
di psichiatria dell'età evolutiva all'università
di Losanna, il cui lavoro clinico e teorico si è sempre
mosso sul confine difficile e incerto che separa e unisce
psicoanalisi e medicina, nell'intento di tenere insieme creatività
e rigore. Ciò che lo orienta è il principio
etico secondo il quale la nostra soggettività è
irriducibile a ogni forma di determinismo. Principio che resta
valido anche quando l'esperienza clinica coi bambini ci pone
di fronte a casi limite: il rifiuto precoce e innaturale della
vita, le malformazioni costituzionali, i fenomeni psicosomatici
gravi, la rianimazione neonatale, l'abbandono o l'autismo.
Nemmeno l'estrema traumaticità di queste situazioni
cancella mai la singolarità di ogni persona, afferma
con insistenza Ansermet. La particolarità di ogni soggetto
è una costante ineliminabile, il luogo, per usare le
parole di Lacan, di una «insondabile decisione».
Attualmente gli psicofarmaci sono propagandati
come il rimedio più adeguato per rispondere a una esigenza
di utilità immediata, che orienta non solo la domanda
di cura ma, più in generale, la dimensione stessa dell'esistenza
e dei legami sociali contemporanei. Lei cosa ne pensa?
Una tra le costanti della mentalità contemporanea
è modellata sul bisogno indotto di oggetti che si suppone
possano soddisfare tutti i desideri, in modo utilitario e
immediato: anche gli psicofarmaci rientrano in questa prospettiva.
Ansietà, turbe del sonno, dell'umore, e altri disturbi
si vuole «guarirli» in modo rapido e soprattutto
senza implicare l'unicità delle persone coinvolte.
Sbarazzandosi del loro sintomo ci si sbarazza, in un solo
colpo, anche di loro stessi. Allo stesso modo con i bambini,
fare fronte farmacologicamente alle manifestazioni della loro
sofferenza significa anche, in un certa misura, liquidare
la complessità delle loro persone e il dolore mentale
che ci impongono. Si pensa di agire in modo concentrato sul
sintomo-bersaglio, si vogliono fare sparire i disturbi che
infastidiscono i genitori, la scuola, la società, come
il comportamento iperattivo, il deficit d'attenzione, l'aggressività,
la violenza. Si isola un disturbo, ci si mette d'accordo sulla
sua definizione e poi si cerca una sostanza che sarebbe supposta
agire in maniera esclusiva sul comportamento, al di là
della storia del bambino, del suo funzionamento psichico e
della dinamica interna alla sua famiglia. Non ci si domanda
più chi è il bambino, che cosa esprime attraverso
quel disturbo, non ci si interroga sulla sua disperazione
o sulla sua speranza, non ci si chiede quali questioni siano
trattenute in ciò che il sintomo manifesta. È
così che lo psicofarmaco può escludere la personalità
del soggetto in questione. Tutto ciò non significa
che i farmaci non vadano mai usati: non bisogna nemmeno rischiare
un atteggiamento oscurantista.
Normalizzare è, attualmente, l'obiettivo
terapeutico che orienta non solo la prescrizione farmacologica
ma più in generale le procedure delle cosiddette terapie
cognitivo-comportamentali. Foucault aveva insistito sul carattere
repressivo-disciplinare di questa finalità. Cosa significa
dunque normalizzare un bambino?
Non si può normalizzare un bambino. La
norma è ciò che c'è di più antinomico
alla particolarità individuale. Tuttavia le terapie
cognitivo-comportamentali, che pretendono di fare a meno della
soggettività, di ignorarne la storia, hanno come unica
mira proprio la modificazione del comportamento, la sua normalizzazione,
dunque una deriva «repressivo-discilplinare».
Forse il fatto che oggi proprio questa prospettiva sia la
più diffusa è anche la conseguenza di un declino
della clinica, ovvero di quella disposizione terapeutica che
fa esperienza della singolarità in quanto tale, che
rovescia l'appiattimento universalizzante degli individui
sul quale si fonda l'intervento cognitivo-comportamentale.
Non si può incontrare l'altro sulla base di un prêt-à-porter
terapeutico che rigetta l'unicità e l'inatteso, dimensioni
che costituiscono ciò che è più proprio
dell'essere umano. Noi tutti siamo fondamentalmente caratterizzati
dal fatto di non essere comparabili, programmabili, universalizzabili...
Gli psicofarmaci sembrano allinearsi a
quella stessa cultura del rimedio al dolore di esistere che
ritroviamo anche nelle diverse forme di tossicomania. E più
in generale, sembra rispondere alle stesse esigenze anche
l'offerta maniacale di oggetti di consumo che caratterizza
quello che Lacan ha chiamato il «discorso del capitalista»:
ovvero, un tipo di legame sociale che pretenderebbe di escludere
la dimensione della mancanza e del desiderio in nome di un
consumo compulsivo di oggetti. Un consumo indotto costantemente
dalla produzione di pseudomancanze, che questi oggetti avrebbero
il compito di colmare...
Ha ragione. Tutto accade, nel mercato contemporaneo,
come se si potesse trovare l'oggetto del proprio desiderio
nell'oggetto di consumo, a condizione di porgli un prezzo.
Si pensa che si possa avere tutto subito per nutrire una soddisfazione
immediata. La rappresentazione che si dà degli psicofarmaci
è completamente intrappolata in questa logica. Si pensa
di avere a disposizione un oggetto il cui potere è
quello di ridurre la propria insoddisfazione o quella dell'altro.
