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Minata alle radici la costituzione della nostra democrazia. Convegno a bologna contro la riforma della destra

DOC-1509. BOLOGNA-ADISTA. (dalla corrispondente) Era l'aprile del 1994 quando, dall'ospedale di Bazzano di Bologna in cui era ricoverato, don Giuseppe Dossetti scrisse una lettera all'allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, esprimendo le sue preoccupazioni: "pur nel costante desiderio di completa e unanime pacificazione nazionale che ha sempre ispirato la mia vita e che tuttora fermamente mi ispira - scriveva -, non posso non rilevare che attualmente i propositi delle destre (destre palesi e occulte) non concernono solo il programma del futuro governo, ma mirerebbero a una modificazione frettolosa e inconsulta del patto fondamentale del nostro popolo, nei suoi presupposti fondamentali supremi in nessun modo modificabili. Tali presupposti non sono solo civilmente vitali ma anche, a mio avviso, spiritualmente inderogabili per un cristiano". La lettera continuava auspicando "la sollecita promozione", a tutti i livelli, "di comitati impegnati e organicamente collegati per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra costituzione", al fine di "impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato a riguardo di mutare la nostra costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo". Qualsiasi altro modo di procedere verso una revisione della Costituzione, concludeva perentoriamente, sarebbe stato "un autentico colpo di Stato".
Dieci anni dopo, le sue preoccupazioni sono quanto mai attuali e giustificate, e la necessità di tornare in campo per difendere i principi e i valori della nostra Carta costituzionale diventa ancora più urgente. È quanto affermano i partecipanti a un convegno indetto dai Comitati Dossetti a Bologna, il 17 aprile scorso, dal significativo titolo "1994-2004: il lungo attacco alla Costituzione": un'occasione per rileggere l'allarme lanciato da Dossetti alla luce di quanto avvenuto in questo periodo, con l'accelerazione impressa dall'attuale governo di centro-destra a una riforma profonda della Costituzione.
Alla presenza del candidato sindaco del centro-sinistra Sergio Cofferati, che ha seguito con molto interesse l'iniziativa, e in assenza dell'attuale sindaco di centro-destra Giorgio Guazzaloca (che pure dice di rifarsi nella sua azione di governo ai principi del riformismo cattolico), costituzionalisti e parlamentari di opposizione si sono alternati nell'analizzare del ddl governativo passato in prima lettura al Senato il 25 marzo scorso, e nel proporre una strategia di contrasto in vista di una mobilitazione popolare.
La riforma è fonte di grande preoccupazione perché altera profondamente il carattere di Repubblica parlamentare del nostro Paese, a favore di un "premierato assoluto", di un consolidamento e ampliamento del ruolo del capo del governo cui spetterebbe anche la facoltà di sciogliere le Camere


Il ribaltone dello stato di diritto.

In questa riforma, a saltare "sono gli equilibri tra i poteri dello Stato su cui si fonda una moderna democrazia e che sono il perno della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789", ha affermato Enzo Balboni, dell'Università Cattolica di Milano: questa riforma trasferisce poteri decisivi al primo ministro "a detrimento del parlamento, del presidente della Repubblica, delle altre autorità, della magistratura". Ben oltre, dunque, quegli "avventati presidenzialismi" che preoccupavano Dossetti per la carica di autoritarismo che potevano contenere se non adeguatamente bilanciati.
Della riforma, che riguarda la modifica di 40 articoli della seconda parte della Costituzione, è stato criticato lo snaturamento del rapporto fiduciario tra parlamento e governo; la perdita del ruolo di moderazione del presidente della Repubblica, che si vede sottratto il potere di nomina del capo del governo e di scioglimento delle Camere, senza peraltro ottenere poteri di controllo sulle Regioni; la minor autonomia del Csm, l'organo di autogoverno dei giudici; l'istituzione di una sorta di "quarto grado di giustizia" per la concessione della grazia. Modifiche, queste, che non rispondono affatto alla necessità di mettere a punto le regole del bipolarismo e della democrazia maggioritaria, introdotti nel nostro Paese negli ultimi 10-15 anni, in un percorso, ha affermato Balboni, che ha portato da una "democrazia governante" a "una democrazia decidente".
Al contrario, come ha evidenziato Leopoldo Elia, presidente emerito della Corte Costituzionale, tale riforma "è il frutto della 'logica dell'antiribaltone' che mira a garantire all'attuale premier, nella prossima legislatura, la libertà da qualsiasi lacciuolo parlamentarista che oggi permane, per poter così operare quei "miracoli" che oggi per colpa di altri, anche della sua maggioranza, non può realizzare".
Di "baratto politico" hanno parlato il deputato della Margherita Franco Monaco, sottolineando come tale logica non possa certamente costituire il contesto per una riforma costituzionale, e il senatore Nicola Mancino, il quale ha evidenziato lo scambio avvenuto con la Lega, cui dare il "contentino" del Senato come camera delle regioni e di un numero quasi dimezzato di parlamentari.
A giudizio di Andrea Manzella, direttore del Centro di studi sul Parlamento dell'Università Luiss di Roma, la riforma è frutto di una logica del "negazionismo della storia costituzionale del nostro Paese" che da tempo caratterizza le riforme istituzionali proposte dal centro-destra: "il bipolarismo a cui anche il nostro Paese è pervenuto, in nome della legittima ricerca della stabilità di governo, andrebbe 'solo' riequilibrato e riassestato. La riforma approvata, invece, va ben al di là di ciò che servirebbe a rendere più moderno ed efficiente il sistema di governo italiano".


