Come mai la pinna caudale delle balene è orizzontale
mentre quella dei pesci è verticale? Dal punto di
vista dell'idrodinamica non c'è differenza: entrambe
le soluzioni sono efficienti. Perchè allora questa
diversità? La risposta è racchiusa negli archeoceti
scoperti nell'ultimo decennio; in altre parole, come direbbe
Gould, la risposta è nella storia. A due anni dalla
scomparsa, Athenet ha voluto rendere omaggio a Stephen Jay
Gould, pubblicando, per la prima volta in Italia, l'articolo
che il grande paleontologo americano scrisse all'indomani
dei primi entusiasmanti rinvenimenti di archeoceti fossili.
Ogni carriera presenta aspetti contraddittori: nessuna
strada spianata, ma sempre qualche crepaccio, e di solito
una valle più estesa o due - per ogni battuta di
Ruth, c'è una “papera” di Buckner; per
ogni vittoria travolgente a Agincourt, un bagno di sangue
a Antietam. L'Origine delle specie di Darwin contiene qualche
intuizione meravigliosa e dei criteri interpretativi magnifici,
ma in questo capolavoro c'è anche qualche svarione
notevole. Darwin si trovò nel più grande imbarazzo
a causa del passo seguente, poi espunto nelle successive
edizioni del libro:
Nel Nord America l'orso bruno è stato visto da Hearne
nuotare per ore con le fauci spalancate, in modo da catturare,
come una balena, gli insetti nell'acqua. Anche in un caso
così eccezionale come questo, ammesso che la provvista
di insetti fosse costante e che ancora non esistessero competitori
meglio adattati, io non vedo difficoltà a pensare
che una razza di orsi, resi dalla selezione naturale più
acquatici nella struttura e nelle abitudini, con fauci sempre
più ampie, possa infine produrre una creatura così
mostruosa come una balena.”
Perchè Darwin si rammaricò così tanto
per questo passo sugli orsi? La sua in fondo era una semplice
ipotesi, una pura congettura speculativa, e lo scenario
che descriveva non era neanche così assurdo. Penso
che Darwin cadde nello sconforto perchè si accorse
di aver fatto troppo affidamento su di una norma scientifica
di natura più che altro socio-culturale. Normalmente
si suppone che le conclusioni scientifiche riposino sopra
a fatti e informazioni. La speculazione non è bandita
del tutto, e qualche volta, faute de mieux, può anche
essere necessaria. Ma quando gli scienziati propongono teorie
interpretative veramente nuove - come cercò di fare
Darwin, indicando nella selezione naturale il principale
meccanismo dell'evoluzione - hanno bisogno di pezze d'appoggio
particolarmente buone e i casi ipotetici inventati non possono
dare sufficiente affidamento per le loro cruciali conclusioni.
La selezione naturale (o il suo analogo umano della generazione
differenziale) funziona chiaramente su piccola scala - nella
produzione di razze canine e di specie di grano, per esempio.
Ma un simile processo poteva rendere conto di quelle transizioni
di più ampia portata che inseriscono il nostro concetto
di evoluzione nella pienezza del tempo - il passaggio del
lignaggio dei rettili a quello degli uccelli e dei mammiferi;
l'origine degli umani da un ceppo ancestrale di scimmie
antropomorfe? Per questi più grandi cambiamenti Darwin
poteva fornire delle prove piuttosto scarse, per una serie
di ragioni ben conosciute e molto deplorate, derivanti dalla
casualità e dalla lacunosità dei rinvenimenti
fossili.
Alcuni dei più splendidi e importanti rinvenimenti
avvengono, l'uno dopo l'altro, negli anni successivi alla
pubblicazione dell' Origine delle specie , il più
notevole dei quali è senza dubbio la scoperta nel
1861 dell'Archaeopteryx, un uccello primordiale pieno zeppo
di caratteristiche tipiche dei rettili; per non dire poi
del primo ritrovamento di fossili umani, avvenuto soltanto
nel tardo Ottocento. Darwin, quindi, aveva poco da offrire
nella sua prima edizione del 1859, e tentò di colmare
questo iato fattuale con l'ipotesi favolosa degli orsi nuotatori
che alla fine si trasformavano in balene - un'immagine che
finì per affliggere il padre dell'evoluzionismo e
che fu più facilmente posta in ridicolo di quanto
non sia tornata utile come esempio. Appena due anni dopo
aver scritto la storia dell'orso che diventa balena, Darwin
se ne lamentò con un amico (lettera a James Lamont
del 25 feb. 1861): “Fa morir dal ridere quanto spesso
io sia stato attaccato e malamente rappresentato riguardo
a quest'orso”.La supposta mancanza di forme intermedie
nei rinvenimenti fossili rimane la frottola fondamentale
dell'antievoluzionismo corrente. Queste forme che attestano
la transizione sono senza dubbio rare e irregolari, ma per
due serie di ottime ragioni: esiste un motivo di ordine
geologico (la lacunosità dei reperti fossili) ed
uno biologico (la natura episodica del cambiamento evolutivo,
che rimanda ai modelli teorici dell'equilibrio punteggiato,
e una transizione entro popolazioni poco numerose abitanti
in aree geografiche limitate). Ciò nonostante, i
paleontologi hanno scoperto diversi superbi esempi di forme
e di sequenze intermedie, più che sufficienti a convincere
qualsiasi scettico onesto circa la fondatezza di una genealogia
fisica della vita.
