| Minata
alle radici la costituzione della nostra democrazia. Convegno
a bologna contro la riforma della destra
DOC-1509. BOLOGNA-ADISTA.
(dalla corrispondente) Era l'aprile del 1994 quando, dall'ospedale
di Bazzano di Bologna in cui era ricoverato, don Giuseppe
Dossetti scrisse una lettera all'allora sindaco di Bologna,
Walter Vitali, esprimendo le sue preoccupazioni: "pur
nel costante desiderio di completa e unanime pacificazione
nazionale che ha sempre ispirato la mia vita e che tuttora
fermamente mi ispira - scriveva -, non posso non rilevare
che attualmente i propositi delle destre (destre palesi e
occulte) non concernono solo il programma del futuro governo,
ma mirerebbero a una modificazione frettolosa e inconsulta
del patto fondamentale del nostro popolo, nei suoi presupposti
fondamentali supremi in nessun modo modificabili. Tali presupposti
non sono solo civilmente vitali ma anche, a mio avviso, spiritualmente
inderogabili per un cristiano". La lettera continuava
auspicando "la sollecita promozione", a tutti i
livelli, "di comitati impegnati e organicamente collegati
per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra
costituzione", al fine di "impedire a una maggioranza
che non ha ricevuto alcun mandato a riguardo di mutare la
nostra costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una
nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per
questo, a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente
rappresentativa di tutto il nostro popolo". Qualsiasi
altro modo di procedere verso una revisione della Costituzione,
concludeva perentoriamente, sarebbe stato "un autentico
colpo di Stato".
Dieci anni dopo, le sue preoccupazioni sono quanto mai attuali
e giustificate, e la necessità di tornare in campo
per difendere i principi e i valori della nostra Carta costituzionale
diventa ancora più urgente. È quanto affermano
i partecipanti a un convegno indetto dai Comitati Dossetti
a Bologna, il 17 aprile scorso, dal significativo titolo "1994-2004:
il lungo attacco alla Costituzione": un'occasione per
rileggere l'allarme lanciato da Dossetti alla luce di quanto
avvenuto in questo periodo, con l'accelerazione impressa dall'attuale
governo di centro-destra a una riforma profonda della Costituzione.
Alla presenza del candidato sindaco del centro-sinistra Sergio
Cofferati, che ha seguito con molto interesse l'iniziativa,
e in assenza dell'attuale sindaco di centro-destra Giorgio
Guazzaloca (che pure dice di rifarsi nella sua azione di governo
ai principi del riformismo cattolico), costituzionalisti e
parlamentari di opposizione si sono alternati nell'analizzare
del ddl governativo passato in prima lettura al Senato il
25 marzo scorso, e nel proporre una strategia di contrasto
in vista di una mobilitazione popolare.
La riforma è fonte di grande preoccupazione perché
altera profondamente il carattere di Repubblica parlamentare
del nostro Paese, a favore di un "premierato assoluto",
di un consolidamento e ampliamento del ruolo del capo del
governo cui spetterebbe anche la facoltà di sciogliere
le Camere
Il ribaltone dello stato di diritto.
In questa riforma, a saltare "sono gli equilibri tra
i poteri dello Stato su cui si fonda una moderna democrazia
e che sono il perno della Dichiarazione dei diritti dell'uomo
e del cittadino del 1789", ha affermato Enzo Balboni,
dell'Università Cattolica di Milano: questa riforma
trasferisce poteri decisivi al primo ministro "a detrimento
del parlamento, del presidente della Repubblica, delle altre
autorità, della magistratura". Ben oltre, dunque,
quegli "avventati presidenzialismi" che preoccupavano
Dossetti per la carica di autoritarismo che potevano contenere
se non adeguatamente bilanciati.