La notte della Repubblica.
Già Dossetti, si è detto, auspicava un governo stabile, autorevole ed efficace, ma nel rispetto dell'equilibrio dei poteri che è alla base di quella coesione sociale e di quello spirito di equalitas sociale di cui la Carta costituzionale era per lui simbolo. Sta qui l'attualità della sua lezione: per lui, infatti, ha evidenziato Franco Monaco, il processo di riforma costituzionale doveva avvenire in maniera da non compromettere "un'idea alta di costituzionalismo inteso non come fragile contratto né come bottino dei vincitori da spartirsi secondo gli interessi del momento, ma come legge fondamentale, patto di convivenza stabile e condiviso". Dossetti, ha concluso Monaco, "era convinto che i nostri fossero tempi di decadenza morale e di stordimento, una stagione non propizia per un'impresa costituzionale. Una 'notte', come ebbe a dire, in cui denunciava l'incubazione di un fascismo sotto rinnovate vesti, ma anche con evidenti affinità in termini di logica dell'inganno e della farsa".
Una "notte" non solo per il nostro Paese ma anche, come ha evidenziato Raniero La Valle, per tutto il mondo occidentale, dove il diritto e, di conseguenza, il costituzionalismo sono venuti meno, sostituiti con la violenza e la forza. A suo parere, infatti, la logica sottostante a questo tipo di riforma va inserita nella crisi del nomos occidentale, che potrebbe essere rigenerato solo riprendendo un'altra idea di Dossetti, quella relativa all'originarietà dell'ordinamento internazionale implicitamente introdotto con la logica del ripudio della guerra nell'art. 11. "Come si legge in alcuni documenti del Pentagono - ha concluso La Valle -, la guerra è stata assunta come nuovo parametro della vita umana sulla terra: oggi non è più distinguibile il tempo della guerra da quello della vita. Con ciò si ha la rottura dell'originarietà dell'ordinamento internazionale e il rifiuto dell'unità della famiglia umana. In questo senso oggi la guerra è il massimo di antiumanesimo. Pace e Costituzione sono strettamente legate. Questa è un sfida per tutti i Comitati".
I Comitati, intanto, si sono dati appuntamento nei prossimi mesi, per mettere a punto la strategia adeguata a contrastare questo disegno, avanzando proposte per consolidare l'attuale forma di governo, senza venire meno all'equilibrio tra i poteri, ed opporsi alla logica di referendum plebiscitario che certamente il governo di centro-destra tenterà di promuovere a conferma della sua riforma.
Di seguito, gli interventi di La Valle, Balboni e Monaco, tratti da una registrazione e non rivisti dagli autori.

