La
collaborazione sociale nella preistoria umana e la successiva
nascita delle classi antagoniste
Capitolo
1
I primi raggruppamenti umani
Al giorno d'oggi, pochi sono i pensatori seri
che negheranno che l'uomo(1) discende dal regno animale. Numerose
opere di storia naturale, di biologia e di fisiologia, da
Darwin in poi, hanno dimostrato che, per quanto riguarda la
struttura ossea e muscolare, i sistemi respiratori, digerente,
riproduttivo ecc., l'uomo è senza dubbio una parte
del regno animale. Comunque a noi interessano non tanto le
similarità fra l'uomo e gli altri animali, quanto le
differenze.
Possiamo elencare le differenze principali fra
l'uomo e il suo parente più prossimo, la scimmia di
tipo scimpanzè. Sono: mani più versatili e prensili;
gambe lunghe con piedi buoni per camminare e correre in posizione
eretta; la capacità di parlare e quindi la comunicazione
sociale; la capacità di copulare in qualunque momento
dell'anno con virtualmente qualunque membro dell'altro sesso
(cioè noi non abbiamo una stagione di «calore»,
né siamo, come vedremo qui sotto, fisiologicamente
monogami); e infine una capacità elevata di attività
scientifica, ossia razionale.
Ora, queste caratteristiche possono essere mortificate
nella primissima infanzia. Un esempio sarebbe la pratica di
legare i piedi alle bambine nella vecchia Cina, il che impediva
ai loro piedi di svilupparsi. In pari modo se un bambino viene
trattato in una certa maniera crescerà con un tale
terrore del sesso da essere incapace di copulare con qualunque
membro del sesso opposto in qualunque momento dell'anno. E
ci sono stati dei casi di bambini cresciuti nella foresta
da animali selvaggi che non svilupparono mai la capacità
di parlare.
Sappiamo poco del milione o più di anni
in cui l'uomo si evolse dai suoi antenati scimmieschi fino
al momento in cui cominciò a lasciare degli scritti.
Però sappiamo che il periodo della storia (scritta)
è molto, molto breve (5.000 anni, e in molte parti
del mondo ancora meno, anche 100 anni) se paragonato al periodo
della pre-istoria umana. Se calcoliamo 4 generazioni (in media)
al secolo, allora la storia della civiltà propriamente
detta copre solo 200 generazioni circa, mentre la preistoria
copre almeno 40.000 generazioni. Ora, è importante
avere un'idea di ciò che è successo durante
la preistoria, se vogliamo individuare come le caratteristiche
di fondo dell'animale umano si svilupparono e distinguerle
dalle sovrimposizioni culturali. Questo perché in 40.000
generazioni l'uomo subì un cambiamento evolutivo e
genetico, che formò i suoi istinti fondamentali così
come essi sono oggi; mentre qualunque evoluzione biologica
subita durante il periodo di civiltà è, in paragone,
trascurabile, primo a causa della estrema brevità di
tempo in cui ha potuto operare, e in secondo luogo perché
uno degli effetti della civiltà è stato di abbassare
il tasso di mortalità e quindi arrestare praticamente
il processo di selezione naturale.
Il processo della selezione naturale, per coloro
che non hanno familiarità con la teoria di Darwin,
è per l'essenziale il seguente: gli individui di una
specie non sono assolutamente uniformi, come i manufatti prodotti
in serie, ma hanno delle leggere differenze innate che trasmettono
ereditariamente. Ora, in seguito a cambiamenti del loro ambiente
naturale, ci sarà una tendenza, fra quelli meno capaci
di affrontare le nuove condizioni, a morire, e a morire giovani,
cioè prima di potersi riprodurre. I sopravvissuti saranno
quelli più adatti a sopravvivere nelle nuove condizioni
e trasmetteranno le loro caratteristiche ai loro figli.
Però il fatto che una capacità o
un potenziale viene in pratica mortificato o represso non
significa che non esiste in quanto caratteristica innata.
I geni sono sempre là, anche se non hanno la possibilità
di fiorire. Possiamo quindi definire le caratteristiche elencate
sopra come «innate», poiché ognuna di esse
è presente in ogni singolo appartenente alla specie.
Fanno parte della nostra natura genetica ed ereditaria, e
sono quindi inestirpabili dalla specie in un breve periodo
di tempo. Chiaramente si evolsero attraverso migliaia e migliaia
di generazioni di selezione naturale, e quindi altrettante
generazioni sarebbero necessarie per sradicarle o modificarle
significativamente.
Ora, le scimmie, e presumibilmente i nostri antenati,
vissero sugli alberi. Per sfuggire agli animali feroci più
grandi e più forti di loro, svilupparono la capacità
di arrampicarsi rapidamente di ramo in ramo. Ciò significa
che le loro zampe anteriori (e anche posteriori) diventarono
sempre più capaci di curvarsi per meglio afferrare
il ramo. Inoltre vissero in tribù con una rudimentale
organizzazione sociale.
