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Quadrare il cerchio o arrotondare il matematico?

Riflessioni di uno scrittore sul complotto dei numeri. Se i limiti del nostro linguaggio coincidono con i limiti del nostro mondo, cosa succede quando pretendiamo di fare a meno della matematica? Viene da chiederselo leggendo, sull'ultimo «Science», la ricerca dello psicologo cognitivo Peter Gordon condotta insieme al linguista Daniel Everett tra gli indios Piraha. Li distingue il fatto che non conoscono i numeri, e nessuno è mai riuscito a insegnare loro a contare.

Secondo un vecchio adagio molto in voga tra i fisici è più facile far quadrare un cerchio che arrotondare un matematico. Tradotto in altri termini: ragionare o anche semplicemente conversare con chi ha sempre la testa tra i numeri spesso si rivela un'impresa faticosa, esasperante, se non del tutto impossibile. Ne sa qualcosa il povero Diderot che dovette subire lo smacco di una dimostrazione matematica dell'esistenza di Dio. Il noto ateo francese si trovava a San Pietroburgo seminando scetticismo tra i cortigiani di Caterina la Grande. Alquanto infastidita da una simile mancanza di fede, Caterina si rivolse al matematico svizzero Eluero, suo protetto, affinché trovasse il modo di zittire il filosofo una volta per tutte. Ebbene, leggenda vuole che al cospetto della corte riunita il matematico si sia così rivolto a Diderot: «Signore, (a + bn)/n = x, dunque Dio esiste; risponda». Sempre stando a quanto si dice, Diderot si ritirò dalla disputa con la coda tra le gambe.

Una conoscenza illusoria?

È piuttosto legittimo nutrire dubbi sulla veridicità dell'aneddoto visto che a raccontarlo è stato proprio un matematico, l'inglese Augustus De Morgan, nel 1872. Certo è che Diderot non nutriva grande simpatia per i numeri. Forse non si spingeva al punto di negarne l'esistenza come faceva con Dio, ma li considerava comunque una forma di conoscenza illusoria di cui diffidare. Eppure, un mondo senza la matematica sarebbe impensabile. Chi mai può negare l'utilità dei numeri? Saper far di conto, come si diceva un tempo, è un'abilità indispensabile per qualunque individuo. La stessa Caterina non finanziava gli studi di Eluero per mere ragioni teologiche. Le interessavano i numeri in quanto indispensabili per la costruzioni di navi, la balistica, l'idraulica e mille altre applicazioni affatto concrete. Napoleone pensava più o meno alle stesse queste cose quando dichiarò che «il progresso e il perfezionamento della matematica sono intimamente connessi alla prosperità dello stato». Nel 1794 un rappresentante regionale del suo governo rivoluzionario auspicò perfino che si tenessero corsi di «aritmetica rivoluzionaria».

I potenti non hanno mai smesso di tenere d'occhio il lavoro dei matematici per trarne vantaggi. Anche nel XX secolo ci sono stati casi eclatanti, come quello di John von Neumann che all'indomani del secondo conflitto mondiale venne ingaggiato dalla Rand Corporation per elaborare le strategie della guerra fredda. Ma Diderot non aveva torto su tutta la linea. La sua allergia per i numeri derivava dal fatto che la matematica riesce a rappresentare il mondo con tanta precisione malgrado sembri non farne parte. Un aspetto ambiguo che pure i matematici non mancano di sottolineare.