Della riforma, che riguarda la modifica di 40 articoli della
seconda parte della Costituzione, è stato criticato
lo snaturamento del rapporto fiduciario tra parlamento e governo;
la perdita del ruolo di moderazione del presidente della Repubblica,
che si vede sottratto il potere di nomina del capo del governo
e di scioglimento delle Camere, senza peraltro ottenere poteri
di controllo sulle Regioni; la minor autonomia del Csm, l'organo
di autogoverno dei giudici; l'istituzione di una sorta di
"quarto grado di giustizia" per la concessione della
grazia. Modifiche, queste, che non rispondono affatto alla
necessità di mettere a punto le regole del bipolarismo
e della democrazia maggioritaria, introdotti nel nostro Paese
negli ultimi 10-15 anni, in un percorso, ha affermato Balboni,
che ha portato da una "democrazia governante" a
"una democrazia decidente".
Al contrario, come ha evidenziato Leopoldo Elia, presidente
emerito della Corte Costituzionale, tale riforma "è
il frutto della 'logica dell'antiribaltone' che mira a garantire
all'attuale premier, nella prossima legislatura, la libertà
da qualsiasi lacciuolo parlamentarista che oggi permane, per
poter così operare quei "miracoli" che oggi
per colpa di altri, anche della sua maggioranza, non può
realizzare".
Di "baratto politico" hanno parlato il deputato
della Margherita Franco Monaco, sottolineando come tale logica
non possa certamente costituire il contesto per una riforma
costituzionale, e il senatore Nicola Mancino, il quale ha
evidenziato lo scambio avvenuto con la Lega, cui dare il "contentino"
del Senato come camera delle regioni e di un numero quasi
dimezzato di parlamentari.
A giudizio di Andrea Manzella, direttore del Centro di studi
sul Parlamento dell'Università Luiss di Roma, la riforma
è frutto di una logica del "negazionismo della
storia costituzionale del nostro Paese" che da tempo
caratterizza le riforme istituzionali proposte dal centro-destra:
"il bipolarismo a cui anche il nostro Paese è
pervenuto, in nome della legittima ricerca della stabilità
di governo, andrebbe 'solo' riequilibrato e riassestato. La
riforma approvata, invece, va ben al di là di ciò
che servirebbe a rendere più moderno ed efficiente
il sistema di governo italiano".
La notte della Repubblica.
Già Dossetti, si è detto, auspicava un governo
stabile, autorevole ed efficace, ma nel rispetto dell'equilibrio
dei poteri che è alla base di quella coesione sociale
e di quello spirito di equalitas sociale di cui la Carta costituzionale
era per lui simbolo. Sta qui l'attualità della sua
lezione: per lui, infatti, ha evidenziato Franco Monaco, il
processo di riforma costituzionale doveva avvenire in maniera
da non compromettere "un'idea alta di costituzionalismo
inteso non come fragile contratto né come bottino dei
vincitori da spartirsi secondo gli interessi del momento,
ma come legge fondamentale, patto di convivenza stabile e
condiviso". Dossetti, ha concluso Monaco, "era convinto
che i nostri fossero tempi di decadenza morale e di stordimento,
una stagione non propizia per un'impresa costituzionale. Una
'notte', come ebbe a dire, in cui denunciava l'incubazione
di un fascismo sotto rinnovate vesti, ma anche con evidenti
affinità in termini di logica dell'inganno e della
farsa".
Una "notte" non solo per il nostro Paese ma anche,
come ha evidenziato Raniero La Valle, per tutto il mondo occidentale,
dove il diritto e, di conseguenza, il costituzionalismo sono
venuti meno, sostituiti con la violenza e la forza. A suo
parere, infatti, la logica sottostante a questo tipo di riforma
va inserita nella crisi del nomos occidentale, che potrebbe
essere rigenerato solo riprendendo un'altra idea di Dossetti,
quella relativa all'originarietà dell'ordinamento internazionale
implicitamente introdotto con la logica del ripudio della
guerra nell'art. 11. "Come si legge in alcuni documenti
del Pentagono - ha concluso La Valle -, la guerra è
stata assunta come nuovo parametro della vita umana sulla
terra: oggi non è più distinguibile il tempo
della guerra da quello della vita. Con ciò si ha la
rottura dell'originarietà dell'ordinamento internazionale
e il rifiuto dell'unità della famiglia umana. In questo
senso oggi la guerra è il massimo di antiumanesimo.