Quando tempo di guerra e tempo di vita sono indistinguibili, la pace è il terreno di lotta per la difesa della costituzione

di Raniero La Valle

Di fronte al dissesto costituzionale in atto si rileva tutto l'allarme lanciato da Dossetti dieci anni fa, ma ciò che Dossetti non poteva prevedere è la crisi della democrazia costituzionale nell'intero ordine internazionale, con la caduta verticale del diritto sul piano mondiale e la sostituzione della teoria e della pratica dell'aggressione e della guerra alla interdizione generale dell'uso della forza e della stessa minaccia dell'uso della forza sancita dagli artt.2 e 4 dello Statuto dell'Onu.
Nel riprendere la lotta i comitati devono prendere atto della nuova situazione, aggiornando analisi e strategia, e assumendo pienamente il fatto che la crisi del costituzionalismo italiano non è che un capitolo, particolarmente sfortunato, della caduta del costituzionalismo sul piano internazionale e di quella crisi generale del diritto per cui oggi si può parlare di una vera e propria anomia.
In tale situazione anche il soccorso dell'Europa, che secondo Eugenio Scalfari "è il solo anticorpo che può salvarci dall'instaurazione in Italia di un regime autoritario", non è così sicuro. L'Europa, così com'è, non può funzionare come anticorpo per noi a meno di una profonda trasformazione, che è ciò a cui dovrebbero mirare le prossime elezioni europee. Ma questa trasformazione non potrebbe far dell'Europa un anticorpo per la malattia italiana se essa non si ponesse come antidoto per l'imbarbarimento della politica mondiale.
Solo se l'Europa sarà alternativa a se stessa e a tutto l'Occidente, stabilendo il primato del diritto, ripristinando e riformando l'Onu, riannodando il legame con l'islam, il mondo arabo e la Palestina, combattendo lo sterminio per fame, malattie e miseria, denunciato da Romano Prodi, e ponendosi come principio di ricomposizione dell'unità dell'intera famiglia umana, si potrà aprire una strada di uscita dalla crisi.
Ma perché questo avvenga occorre, a mio parere, far ricorso a due idee radicali che in anni lontani furono espresse da Giuseppe Dossetti.
La prima idea è quella di una crisi extra ordinem dell'intero sistema globale. In effetti, non ci troviamo oggi semplicemente di fronte all'incidente del presidente Bush, all'improvviso delirio del nuovo secolo americano, all'ex-ploit della destra e dello sfasciacarrozze della Costituzione italiana, ma ci troviamo di fronte, come Dossetti tematizzò già nel 1951, "a una crisi radicale del sistema che coinvolge il sistema economico, sociale, politico e religioso sviluppatosi negli ultimi secoli", crisi che già allora si manifestava in ambedue i sottosistemi globali, l'americano e il sovietico, distinti ma provenienti dalla stessa radice.
Venuto meno, dopo gli eventi del 1989, uno dei due sottosistemi, la crisi è ormai dell'unico sistema globale, ma questo vuol dire rimettere in discussione il sistema, e più specificatamente rimettere in discussione il nomos [legge]dell'Occidente, divenuto nomos dell'intero mondo globalizzato.
È cioè essenzialmente significativo, io credo, rimetterlo in causa secondo i due assunti principali. Il primo è quello di un ordine che fin dall'origine presuppone un'umanità frantumata nelle disuguaglianze, discriminata e scissa tra eletti ed esclusi, tra salvati e perduti, tra giusti e canaglie.