È così che la logica del farmaco si congiunge,
in un certo modo, alla logica della tossicomania: il tossicomane
non troverà mai sollievo nella sostanza dalla quale
dipende e che, paradossalmente, lo lascerà all'infinito
in preda alla sua avidità. La psicoanalisi, al contrario,
si orienta a partire dalla questione del desiderio, del suo
oggetto oscuro che ella riconosce come inafferrabile, dunque
come il contrario dell'oggetto di consumo. L'idea di un farmaco
che verrebbe a modificare il comportamento rimanda effettivamente
a ciò che Lacan chiama il «discorso del capitalista»,
nel quale ci si trova attaccati all'oggetto illudendosi di
essere padroni di ciò che si consuma. Tutto questo
avviene in un totale misconoscimento, che conduce il soggetto
stesso a confondersi con l'ordine sociale nel quale s'inscrive;
ordine sociale alla cui riproduzione egli partecipa senza
averne la minima coscienza.
Iperattivismo, panico, anoressie, bulimie,
obesità, fenomeni psicosomatici: la sensazione è
che il quadro dei sintomi che affliggono il bambino occidentale
diventi sempre più drammatico. È una sensazione
giustificata? E se lo è qual è la sua causa?
È vero che questi disturbi assumono oggi
un aspetto drammatico. Sono come delle storie senza parole
che ricercano i loro spettatori, fanno appello a un intervento
dell'altro; di un altro a cui ci si rivolge disperatamente
perché intervenga. Il bambino si trova allora, in una
certa misura, medico di se stesso, si cura attraverso il suo
disturbo. Si potrebbe anche aggiungere il problema della violenza,
che è un tentativo di restaurazione soggettiva, una
ricerca vitale giocata all'insaputa di chi la mette in atto,
il quale si ritrova lui stesso oggetto di una violenza che
gli rimbalza contro sino al limite estremo del suicido. La
violenza diventa così un disturbo del comportamento
fissato e desoggettivato, attorno al quale tutto si cristallizza;
sia per il bambino violento che per tutti coloro che lo circondano.
Per uscire da questo circolo vizioso si tratta di creare le
condizioni di un incontro dove sia possibile rimettere in
gioco ciò che tormenta il bambino, per andare oltre
il disturbo che patisce e che rappresentava, sino a quel momento,
la sola soluzione che egli era riuscito a trovare per far
fronte alla sua sofferenza.
Un bambino, affermava Lacan, è
un sintomo o un oggetto del desiderio dell'Altro. Le sembra
una affermazione ancora attuale? E come la si potrebbe spiegare?
Con il fatto che tutto ciò che il bambino
manifesta può in effetti essere il sintomo delle dinamiche
giocate nella famiglia o nella coppia dei genitori, e cioè
essere il risultato del fatto che egli si ritrova a avere
a che fare con i loro fantasmi. In questo caso, più
il bambino è assoggettato e meno esiste come soggetto.
E questo vale anche per le strategie sociali nelle quali il
bambino rimane preso quando lo si vuole educare, normalizzare,
ridurlo alle coordinate iscritte in quelle che dovrebbe essere
le tappe prefissate dal suo sviluppo, piuttosto che ricercare
la singolarità di ciò che egli manifesta. Il
bambino emerge come individuo solo liberandosi dagli effetti
delle dinamiche che lo rendono oggetto di ciò che,
appunto, si mette in gioco attorno a lui. È una contraddizione
difficile da accettare nelle strategie educative o nei programmi
terapeutici fondati su degli apriori, applicati in maniera
sistematica e indistinta. Le affermazioni di Lacan che lei
ricorda sono centrali per orientarsi nella clinica. Si tratta
di slegare il bambino dalla presa dell'altro perché
possa percorrere il suo proprio cammino.
Lei ha scritto nel suo Clinica dell'origine
che un bambino «obbliga coloro che lo hanno concepito,
o che lo accolgono, a confrontarsi con una dimensione inabbordabile,
con qualcosa d'impensabile, d'irrappresentabile che, può
persino provocare, in alcuni, un effetto traumatico».
Gli psicofarmaci non sono forse un modo, per i genitori, di
evitare il confronto con questo trauma?
Il bambino è sempre al di là di
ciò che si vuol fare di lui, compreso quando lo si
tratta con dei farmaci. È altrove da dove si pensa
che lui sia. Non si lascia afferrare. Già fin dalla
sua origine, che è irrappresentabile, come la morte.
Il confronto con questo dato di realtà può effettivamente
essere traumatico. Ma il vuoto dal quale il bambino proviene
è anche l'occasione di una libertà potenziale:
tocca a lui diventare l'interprete del suo proprio desiderio
di esistere. Se la psicoanalisi ha una funzione non è
certo quella di ricondurre il bambino ai disturbi che lo affliggono,
ma piuttosto quella di aprire il campo del possibile per lasciare
che il bambino possa inventare se stesso. Non si può
sapere cosa sia bene per l'altro, ciascuno si inventa a suo
modo, fa le sue scelte, trova le proprie risposte che non
possono essere conosciute in anticipo. È così
che lo psicoanalista, piuttosto che essere un corvo nero del
determinismo, è innanzitutto un praticante dell'imprevedibile.
Di Massimo Recalcati
il manifesto
- 28 Aprile 2005
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