Pace e Costituzione sono strettamente legate. Questa è
un sfida per tutti i Comitati".
I Comitati, intanto, si sono dati appuntamento nei prossimi
mesi, per mettere a punto la strategia adeguata a contrastare
questo disegno, avanzando proposte per consolidare l'attuale
forma di governo, senza venire meno all'equilibrio tra i poteri,
ed opporsi alla logica di referendum plebiscitario che certamente
il governo di centro-destra tenterà di promuovere a
conferma della sua riforma.
Di seguito, gli interventi di La Valle, Balboni e Monaco,
tratti da una registrazione e non rivisti dagli autori.
Quando tempo di guerra e tempo di vita sono
indistinguibili, la pace è il terreno di lotta per
la difesa della costituzione
di Raniero La Valle
Di fronte al dissesto costituzionale in atto
si rileva tutto l'allarme lanciato da Dossetti dieci anni
fa, ma ciò che Dossetti non poteva prevedere è
la crisi della democrazia costituzionale nell'intero ordine
internazionale, con la caduta verticale del diritto sul piano
mondiale e la sostituzione della teoria e della pratica dell'aggressione
e della guerra alla interdizione generale dell'uso della forza
e della stessa minaccia dell'uso della forza sancita dagli
artt.2 e 4 dello Statuto dell'Onu.
Nel riprendere la lotta i comitati devono prendere atto della
nuova situazione, aggiornando analisi e strategia, e assumendo
pienamente il fatto che la crisi del costituzionalismo italiano
non è che un capitolo, particolarmente sfortunato,
della caduta del costituzionalismo sul piano internazionale
e di quella crisi generale del diritto per cui oggi si può
parlare di una vera e propria anomia.
In tale situazione anche il soccorso dell'Europa, che secondo
Eugenio Scalfari "è il solo anticorpo che può
salvarci dall'instaurazione in Italia di un regime autoritario",
non è così sicuro. L'Europa, così com'è,
non può funzionare come anticorpo per noi a meno di
una profonda trasformazione, che è ciò a cui
dovrebbero mirare le prossime elezioni europee. Ma questa
trasformazione non potrebbe far dell'Europa un anticorpo per
la malattia italiana se essa non si ponesse come antidoto
per l'imbarbarimento della politica mondiale.
Solo se l'Europa sarà alternativa a se stessa e a tutto
l'Occidente, stabilendo il primato del diritto, ripristinando
e riformando l'Onu, riannodando il legame con l'islam, il
mondo arabo e la Palestina, combattendo lo sterminio per fame,
malattie e miseria, denunciato da Romano Prodi, e ponendosi
come principio di ricomposizione dell'unità dell'intera
famiglia umana, si potrà aprire una strada di uscita
dalla crisi.
Ma perché questo avvenga occorre, a mio parere, far
ricorso a due idee radicali che in anni lontani furono espresse
da Giuseppe Dossetti.
La prima idea è quella di una crisi extra ordinem dell'intero
sistema globale. In effetti, non ci troviamo oggi semplicemente
di fronte all'incidente del presidente Bush, all'improvviso
delirio del nuovo secolo americano, all'ex-ploit della destra
e dello sfasciacarrozze della Costituzione italiana, ma ci
troviamo di fronte, come Dossetti tematizzò già
nel 1951, "a una crisi radicale del sistema che coinvolge
il sistema economico, sociale, politico e religioso sviluppatosi
negli ultimi secoli", crisi che già allora si
manifestava in ambedue i sottosistemi globali, l'americano
e il sovietico, distinti ma provenienti dalla stessa radice.
Venuto meno, dopo gli eventi del 1989, uno dei due sottosistemi,
la crisi è ormai dell'unico sistema globale, ma questo
vuol dire rimettere in discussione il sistema, e più
specificatamente rimettere in discussione il nomos [legge]dell'Occidente,
divenuto nomos dell'intero mondo globalizzato.