Il secondo è quello di un ordine, o di un nomos, che imprigiona tutte le relazioni umane e anche le relazioni umano-divine, in un unico e universale codice della reciprocità, dell'appropriazione, dello scambio e del prezzo, escludendo l'economia della gratuità, della grazia, della comunione e del dono.
Sono questi i due pilastri della legge, elezione e contraccambio, da cui dipende la stessa salvezza, che già Paolo attaccò nel nomos, il termine greco con cui si traduce torah.
L'ideologia del mercato totale, della confisca della natura, della guerra che li presiede, non è estranea, io credo, a questo ordine di problemi.
La seconda idea radicale politica di Dossetti a cui oggi dobbiamo far ricorso è l'idea dell'originarietà dell'ordina-mento internazionale che Dossetti cercò di inserire, senza riuscirci, nella Costituzione del 1948. L'originarietà dell'ordinamento internazionale consiste nel fatto che esso sussiste indipendentemente dal potere degli Stati, che non ha solamente un'origine pattizia, non è il concerto degli Stati, nemmeno si può identificare con l'Onu, che non è il sovrano ma l'interprete della sua legittimità.
Ciò non vuol dire passare da un diritto internazionale patrizio a uno jus cogenti obbligante tutti gli Stati. Nel presentare la sua formulazione sull'originarietà dell'ordinamento internazionale alla prima sottocommissione della Commissione dei 75, Dossetti diceva: "voi avete in realtà già approvato implicitamente questa tesi dell'originarietà dell'ordinamento internazionale quando avete approvato le norme del rifiuto della guerra" (quello che sarà l'art. 11). Infatti la rinuncia e il ripudio della guerra non è altro che il riconoscimento dell'unità tra le nazioni in quanto appartenenti a un unico ordinamento.
Le due cose, infatti, vanno insieme: originarietà dell'ordinamento internazionale e bando della guerra. Nell'unità dell'ordinamento, infatti, la guerra è guerra civile, e la guerra civile non può essere nomata dal diritto, ma è anche vero l'inverso, ed è quello che è avvenuto: il ripristino della guerra, la sua indizione come guerra preventiva, la sua perpetuazione come guerra contro il terrorismo, la sua assunzione (come risulta da un recente documento del Pentagono sulla crisi ecologica e climatica) a "nuovo parametro della vita umana sulla Terra" - a questo siamo arrivati.
Il disegno di legge per la riforma del codice penale militare di pace e di guerra con cui il governo chiede la delega al parlamento motiva questa richiesta con il fatto che oggi il tempo di guerra non è più distinguibile dal tempo ordinario della vita - a questo pure siamo arrivati.
Allora, questo ripristino della guerra segna la rottura programmatica dell'unità e dell'originarietà dell'ordinamento internazionale, ma rappresenta anche la negazione e il rifiuto di tutta la famiglia umana, di cui la creazione è il fondamento e di cui la Chiesa è segno e strumento, come proclamava la Lumen Gentium del Concilio. E allora, in questo senso e non solo per l'attuale distruttività e inarginabile produzione di dolore, rappresenta oggi il massimo dell'antiumanesimo a cui il corso storico è pervenuto.
Questa mi pare è la posta in gioco della nostra lotta per la difesa della Costituzione. Pace e Costituzione sono ormai indissolubilmente legati, non illudiamoci di difendere l'una senza difendere l'altra, e mi pare questo il nuovo terreno di impegno e di mobilitazione con cui i comitati sono chiamati a misurarsi.
Siamo su una nuova linea estrema di frontiera, su cui grandi forze - culturali, religiose, politiche, sociali, Chiese e popoli - sono chiamate a cimentarsi.