Nel 1940 G. H. Hardy pubblicò un gustoso libello, Apologia di un matematico (Garzanti, pp. 108, 6,50), in cui dichiarò: «Io non ho mai fatto niente di utile. Nessuna mia scoperta matematica ha aggiunto qualcosa, direttamente o indirettamente, nel bene o nel male, alla attrattive del mondo». Per parte sua, il matematico Titchmarsh ammise che «non può avere alcuna utilità pratica sapere se pi greco è irrazionale» pur non mancando di sottolineare che «se possiamo saperlo, sarebbe inammissibile ignorarlo». Lo stesso von Naumann sosteneva che «le idee matematiche hanno origine a livello empirico. Ma una volta che esse sono state concepite in questo modo, l'argomento comincia a vivere di vita propria e viene paragonato con maggiore facilità a qualcosa di creativo, governato quasi del tutto da motivazioni estetiche. Mentre si diffonde, o dopo numerosi incroci astratti, la disciplina matematica rischia la degenerazione».

Come fosse un atto di fede

Spaziando in altri campi si trovano affermazioni quali «Io non credo nella matematica» - sono parole di Albert Einstein - e battute impietose come quella che Raymond Queneau fa pronunciare a Mme Anglarès in Odile: «La matematica è proprio disumana». Ciò non ha affatto impedito alla regina delle scienze di riscuotere una credibilità universale. Chi osa negare che il risultato di un calcolo è valido a prescindere dal tempo e dal luogo in cui viene effettuato? Chi può mai dubitare che i numeri rispondono a una loro coerenza interna la cui infallibilità ed eternità non può essere minimamente intaccata dalle nostre credenze? Che ci piaccia o no, alla matematica bisogna credere per forza. Una conferma di quanto ineluttabile sia questa fede è rappresentata dal grande successo riscosso dai libri che promettono al lettore di spiegare come vincere la paura della matematica. Se ne pubblicano a decine ogni anno e nei loro risvolti si leggono frasi che sono tutto un programma. Un allettante programma. «Siete allergici ai numeri? Questo libro fa per voi. Usando un linguaggio semplice e diretto, l'autore ci convince come la matematica sia un prodotto della cultura umana». Oppure: «Con un linguaggio chiaro e ricco di humor, l'autore propone una serie di suggerimenti concreti per stabilire un contatto reale con la materia, aiutando a trovare in se stessi le risorse per scoprire che la matematica non è quell'ostacolo insostenibile che molti pensano». In quale misura simili testi divulgativi raggiungano il loro scopo è tutto da verificare. Essi sono però il sintomo evidente di un'opinione molto radicata: nella matematica c'è qualcosa che stride con la natura umana e forse anche con la natura in generale. Ma quanto è giustificata questa diffidenza? È possibile farsene un'idea analizzando uno dei tanti racconti che fanno parte della letteratura della teoria dei giochi inventa da von Naumann.

Tre persone ingaggiano un duello ma ciascuna di esse è dotata diversamente nel tiro con la pistola. La prima è alquanto scarsa: centra il bersaglio una volta su tre. La seconda è un po' più brava perché va a segno due volte su tre. La terza non sbaglia mai. Al fine di rendere più equo il confronto, si stabilisce che si sparerà un colpo alla volta secondo un ordine prestabilito. Il primo a tirare sarà il meno dotato, poi toccherà al secondo mentre il più bravo dei tre sparerà per ultimo. Il quesito è: a chi dovrebbe sparare il primo tiratore per sperare di cavarsela? La paradossale risposta è: a nessuno dei due. La strategia migliore è sparare in aria perché è molto probabile che, una volta giunto il suo turno, il secondo tiratore miri al terzo, essendo questi l'avversario più temibile. Per la stessa ragione, qualora sopravvivesse, il terzo tiratore dovrebbe puntare l'arma contro il secondo. Comunque vada, il primo si troverà con uno degli avversari eliminato e un altro colpo da sparare.

Nessuno può obiettare che il ragionamento non faccia una piega. Per giunta è incredibilmente affascinante. Quasi irresistibile. L'opzione più assurda, quella cui mai avremmo pensato, ci appare d'incanto plausibile. Per non dire ovvia. Eppure qualcosa non torna. Siamo onesti: quanti di noi, trovandosi al posto del primo tiratore, sparerebbero in aria? Dov'è dunque l'imbroglio? Ma soprattutto: c'è davvero un imbroglio?