È cioè essenzialmente significativo, io credo,
rimetterlo in causa secondo i due assunti principali. Il primo
è quello di un ordine che fin dall'origine presuppone
un'umanità frantumata nelle disuguaglianze, discriminata
e scissa tra eletti ed esclusi, tra salvati e perduti, tra
giusti e canaglie.
Il secondo è quello di un ordine, o di un nomos, che
imprigiona tutte le relazioni umane e anche le relazioni umano-divine,
in un unico e universale codice della reciprocità,
dell'appropriazione, dello scambio e del prezzo, escludendo
l'economia della gratuità, della grazia, della comunione
e del dono.
Sono questi i due pilastri della legge, elezione e contraccambio,
da cui dipende la stessa salvezza, che già Paolo attaccò
nel nomos, il termine greco con cui si traduce torah.
L'ideologia del mercato totale, della confisca della natura,
della guerra che li presiede, non è estranea, io credo,
a questo ordine di problemi.
La seconda idea radicale politica di Dossetti a cui oggi dobbiamo
far ricorso è l'idea dell'originarietà dell'ordina-mento
internazionale che Dossetti cercò di inserire, senza
riuscirci, nella Costituzione del 1948. L'originarietà
dell'ordinamento internazionale consiste nel fatto che esso
sussiste indipendentemente dal potere degli Stati, che non
ha solamente un'origine pattizia, non è il concerto
degli Stati, nemmeno si può identificare con l'Onu,
che non è il sovrano ma l'interprete della sua legittimità.
Ciò non vuol dire passare da un diritto internazionale
patrizio a uno jus cogenti obbligante tutti gli Stati. Nel
presentare la sua formulazione sull'originarietà dell'ordinamento
internazionale alla prima sottocommissione della Commissione
dei 75, Dossetti diceva: "voi avete in realtà
già approvato implicitamente questa tesi dell'originarietà
dell'ordinamento internazionale quando avete approvato le
norme del rifiuto della guerra" (quello che sarà
l'art. 11). Infatti la rinuncia e il ripudio della guerra
non è altro che il riconoscimento dell'unità
tra le nazioni in quanto appartenenti a un unico ordinamento.
Le due cose, infatti, vanno insieme: originarietà dell'ordinamento
internazionale e bando della guerra. Nell'unità dell'ordinamento,
infatti, la guerra è guerra civile, e la guerra civile
non può essere nomata dal diritto, ma è anche
vero l'inverso, ed è quello che è avvenuto:
il ripristino della guerra, la sua indizione come guerra preventiva,
la sua perpetuazione come guerra contro il terrorismo, la
sua assunzione (come risulta da un recente documento del Pentagono
sulla crisi ecologica e climatica) a "nuovo parametro
della vita umana sulla Terra" - a questo siamo arrivati.
Il disegno di legge per la riforma del codice penale militare
di pace e di guerra con cui il governo chiede la delega al
parlamento motiva questa richiesta con il fatto che oggi il
tempo di guerra non è più distinguibile dal
tempo ordinario della vita - a questo pure siamo arrivati.
Allora, questo ripristino della guerra segna la rottura programmatica
dell'unità e dell'originarietà dell'ordinamento
internazionale, ma rappresenta anche la negazione e il rifiuto
di tutta la famiglia umana, di cui la creazione è il
fondamento e di cui la Chiesa è segno e strumento,
come proclamava la Lumen Gentium del Concilio. E allora, in
questo senso e non solo per l'attuale distruttività
e inarginabile produzione di dolore, rappresenta oggi il massimo
dell'antiumanesimo a cui il corso storico è pervenuto.
Questa mi pare è la posta in gioco della nostra lotta
per la difesa della Costituzione. Pace e Costituzione sono
ormai indissolubilmente legati, non illudiamoci di difendere
l'una senza difendere l'altra, e mi pare questo il nuovo terreno
di impegno e di mobilitazione con cui i comitati sono chiamati
a misurarsi.