Le modifiche della riforma e le alterazioni degli equilibri tra i poteri

di Enzo Balboni

Anch'io condivido la richiesta di attenzione alla Costituzione come garanzia volta a rafforzare la convivenza e la coesione sociale del Paese: questo è il senso dell'appello che ci rivolse dieci anni fa don Giuseppe Dossetti e che ci vede di nuovo qui per riflettere sull'idea di Costituzione e sui dati costituzionali che abbiamo di fronte.
Inizierei con un primo dato, che è un dato di inverosimiglianza e che riguarda ciò che si dice all'inizio di ogni corso universitario agli studenti: sembra inconcepibile che i costituzionalisti oggi siano chiamati a mobilitarsi per preservare il nucleo essenziale del costituzionalismo, che sembrava acquisito una volta per tutte con la "Dichiarazione dell'Uomo e del Cittadino" di 215 anni fa. Il dato essenziale intorno a cui costruiamo gli elementi strutturali del costituzionalismo moderno è nell'articolo 16 della Dichiarazione del 1789 laddove recita: "Un Paese che non ha garanzie dei diritti e divisione dei poteri non ha una costituzione".
Il punto sulla garanzia dei diritti non è stato messo per ora in discussione, ma Dossetti ci ammoniva tante volte che il rapporto tra la prima parte della Costituzione, quella dei diritti e dei doveri, e la seconda parte è un rapporto fondamentale. Ma, nella parte strutturale, il disegno di legge sulla riforma della parte seconda della Costituzione, così come è stato approvato, non garantisce un'accettabile divisione, separazione ed equilibrio dei poteri perché sposta rudemente i poteri verso il primo ministro, a detrimento del Parlamento, dell'altro organo di equilibrio dei poteri che è il presidente della Repubblica, della forma di Stato autonomo (Regioni e Autonomie locali), della magistratura. Qui quello che entra in discussione maggiormente è il quadro del governo.
Di seguito segnalo alcuni dati che possono sembrare piccoli indizi ma che provano il cambiamento di regime.
Intanto è la prima volta che, in modo esplicito e senza finzioni, abbiamo un progetto di legge costituzionale del governo: il primo nome in calce al ddl è infatti quello di Berlusconi. Seguono poi i nomi di altri ministri che hanno adottato il ddl, il che significa che è il governo che impegna la sua responsabilità politica su una materia che dovrebbe essere di gestione parlamentare.
In secondo luogo, quando parliamo di Costituzione, anche tra di noi, si parla di revisione, mentre qui si parla esplicitamente di "modificazioni", come infatti si riporta nel titolo del ddl, il che significa che è arrivato il momento di portare modificazioni, cambiamenti.
Il primo riguarda l'assetto del governo e del suo capo, che viene fortemente modificato, sterzando verso quello che è stato definito un "premierato assoluto".
La seconda modificazione investe le funzioni e il ruolo di moderazione del presidente della Repubblica, che da un lato perde il suo ruolo di moderazione su un nodo decisivo, nella formazione del governo, come il momento della nomina e dello scioglimento delle Camere e, dall'altro, quasi a compensazione, acquista poteri anomali di controllo sulle Regioni (come annullare le leggi regionali considerate anticostituzionali) e anche un potere di intervento sulla magistratura, di cui dirò dopo, ossia sui centri alternativi di potere e su quello neutrale per eccellenza che è il potere della magistratura.
In terzo luogo, snatura il rapporto fiduciario tra parlamento e governo alterando il marchio di democrazia parlamentare che non sarebbe più il contrassegno della nostra repubblica: dovremmo cambiare ciò che si dice ai nostri studenti alle prime lezioni di diritto costituzionale quando si chiede che forma di governo abbiamo in Italia, non si tratterebbe più di una democrazia parlamentare espressa con i toni e gli stili cui da sempre siamo abituati.
La riforma getta poi nell'incertezza politica e pratica la sorte del nostro organo di garanzia più prestigioso e necessario, e cioè la Corte costituzionale, modificando il modo in cui si procede alla sua formazione, con un 4+4+7 membri nominati da soggetti diversi, con il pericolo di far aumentare il numero di nomine politiche oltrepassando la metà dei membri.
Tocca, infine, e non certo per rinvigorirle, le prerogative del Csm per abbassarne le qualità garantiste.
Dunque, si va molto al di là delle piccole modifiche che pure noi auspicavamo e che anche Dossetti ci invitava a fare nella direzione di rafforzare in parte il governo.