Circa uno o due milioni di anni fa i nostri antenati
dovevano trovarsi davanti al fatto, dovuto forse a una delle
epoche glaciali, che gli alberi stavano diventando sempre
più scarsi: dovettero scendere a terra. E qui, essendo
più lenti, più deboli e meno equipaggiati di
zanne e unghie, si trovarono in serio svantaggio rispetto
ai loro nemici - i grandi carnivori dell'epoca. Su che cosa
si potevano appoggiare? Sul numero, e sulle loro mani maldestre.
Se fossero stati animali solitari si sarebbero sicuramente
estinti.
Ora, quando uno dei loro nemici -forse una tigre
dai denti a sciabola- attaccava una tribù di scimmie
costretta da poco a scendere dagli alberi, il primo impulso
di queste era probabilmente quello di fuggire. Ma in questo
modo il grande felino, essendo più veloce, ne catturava
facilmente una, e la facilità della sua vittoria lo
induceva a tornare di nuovo, fino a quando non aveva sterminato
tutta la tribù. Quindi le tribù che avevano
come unica tattica difensiva quella della fuga venivano eliminate.
Sopravvivevano quelle che lanciavano degli oggetti contro
il nemico, e non singolarmente (probabilmente avrebbero mancato
il bersaglio) ma tutti insieme. Forse anziché lanciare
degli oggetti si servivano di bastoni o di grandi ossa come
estensioni per le loro mani deboli; comunque due cose sono
certe: sopravvivevano quelle tribù che: a) usavano
le mani per afferrare degli oggetti da usare come arma, e
b) si difendevano non singolarmente ma come gruppo.
Una delle differenze fra le scimmie e gli uomini
è che gli uomini posseggono un pollice che permette
loro di maneggiare gli oggetti con una grande precisione,
perché il pollice umano può essere contrapposto
a ciascuna delle quattro dita; il pollice della scimmia non
ha questa capacità.
Quindi la prensilità della mano, che una
volta era servita per arrampicarsi di ramo in ramo, si sviluppò
ora nella direzione di poter meglio afferrare e maneggiare
gli oggetti. Quelle tribù che avevano questa capacità
più sviluppata sopravvivevano più facilmente
di quelle che l'avevano meno sviluppata. Questo deve essere,
per l'essenziale, il modo in cui la mano umana arrivò
a prendere la sua forma attuale.
Anche se un uomo moderno, equipaggiato con una
mazza e delle pietre, potrebbe forse respingere una tigre
o una bestia simile, un uomo scimmiesco appena sceso dagli
alberi non avrebbe avuto nessuna possibilità da solo.
Venti o trenta uomini scimmieschi, però, che picchiassero
la tigre, seppur maldestramente, con i loro bastoni, o che
la accogliessero con una grandine di pietre, seppure poco
centrate, avrebbero avuto una possibilità molto migliore.
Quindi l'uomo si sviluppò come un animale
sociale, co-operativo. Sviluppò L'ISTINTO DI SOCIALITÀ.
Quegli uomini che avessero avuto delle tendenze solitarie
venivano eliminati dalla selezione naturale. E l'istinto di
socialità si manifestò come un senso d'angoscia
negli individui ogniqualvolta si trovassero separati dai loro
simili, angoscia che li spingeva a cercarli per riunirsi a
loro, perché di fatto in quella situazione l'isolamento
significava prima o poi la morte. Sopravvivevano solo quelli
con un forte istinto solidale.
Questa circostanza, unitamente al bisogno di fare
delle cose complicate insieme, portò allo sviluppo
e al raffinamento dei grugniti scimmieschi, fino a diventare
un sistema di comunicazione sempre più complesso -
la parola. (E quindi di riflesso il pensiero, che altro non
è se non una riflessione comunicabile della realtà
nella mente del pensante).
Il secondo istinto che voglio esaminare è
l'istinto sessuale, e le forze evolutive che possono aver
contribuito a formarlo. Cioè dobbiamo vedere la probabilità
se l'uomo preistorico era monogamo o meno, e quindi se si
può dire che la monogamia sia un comportamento direttamente
istintivo, e la gelosia sessuale altrettanto, oppure no.
Possiamo prendere come punto di partenza per questa
indagine (che è per forza un lavoro simile a quello
del detective, basato su indizi, vista la mancanza di testimonianze
dirette) la domanda seguente: quanti adulti sarebbero necessari
per respingere (con pietre e/o bastoni) uno degli animali
che vagavano sulla terra in quei tempi? La risposta naturalmente
dipenderebbe dalla grandezza del predatore, ma supponendola
pressapoco uguale a quella di una tigre, penso che sei o otto
adulti non sarebbero una stima troppo bassa. Ciò significa
che l'unità di sopravvivenza umana minima sarebbe costituita
da tre o quattro uomini, altrettante donne e relativi bambini.