Siamo su una nuova linea estrema di frontiera, su cui grandi
forze - culturali, religiose, politiche, sociali, Chiese e
popoli - sono chiamate a cimentarsi.
Le modifiche della riforma e le alterazioni degli equilibri
tra i poteri
di Enzo Balboni
Anch'io condivido la richiesta di attenzione
alla Costituzione come garanzia volta a rafforzare la convivenza
e la coesione sociale del Paese: questo è il senso
dell'appello che ci rivolse dieci anni fa don Giuseppe Dossetti
e che ci vede di nuovo qui per riflettere sull'idea di Costituzione
e sui dati costituzionali che abbiamo di fronte.
Inizierei con un primo dato, che è un dato di inverosimiglianza
e che riguarda ciò che si dice all'inizio di ogni corso
universitario agli studenti: sembra inconcepibile che i costituzionalisti
oggi siano chiamati a mobilitarsi per preservare il nucleo
essenziale del costituzionalismo, che sembrava acquisito una
volta per tutte con la "Dichiarazione dell'Uomo e del
Cittadino" di 215 anni fa. Il dato essenziale intorno
a cui costruiamo gli elementi strutturali del costituzionalismo
moderno è nell'articolo 16 della Dichiarazione del
1789 laddove recita: "Un Paese che non ha garanzie dei
diritti e divisione dei poteri non ha una costituzione".
Il punto sulla garanzia dei diritti non è stato messo
per ora in discussione, ma Dossetti ci ammoniva tante volte
che il rapporto tra la prima parte della Costituzione, quella
dei diritti e dei doveri, e la seconda parte è un rapporto
fondamentale. Ma, nella parte strutturale, il disegno di legge
sulla riforma della parte seconda della Costituzione, così
come è stato approvato, non garantisce un'accettabile
divisione, separazione ed equilibrio dei poteri perché
sposta rudemente i poteri verso il primo ministro, a detrimento
del Parlamento, dell'altro organo di equilibrio dei poteri
che è il presidente della Repubblica, della forma di
Stato autonomo (Regioni e Autonomie locali), della magistratura.
Qui quello che entra in discussione maggiormente è
il quadro del governo.
Di seguito segnalo alcuni dati che possono sembrare piccoli
indizi ma che provano il cambiamento di regime.
Intanto è la prima volta che, in modo esplicito e senza
finzioni, abbiamo un progetto di legge costituzionale del
governo: il primo nome in calce al ddl è infatti quello
di Berlusconi. Seguono poi i nomi di altri ministri che hanno
adottato il ddl, il che significa che è il governo
che impegna la sua responsabilità politica su una materia
che dovrebbe essere di gestione parlamentare.
In secondo luogo, quando parliamo di Costituzione, anche tra
di noi, si parla di revisione, mentre qui si parla esplicitamente
di "modificazioni", come infatti si riporta nel
titolo del ddl, il che significa che è arrivato il
momento di portare modificazioni, cambiamenti.
Il primo riguarda l'assetto del governo e del suo capo, che
viene fortemente modificato, sterzando verso quello che è
stato definito un "premierato assoluto".
La seconda modificazione investe le funzioni e il ruolo di
moderazione del presidente della Repubblica, che da un lato
perde il suo ruolo di moderazione su un nodo decisivo, nella
formazione del governo, come il momento della nomina e dello
scioglimento delle Camere e, dall'altro, quasi a compensazione,
acquista poteri anomali di controllo sulle Regioni (come annullare
le leggi regionali considerate anticostituzionali) e anche
un potere di intervento sulla magistratura, di cui dirò
dopo, ossia sui centri alternativi di potere e su quello neutrale
per eccellenza che è il potere della magistratura.