La modifica è frutto, politicamente, del ricatto e del baratto da parte di forze importanti della maggioranza parlamentare e quando una riforma costituzionale avviene in un simile contesto ci si immette inevitabilmente in un vicolo cieco.
Da questi luoghi dell'aggiornamento sono stati tolti invece quei punti che dovevano essere qualificanti di una tale riforma, come un decente statuto dell'opposizione e un regolamento per la proprietà dei mass-media, attraverso cui si forma il consenso elettorale. Ciò fa capire che non si è voluto procedere a una riforma complessiva.
Negli ultimi 30 anni, anche da un punto di vista culturale, siamo passati molto velocemente da una democrazia governante a una democrazia decidente: ma occorre che ci si fermi qui, che non si arrivi a una "democrazia di investitura" dove l'aggettivo qualificante può snaturare il significato del sostantivo.
Altro elemento importante: tutte le volte che le opposizioni, parlamentari e sociali, hanno cercato di inserirsi in questo processo sono state nettamente respinte, mentre al contrario si alimenta una campagna capillare e diffusa attraverso i mass-media per la formazione del consenso.
Nelle democrazie parlamentari bisogna poi capire cosa significano, e quali possono essere, le conseguenze dello snaturamento del rapporto di fiducia tra governo e Parlamento, dovuto al passaggio del potere di nomina e di scioglimento delle Camere al capo dello Stato. Su questo punto nel passaggio in aula c'è stata un'attenuazione di toni ma del tutto insufficiente a modificare un giudizio che rimane totalmente negativo.
Anche sulla nomina e sulla revoca dei ministri da parte del primo ministro, che appare tra le modifiche meno tribolate e più condivisibili, si deve essere coscienti che, nel momento in cui si alterano profondamente la presenza e il ruolo del presidente della Repubblica, ciò può portare a un'investitura tranquilla di un qualsiasi ministro e neanche un presidente combattente come Scalfaro, se fosse reinsediato con un colpo di bacchetta magica, potrebbe fare più nulla.
Altra modificazione, che si evince da un segnale linguistico, riguarda l'art. 195 laddove recita che "il primo ministro determina la politica generale del governo e ne è responsabile", mentre prima si diceva "dirige la politica generale…", "coordina l'attività dei ministri". Ci è stato detto che questo articolo traduce il codice di Berlino, ma in realtà esprime con i termini giuridici più forti possibili l'attività del primo ministro, riducendo l'attività collegiale dell'organo di governo a quasi nulla.
Infine, la spoliazione del ruolo del presidente della Repubblica. Si evince principalmente dal fatto che viene privato della potestà di sciogliere le Camere: ci è stato detto che ci sono casi analoghi in democrazie parlamentari come la Gran Bretagna, ma noi abbiamo anche scientificamente provato che le cose non stanno affatto così e che non esiste da nessuna parte un primo ministro che può avere questo potere quasi contro la sua stessa maggioranza.
In compenso, vengono dati al presidente due "rimpiazzi" che invece sono molto pericolosi, perché lo gettano nell'arena politica: il primo è il potere di nomina senza controfirma dei presidenti delle authority (mentre i membri delle stesse verrebbero nominati da altre parti), il che significherebbe la clonazione di tanti modelli Rai-Annunziata, cioè di tante Annunziate che invece di avere il timone di una qualche autorità sarebbero gettati nell'oceano alla guida di un pedalò; il secondo potere sarebbe la nomina, anche questa senza controfirma, del vicepresidente del Csm, il che è molto pericoloso perché si impedisce a un organismo indipendente di scegliersi chi deve dirigere le sue attività, anche perché questo membro di nomina presidenziale potrebbe non essere un membro del governo ma, per esempio, un giudice, una sorta di rappresentante del presidente che potrebbe riorientare i lavoro del Csm in una certa direzione.
Infine, occorre evidenziare anche un terzo potere conferito al presidente, e cioè il potere di dare la grazia senza la controfirma del ministro di Giustizia, un fatto che, in un contesto normale con un ministro della Giustizia responsabile di fronte al Parlamento (non è certo il caso dell'attuale, Castelli), significa costituire un quarto grado di giudizio di gestione totalmente in mano al Presidente, con il pericolo che ciò comporta.
Queste sono dunque le alterazioni agli equilibri tra i poteri della democrazia che una forte coscienza costituzionale nel nostro Paese dovrebbe contrastare.