Dato per scontato che non basta certo l'inverosimiglianza di una situazione ipotetica come quella descritta nel gioco del duello a tre per demolire il solido edificio della matematica, la soluzione del problema deve essere cercata nei suoi mattoni: i numeri. Cosa sono realmente? Li abbiamo inventati noi o esistevano già in una qualche dimensione che ci è ignota? Sono solo mere rappresentazioni o il motore intimo dell'universo?

Quando si parla di linguaggio nessuno osa mettere in discussione che le parole sono un prodotto della nostra civiltà e che la loro indispensabilità è affatto umana. Ci servono per fare del mondo uno spazio condivisibile ma fosse per il mondo si potrebbe farne tranquillamente a meno. I numeri non sono così. Per quanto una nutrita schiera di importanti pensatori che va Aristotele a Wittgenstein vedano la matematica come una creazione umana, l'idea dominante è che questa scienza sia per definizione infallibile, intaccabile, eterna. Per i fondazionalisti - così Irme Lakatos ha etichettato i sostenitori di questa idea dominante - la realtà dei numeri è semplicemente fuori discussione. Anzi, sono un'emanazione del divino, se non addirittura il divino tout court.

Da Pitagora a Hilbert, buona parte dei grandi matematici della storia sono fondazionalisti e dunque, chi più chi meno, affetto da una buona dose di misticismo. La letteratura in materia è quanto mai vasta. Leopoldo Kronecher scrisse che «Dio creò i numeri naturali, tutto il resto è opera dell'uomo». In merito a certi studi di David Hilbert - che peraltro considerava irrilevante la realtà fisica degli oggetti - Paul Gordon commentò: «Questa non è matematica. Questa è teologia». Salvo correggersi qualche tempo dopo: «Mi sono convinto che la teologia ha i suoi pregi». Georg Cantor, scopritore degli infiniti superiori, sosteneva che non ci fosse alcun bisogno di dimostrare certi aspetti controversi delle sue teorie dal momento che Dio in persona si era preso il disturbo di rivelargli che i numeri erano reali. Cantor, però, era un concentrato di stranezze e fu a più riprese ospite di una clinica psichiatrica.

Divina o umana che sia, l'essenza della matematica si nasconde probabilmente dietro quello che è il suo più grande e tuttora irrisolto mistero: L'enigma dei numeri primi di cui parla diffusamente Marcus du Sautoy in un volume di recente pubblicazione (Rizzoli, pp. 606, 20). Misteriosi e inafferrabili, oltre a essere indivisibili se non per se stessi e uno, i numeri primi sono gli atomi della matematica. Ogni numero intero può essere infatti ricavato dal prodotto di questi elementi primari. Il problema è che i numeri primi hanno anche la fastidiosa particolarità di eludere il nostro controllo. 1, 2, 3 ,5, 7, 11, 13, 17, 19... Nessuno ha mai capito se questa sequenza sia frutto di una regola che ancora ci sfugge o del caso. Del puro e semplice caso, perché no? La fisica quantistica non ci ha forse insegnato che talvolta Dio può giocare ai dadi? Ma la fisica non è la matematica. La parola «caso» ha il suono di una bestemmia in matematica. Possibile che nel cuore di un mondo dove tutto è ordine regni il caos assoluto?

Nella metà del secolo XIX Bernhard Riemann scoprì una sorta di specchio matematico nel quale scrutare i numeri primi. Escogitò anche la maniera di attraversarlo per ritrovarsi, come Alice, in un mondo capovolto dove il caos sembra trasformarsi nella più ordinata e salda delle strutture. Questo specchio è noto come ipotesi di Riemann. C'è chi l'ha definita «un articolo di fede» perché gran parte dei successivi traguardi nella ricerca matematica si fondano sul presupposto che essa sia vera. Ma la triste realtà è che, a distanza di un secolo e mezzo dalla sua formulazione, l'ipotesi di Riemann attende ancora di essere dimostrata.