In terzo luogo, snatura il rapporto fiduciario tra parlamento
e governo alterando il marchio di democrazia parlamentare
che non sarebbe più il contrassegno della nostra repubblica:
dovremmo cambiare ciò che si dice ai nostri studenti
alle prime lezioni di diritto costituzionale quando si chiede
che forma di governo abbiamo in Italia, non si tratterebbe
più di una democrazia parlamentare espressa con i toni
e gli stili cui da sempre siamo abituati.
La riforma getta poi nell'incertezza politica e pratica la
sorte del nostro organo di garanzia più prestigioso
e necessario, e cioè la Corte costituzionale, modificando
il modo in cui si procede alla sua formazione, con un 4+4+7
membri nominati da soggetti diversi, con il pericolo di far
aumentare il numero di nomine politiche oltrepassando la metà
dei membri.
Tocca, infine, e non certo per rinvigorirle, le prerogative
del Csm per abbassarne le qualità garantiste.
Dunque, si va molto al di là delle piccole modifiche
che pure noi auspicavamo e che anche Dossetti ci invitava
a fare nella direzione di rafforzare in parte il governo.
La modifica è frutto, politicamente, del ricatto e
del baratto da parte di forze importanti della maggioranza
parlamentare e quando una riforma costituzionale avviene in
un simile contesto ci si immette inevitabilmente in un vicolo
cieco.
Da questi luoghi dell'aggiornamento sono stati tolti invece
quei punti che dovevano essere qualificanti di una tale riforma,
come un decente statuto dell'opposizione e un regolamento
per la proprietà dei mass-media, attraverso cui si
forma il consenso elettorale. Ciò fa capire che non
si è voluto procedere a una riforma complessiva.
Negli ultimi 30 anni, anche da un punto di vista culturale,
siamo passati molto velocemente da una democrazia governante
a una democrazia decidente: ma occorre che ci si fermi qui,
che non si arrivi a una "democrazia di investitura"
dove l'aggettivo qualificante può snaturare il significato
del sostantivo.
Altro elemento importante: tutte le volte che le opposizioni,
parlamentari e sociali, hanno cercato di inserirsi in questo
processo sono state nettamente respinte, mentre al contrario
si alimenta una campagna capillare e diffusa attraverso i
mass-media per la formazione del consenso.
Nelle democrazie parlamentari bisogna poi capire cosa significano,
e quali possono essere, le conseguenze dello snaturamento
del rapporto di fiducia tra governo e Parlamento, dovuto al
passaggio del potere di nomina e di scioglimento delle Camere
al capo dello Stato. Su questo punto nel passaggio in aula
c'è stata un'attenuazione di toni ma del tutto insufficiente
a modificare un giudizio che rimane totalmente negativo.
Anche sulla nomina e sulla revoca dei ministri da parte del
primo ministro, che appare tra le modifiche meno tribolate
e più condivisibili, si deve essere coscienti che,
nel momento in cui si alterano profondamente la presenza e
il ruolo del presidente della Repubblica, ciò può
portare a un'investitura tranquilla di un qualsiasi ministro
e neanche un presidente combattente come Scalfaro, se fosse
reinsediato con un colpo di bacchetta magica, potrebbe fare
più nulla.
Altra modificazione, che si evince da un segnale linguistico,
riguarda l'art. 195 laddove recita che "il primo ministro
determina la politica generale del governo e ne è responsabile",
mentre prima si diceva "dirige la politica generale…",
"coordina l'attività dei ministri". Ci è
stato detto che questo articolo traduce il codice di Berlino,
ma in realtà esprime con i termini giuridici più
forti possibili l'attività del primo ministro, riducendo
l'attività collegiale dell'organo di governo a quasi
nulla.
Infine, la spoliazione del ruolo del presidente della Repubblica.
Si evince principalmente dal fatto che viene privato della
potestà di sciogliere le Camere: ci è stato
detto che ci sono casi analoghi in democrazie parlamentari
come la Gran Bretagna, ma noi abbiamo anche scientificamente
provato che le cose non stanno affatto così e che non
esiste da nessuna parte un primo ministro che può avere
questo potere quasi contro la sua stessa maggioranza.