L'attualità e la qualità della lezione di don Giuseppe Dossetti

di Franco Monaco

Voglio soffermarmi sulla qualità e sull'attualità della lezione di don Dossetti. I profili di questa sua attualità sono, a mio avviso, almeno cinque.
Il primo riguarda la minaccia di referendum plebiscitario che ci troveremo a dover affrontare e con il quale non si sanzionerà un processo di iscrizione puntuale e mirato, ma si "scodellerà" un esito quasi in forma di Costituzione-pacchetto - tipo "prendere o lasciare" - rigettando la disputa dei nostri costituzionalisti. Don Dossetti considerava eversiva una tale minaccia. Dobbiamo mettere in conto come estrema ratio il ricorso a un referendum costituzionale di tipo confermativo o abrogativo, come noi auspicheremmo, ma vi anticipo quale sarà il messaggio: il referendum verrà definito solo in relazione alla diminuzione del numero dei parlamentari, tutto il resto sarà dettaglio. Dunque il referendum avrà un carattere plebiscitario e chi controlla l'informazione avrà il vantaggio di diffonderlo all'opinione pubblica precisamente in questo modo.
Il secondo profilo di attualità sta nel trionfo della logica del baratto che sottosta a questa riforma. Lo denunciò già Dossetti quando diceva che simili contesti inficiano alla radice l'intera impresa di un compromesso costituzionale alto (nel senso letterale del "promettere insieme"). Qui il baratto è stato consumato nel segno della reciproca diffidenza, anche tra i membri della maggioranza, nell'ambiguità che abbiamo in prima persona constatato quando i colleghi di An ci facevano l'occhietto per renderci chiaro che di questa roba qui non se ne sarebbe fatto nulla.
Il terzo profilo è la denuncia del mito fallace della sovranità popolare, maschera ideologica della dittatura della maggioranza, della mortificazione del parlamento, della violazione dei limiti del potere politico: in definitiva, l'insidia di un populismo di stampo autoritario.
Il quarto profilo di attualità della lezione di Dossetti riguarda il nodo cruciale e consapevolmente trascurato - negli ultimi dieci anni anche da noi del centro-sinistra - del rafforzamento degli istituti di garanzia, delle autorità neutrali, e dell'innalzamento dei quorum custodito dall'art. 138, presidio della legge fondamentale.
Infine, alla radice di queste prerogative dossettiane vi è l'idea alta e pregnante di costituzionalismo inteso non come fragile contratto né come bottino dei vincitori da spartirsi secondo i rispettivi interessi, ma come, appunto, legge fondamentale, patto di convivenza stabile e il più possibile condiviso, bussola e ancoraggio sicuro, specie nel tempo di smarrimento di una comunità.
A riguardo don Dossetti era convinto che il nostro fosse un tempo di decadenza e di sbandamento - non a caso usò la metafora della notte per definirlo - e riteneva che la nostra non fosse una stagione propizia per un'impresa costituente. Egli, che non era come noi abituato alle fisime nominalistiche, ma amava i toni chiari e decisi, non esitava a rintracciare nei nostri tempi i segni di "incubazione di fascismo", diceva, e precisava che si trovavano sotto nuove vesti ma anche con evidenti affinità specie nella sintomatologia, nelle forme dell'inganno, della farsa, della artificiosa teatralità.
Dossetti rientra a pieno titolo nella tradizione costituzionalista democratica e anche liberale, con il suo accento sui limiti e sui contrappesi che devono temperare ogni potere.
Io non sono per minimizzare il senso della riforma, ma occorre anche dire che non possiamo non applicarci sulle azioni di contrasto in positivo, tese a migliorare le regole del bipolarismo e della democrazia maggioritaria.
La lezione di Dossetti non ci autorizza a misconoscere l'anima di verità, di ingenuità, di forzatura o di omissioni specie sul fronte degli istituti di garanzia, che sta dentro all'evoluzione politico-istituzionale che si è prodotta negli ultimi 10-15 anni, dopo il collasso del vecchio sistema politico e partitico, per traghettarci da una democrazia tutta centrata sulla rappresentanza a una democrazia che si facesse carico di esigenze di stabilità.
Tale evoluzione ci è stata prescrtitta anche dal processo di integrazione europea, altrimenti non avrebbe retto a lungo la competizione tra noi e gli altri Paesi.
Penso all'obiettivo, come diceva Ruffilli, di governi di legislatura come regola, non come obbligo o vincolo, scelti ancorché formalmente eletti dai cittadini. Si tratta di adeguare, di regolarizzare e di perfezionare gli istituti del bipolarismo e della democrazia governante senza tornare indietro, partendo dalla consapevolezza che non siamo all'anno zero, ma che un pezzo di strada lo abbiamo già percorso.
Ciampi dice "dare compimento", altri dicono "mettere in asse" un sistema che di per sé è già in parte stato riformato. Anche per il sistema istituzionale vale quanto si dice per il sistema di welfare, e cioè che occorre riformare con senno per difendere la sostanza e il valore iscritto nella forma.
Dunque non mi convince chi dice che occorre ritrattare tutto quello che abbiamo fatto in questi anni, azioni e parole che abbiamo espresso, né che occorra ritrattare le nostre tesi in materia di riforme istituzionali e della pubblica amministrazione (come sta facendo Bassanini con le riforme da lui stesso promosse) a seconda delle variazioni del ciclo politico.
Dossetti, a dispetto della caricatura che gli è stata spesso fatta, non era un conservatore o un immobilista, ma solo auspicava un riformismo compatibile con i principi e le garanzie costituzionali. Basterebbe rileggere in profondità i suoi scritti per capire che Dossetti non fu un parlamentare retro: era per governi stabili, efficaci e autorevoli, come si conviene a un grande e autentico riformatore, teso a riformare le regole del corpo sociale in vista della equalitas, della giustizia sociale.
Come lui stesso diceva, la fedeltà ai nostri maestri deve sempre essere creativa. Con Dossetti, dunque, e oltre Dossetti: in questo dobbiamo essere fedeli alla sua lezione per preservarla in maniera creativa.

 

Tratto da Adista n° 36 del 15 maggio 2004


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