Probabilmente era più numerosa -dieci o venti o anche
di più- e in ogni caso l'unità di sopravvivenza
massima sarebbe costituita dal numero di persone capaci di
vivere con ciò che il territorio offriva di nutrimento.
Ciò che occorre dire, però, è che l'unità
base non poteva assolutamente essere costituita dalla famiglia
moderna di due soli adulti e relativi figli (e magari i nonni).
Ora, qualunque divisione interna al gruppo avrebbe
indubbiamente indebolito la sua capacità di sopravvivenza
e di resistenza. Esistono delle specie di animali in cui i
maschi si danno battaglia fra di loro per il «possesso»
delle femmine. Era questo il caso dell'uomo? In altre parole,
la gelosia e la possessività sessuali sono delle caratteristiche
innate oppure acquisite tramite la cultura?
Penso che possiamo escludere che siano innate,
poiché nei tempi della preistoria non possono essere
state di alcuna utilità ai fini della sopravvivenza
- anzi avrebbero senz'altro contribuito a dividere ed a indebolire
il gruppo se i maschi fossero stati periodicamente propensi
a darsi battaglia fra di loro per il possesso delle femmine.
Combattere le altre bestie più grandi e più
forti richiedeva -con le misere armi allora disponibili- una
tale coesione sociale da escludere qualunque rancore o odio
o gelosia interna. Ora, la monogamia presuppone l'esclusività
sessuale e quindi la gelosia, la competizione per le femmine
più desiderabili, il risentimento e il rancore fra
gli esclusi etc. Possiamo dunque desumere che la promiscuità
e non la monogamia, era l'abitudine per tutto il periodo della
preistoria, e che la monogamia è un fatto culturale
e molto, ma molto più recente. Infatti è probabile
che le attività sessuali comuni servissero a saldare
l'unità del gruppo -cioè che ci fosse quello
che oggi chiameremmo «amore» fra tutti i suoi
membri. Visto che poi il tasso di mortalità era abbastanza
alto, e considerata la lunghezza del tempo necessario perché
il bambino raggiungesse la maturità, è inoltre
probabile che i bambini venissero educati in comune da tutti
i loro padri e madri.
Questa ipotesi è confortata dal fatto che
alcune testimonianze su popoli primitivi esistenti in uno
stato preistorico la confermano (Giulio Cesare sulla forma
di famiglia presso gli antichi britanni, le ricerche del Morgan
sui pellerossa, la famiglia «punalua» delle isole
Sandwich, i costumi dei giliaki delle isole Sachalin alla
fine dell'Ottocento, e altri(2). Inoltre, l'istinto possessivo
presente in altre specie (ad es. i trichechi) può essere
spiegato come possesso del territorio, e non della femmina
in quanto tale. Cioè quando vi è una tendenza
alla sovrappopolazione di una specie (e ciò non era
il caso dell'uomo, poiché comporterebbe la mancanza
del bisogno di combattere contro delle altre specie nemiche
e potenti), allora la selezione naturale diventa interna alla
specie e sopravvivono quegli individui che riescono a procurarsi
il territorio necessario per vivere. Ora, il bisogno di territorio
è più acuto nella stagione degli accoppiamenti
e quando le femmine partoriscono, ed ecco perché in
quella stagione assistiamo alle battaglie fra i maschi, con
le femmine come apparente «premio» ai vincitori.
In altre parole, la conflittualità interna
a qualunque specie è un lusso che si può permettere
solo una specie dominante o una specie che ha sviluppato un
metodo sicuro per sfuggire ai suoi predatori. L'uomo invece
stava combattendo contro l'estinzione, e fino al momento in
cui riusciva a costruirsi delle armi di sicura difesa contro
i predatori, non godeva di quella sicurezza, né lo
si poteva definire una specie dominante. Per più di
un milione di anni, ripetiamo, la sua unica difesa era quella
di restare unito con i suoi compagni e compagne.
Ricapitolando: l'uomo ha sviluppato due istinti,
cioè tendenze innate, impresse nella sua genetica,
che ci interesseranno d'ora innanzi:
a) l'istinto sessuale, ovvero la capacità
fisiologica di eccitarsi sessualmente con quasi qualunque
membro del sesso opposto in qualunque stagione dell'anno;
b) l'istinto di socialità, che si manifesta
in un bisogno di essere accettati in qualche modo dalla società
dei nostri simili.
Note
(l)
A scanso di equivoci, uso questo termine per comprendere,
ovviamente, anche la donna (ed i bambini).