In compenso, vengono dati al presidente due "rimpiazzi"
che invece sono molto pericolosi, perché lo gettano
nell'arena politica: il primo è il potere di nomina
senza controfirma dei presidenti delle authority (mentre i
membri delle stesse verrebbero nominati da altre parti), il
che significherebbe la clonazione di tanti modelli Rai-Annunziata,
cioè di tante Annunziate che invece di avere il timone
di una qualche autorità sarebbero gettati nell'oceano
alla guida di un pedalò; il secondo potere sarebbe
la nomina, anche questa senza controfirma, del vicepresidente
del Csm, il che è molto pericoloso perché si
impedisce a un organismo indipendente di scegliersi chi deve
dirigere le sue attività, anche perché questo
membro di nomina presidenziale potrebbe non essere un membro
del governo ma, per esempio, un giudice, una sorta di rappresentante
del presidente che potrebbe riorientare i lavoro del Csm in
una certa direzione.
Infine, occorre evidenziare anche un terzo potere conferito
al presidente, e cioè il potere di dare la grazia senza
la controfirma del ministro di Giustizia, un fatto che, in
un contesto normale con un ministro della Giustizia responsabile
di fronte al Parlamento (non è certo il caso dell'attuale,
Castelli), significa costituire un quarto grado di giudizio
di gestione totalmente in mano al Presidente, con il pericolo
che ciò comporta.
Queste sono dunque le alterazioni agli equilibri tra i poteri
della democrazia che una forte coscienza costituzionale nel
nostro Paese dovrebbe contrastare.
L'attualità e la qualità
della lezione di don Giuseppe Dossetti
di Franco Monaco
Voglio soffermarmi sulla qualità e sull'attualità
della lezione di don Dossetti. I profili di questa sua attualità
sono, a mio avviso, almeno cinque.
Il primo riguarda la minaccia di referendum plebiscitario
che ci troveremo a dover affrontare e con il quale non si
sanzionerà un processo di iscrizione puntuale e mirato,
ma si "scodellerà" un esito quasi in forma
di Costituzione-pacchetto - tipo "prendere o lasciare"
- rigettando la disputa dei nostri costituzionalisti. Don
Dossetti considerava eversiva una tale minaccia. Dobbiamo
mettere in conto come estrema ratio il ricorso a un referendum
costituzionale di tipo confermativo o abrogativo, come noi
auspicheremmo, ma vi anticipo quale sarà il messaggio:
il referendum verrà definito solo in relazione alla
diminuzione del numero dei parlamentari, tutto il resto sarà
dettaglio. Dunque il referendum avrà un carattere plebiscitario
e chi controlla l'informazione avrà il vantaggio di
diffonderlo all'opinione pubblica precisamente in questo modo.
Il secondo profilo di attualità sta nel trionfo della
logica del baratto che sottosta a questa riforma. Lo denunciò
già Dossetti quando diceva che simili contesti inficiano
alla radice l'intera impresa di un compromesso costituzionale
alto (nel senso letterale del "promettere insieme").
Qui il baratto è stato consumato nel segno della reciproca
diffidenza, anche tra i membri della maggioranza, nell'ambiguità
che abbiamo in prima persona constatato quando i colleghi
di An ci facevano l'occhietto per renderci chiaro che di questa
roba qui non se ne sarebbe fatto nulla.
Il terzo profilo è la denuncia del mito fallace della
sovranità popolare, maschera ideologica della dittatura
della maggioranza, della mortificazione del parlamento, della
violazione dei limiti del potere politico: in definitiva,
l'insidia di un populismo di stampo autoritario.
Il quarto profilo di attualità della lezione di Dossetti
riguarda il nodo cruciale e consapevolmente trascurato - negli
ultimi dieci anni anche da noi del centro-sinistra - del rafforzamento
degli istituti di garanzia, delle autorità neutrali,
e dell'innalzamento dei quorum custodito dall'art. 138, presidio
della legge fondamentale.