A partire dagli anni Settanta, in modo forse inaspettato, questo rompicapo da addetto ai lavori è diventato una questione di portata più ampia. Se ne occupa la Nsa, la famigerata agenzia per la sicurezza nazionale statunitense, mentre grandi aziende come la At&t investono capitali nella ricerca sui numeri primi. La ragione è che i codici cifrati a chiave pubblica, attualmente usati per proteggere il commercio elettronico e la trasmissione di dati riservati attraverso Internet, si fonda proprio sull'impenetrabilità dei numeri primi. Catturarne il segreto significherebbe disporre della chiave per aprire le casseforti di mezzo mondo.

Un processo fisico

Ma quand'anche si decidesse di garantire la sicurezza elettronica con sistemi alternativi, l'ipotesi di Riemann graverà comunque come una spada di Damocle sulla testa dei matematici. Dovesse dimostrarsi falsa, molti teoremi sui numeri andrebbero rivisti e con essi anche il modo di intendere le cose. Forse finanche l'assunto fondamentale che i numeri esistano davvero. Non a caso Riemann ha scoperto il suo specchio esplorando l'intricata foresta dei numeri cosiddetti immaginari.

Una simile eventualità non potrà però mai sminuire l'importanza e l'efficacia della matematica. Se le macchine funzionano, a cominciare dai computer, è perché la matematica funziona. A patirne sarebbe soltanto la sua presunta purezza, la convinzione che la validità delle sue regole è indipendente da qualunque genere di contingenze. È un'eresia che circola da tempo. Nel 1960 Eugene Wigner tenne una famosa conferenza che aveva per titolo L'irragionevole efficacia della matematica nelle scienza naturali. Il suo intento era quello di capire perché le leggi della fisica si possono descrivere così facilmente con le regole della matematica. Senza queste regole molti fenomeni dell'universo sarebbero infatti incomprensibili. Ma se è pura e astratta come dicono, per quale straordinaria coincidenza la matematica è in grado di rappresentare gli oggetti così concreti e mutabili del mondo fisico? In base a quale strano fenomeno uno strumento tanto astratto ci permette di comprendere il mondo reale? È solo un caso o esiste un'entità ancora sconosciuta che ha ordito questo complotto dei numeri?

Per David Deutsch il presunto complotto è solo una conseguenza della natura della matematica che, «lungi dall'essere qualcosa di puro e astratto, è un processo fisico». In altre parole, se il mondo in cui viviamo è comprensibile lo dobbiamo in buona parte al caso. Avrebbe potuto andarci molto peggio. O molto meglio, a seconda dei punti di vista. E se tutto ciò non ci aiuta a rendere più simpatica la matematica, almeno ci fornisce una ragione per doverla sopportare. D'altronde non si può mica pensare che un universo probabilistico e complesso come il nostro possa essere esente da inconvenienti.

Se Einstein fosse ancora vivo

Ma a proposito di complessità. Nel 1989 si tenne un convegno nel corso del quale un signore del pubblico pose la seguente domanda a un relatore che aveva appena terminato di discutere la natura dell'incertezza quantistica: «In quale modo Einstein avrebbe interpretato la questione se fosse ancora vivo?» Si racconta che Murray Gell-Mann, presente in aula e definito da qualcuno uno dei più brillanti quanto noiosi scienziati del XX secolo, sentendosi in dovere di intervenire, si alzò e disse: «Se Einstein fosse vivo, oggi avrebbe più di 110 anni. Verosimilmente sarebbe alquanto rincitrullito. Non mi pare che potrebbe dire qualcosa di ragionevole».

Sull'incertezza quantistica forse no. Ma sull'opportunità di arrotondare una volta per tutte i matematici non è affatto escluso.

Testo di Tommaso Pincio


Pagina inserita nel sito www.polesine.com il 20-02-2005

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