Infine, alla radice di queste prerogative dossettiane vi è
l'idea alta e pregnante di costituzionalismo inteso non come
fragile contratto né come bottino dei vincitori da
spartirsi secondo i rispettivi interessi, ma come, appunto,
legge fondamentale, patto di convivenza stabile e il più
possibile condiviso, bussola e ancoraggio sicuro, specie nel
tempo di smarrimento di una comunità.
A riguardo don Dossetti era convinto che il nostro fosse un
tempo di decadenza e di sbandamento - non a caso usò
la metafora della notte per definirlo - e riteneva che la
nostra non fosse una stagione propizia per un'impresa costituente.
Egli, che non era come noi abituato alle fisime nominalistiche,
ma amava i toni chiari e decisi, non esitava a rintracciare
nei nostri tempi i segni di "incubazione di fascismo",
diceva, e precisava che si trovavano sotto nuove vesti ma
anche con evidenti affinità specie nella sintomatologia,
nelle forme dell'inganno, della farsa, della artificiosa teatralità.
Dossetti rientra a pieno titolo nella tradizione costituzionalista
democratica e anche liberale, con il suo accento sui limiti
e sui contrappesi che devono temperare ogni potere.
Io non sono per minimizzare il senso della riforma, ma occorre
anche dire che non possiamo non applicarci sulle azioni di
contrasto in positivo, tese a migliorare le regole del bipolarismo
e della democrazia maggioritaria.
La lezione di Dossetti non ci autorizza a misconoscere l'anima
di verità, di ingenuità, di forzatura o di omissioni
specie sul fronte degli istituti di garanzia, che sta dentro
all'evoluzione politico-istituzionale che si è prodotta
negli ultimi 10-15 anni, dopo il collasso del vecchio sistema
politico e partitico, per traghettarci da una democrazia tutta
centrata sulla rappresentanza a una democrazia che si facesse
carico di esigenze di stabilità.
Tale evoluzione ci è stata prescrtitta anche dal processo
di integrazione europea, altrimenti non avrebbe retto a lungo
la competizione tra noi e gli altri Paesi.
Penso all'obiettivo, come diceva Ruffilli, di governi di legislatura
come regola, non come obbligo o vincolo, scelti ancorché
formalmente eletti dai cittadini. Si tratta di adeguare, di
regolarizzare e di perfezionare gli istituti del bipolarismo
e della democrazia governante senza tornare indietro, partendo
dalla consapevolezza che non siamo all'anno zero, ma che un
pezzo di strada lo abbiamo già percorso.
Ciampi dice "dare compimento", altri dicono "mettere
in asse" un sistema che di per sé è già
in parte stato riformato. Anche per il sistema istituzionale
vale quanto si dice per il sistema di welfare, e cioè
che occorre riformare con senno per difendere la sostanza
e il valore iscritto nella forma.
Dunque non mi convince chi dice che occorre ritrattare tutto
quello che abbiamo fatto in questi anni, azioni e parole che
abbiamo espresso, né che occorra ritrattare le nostre
tesi in materia di riforme istituzionali e della pubblica
amministrazione (come sta facendo Bassanini con le riforme
da lui stesso promosse) a seconda delle variazioni del ciclo
politico.
Dossetti, a dispetto della caricatura che gli è stata
spesso fatta, non era un conservatore o un immobilista, ma
solo auspicava un riformismo compatibile con i principi e
le garanzie costituzionali. Basterebbe rileggere in profondità
i suoi scritti per capire che Dossetti non fu un parlamentare
retro: era per governi stabili, efficaci e autorevoli, come
si conviene a un grande e autentico riformatore, teso a riformare
le regole del corpo sociale in vista della equalitas, della
giustizia sociale.
Come lui stesso diceva, la fedeltà ai nostri maestri
deve sempre essere creativa. Con Dossetti, dunque, e oltre
Dossetti: in questo dobbiamo essere fedeli alla sua lezione
per preservarla in maniera creativa.
Tratto da Adista
n° 36 del 15 maggio 2004
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