I primi vertebrati “terrestri” presentavano
da sei ad otto dita per arto - il quale, per questa ragione,
appariva più simile alla pinna di un pesce che ad
una mano - una persistente coda pinnata e un sistema laterale
per sentire le vibrazioni sonore sott'acqua. La transizione
anatomica dai rettili ai mammiferi è particolarmente
ben documentata dal cambiamento anatomico chiave dell'articolazione
della mascella nelle ossa dell'apparato uditivo. Un unico
osso, chiamato “dentario” costituisce la mascella
dei mammiferi, mentre i rettili presentano diverse piccole
ossa nella parte posteriore della mascella. È possibile
documentare, attraverso una simpatica sequenza di forme
intermedie, la riduzione di questi ossicini e la loro eventuale
sparizione o esclusione dalla mascella, incluso il fondamentale
passaggio dall'articolazione ossea dei rettili all'orecchio
dei mammiferi intermedi (dove queste ossa diventano il malleus
e l'incus, o martello e incudine). Abbiamo trovato anche
quella forma di transizione che ai creazionisti spesso appare
teoricamente inconcepibile - come potranno le ossa della
mascella diventare ossa dell'orecchio? In questo modo le
forme intermedie non saranno costrette a vivere con una
mascella sgangherata prima che la nuova forma si venga a
consolidare? La specie di transizione presenta una mascella
con doppia giuntura, in cui è ravvisabile sia la
vecchia articolazione dei rettili (il muscolo quadrato per
le ossa articolari) sia la nuova connessione dei mammiferi
(il muscolo squamoso per l'osso dentario) già pronta
al suo posto! così, una giuntura poteva anche perdersi,
con il passaggio delle sue ossa in quelle dell'orecchio,
mentre l'altra articolazione continuava a fare in modo che
la mascella fosse ben incardinata.
Ad ogni modo, i demoni malvagi del nostro creazionista,
il quale non vorrebbe mai che i fatti guastassero uno dei
suoi argomenti preferiti, rifiutano di darsi per vinti e
continuano a sostenere l'assenza di qualsiasi forma di transizione,
senza considerare quelle che sono state trovate, e rimproverandoci
le molte lacune di cui ammettiamo l'esistenza. La vecchia
ipotesi di Darwin circa l'origine delle balene rimane una
fonte perenne di polemiche: Darwin ha dovuto inventare un
fantasioso orso nuotatore e se i paleontologi non gli fossero
venuti in soccorso scoprendo una forma intermedia con gambe
funzionali e potenziale mobilità sulla terraferma,
allora il flagello di Jonah si sarebbe abbattuto anche sui
pagani evoluzionisti. Avrebbe risuonato ancora il rimprovero
di Dio a Giobbe: “Pensi forse di prendere il Leviatano
all'amo?” (Il Leviatano biblico di solito è
pensato come un coccodrillo [in realtà, come un serpente
ndt], ma molte letture alternative preferiscono vedervi
una balena).
Tutti i libri creazionisti che ho a portata di mano sul
mio scaffale insistono sulla mancanza e l'insensatezza implicita
delle forme di transizione tra i mammiferi terrestri e le
balene. Alan Haywood, per esempio, scrive nel suo Creation
and Evolution:
“I darwinisti raramente menzionano la balena dal momento
che si presenta come uno dei loro più insolubili
problemi. Essi credono che in qualche modo una balena debba
essersi evoluta da un animale terrestre ordinario, il quale
prese il mare e perse le sue gambe... Un mammifero terrestre
che fosse nel bel mezzo di diventare una balena farebbe
la fine dell'asino di Buridano - non sarebbe adatto né
alla vita sulla terra, né alla vita in mare, e non
avrebbe alcuna speranza di sopravvivere”.
Duane Gish, il più ardente polemista tra i creazionisti,
usa lo stesso argomento nel suo stile colorito ( Evolution:
The Challenge of the Fossil Record ):
“Nei fossili trovati finora, semplicemente, non ci
sono forme di transizione tra i mammiferi marini e i loro
supposti antenati terrestri... è abbastanza divertente,
partendo da mucche, maiali o bufali, cercare di immaginarsi
a cosa assomiglierebbero le forme intermedie. Partendo da
una mucca si potrebbe persino immaginare una linea discendente
prematuramente estinta, e la causa di ciò potremmo
chiamarla ‘una mammella fallita'”.
Il più “sofisticato” (anche se dovrei
dire il più “lucido”) dei testi creazionisti,
Of Pandas and People , di P. Davis D. H. Kenyon e C. B.
Thaxton, afferma grosso modo le stesse cose, ma lo fa in
un gergo più “accademichese”:
“L'assenza di fossili transizionali inanbigui è
illustrata in maniera impressionante dai rinvenimenti fossili
di balene... Se le balene avessero degli antenati tra i
mammiferi terrestri, dovremmo aspettarci di trovare dei
fossili transizionali. Perchè? Perchè le differenze
anatomiche tra le balene e i mammiferi terrestri sono così
grandi che innumerevoli stadi intermedi dovrebbero aver
nuotato nelle acque degli antichi mari prima che appaia
una balena, così come noi la conosciamo. Fino ad
ora, però, queste forme transizionali non sono state
trovate.”
Tre gruppi principali di mammiferi sono tornati indietro
sui loro passi fino a riscoprire lo stile di vita marino
dei loro lontani antenati (mentre alcuni rami più
piccoli all'interno di altri ordini di mammiferi sono diventati
almeno semiacquatici, spesso a un grado considerevole, come
le lontre di fiume e di mare): 1) il subordine dei pinnipedi
(foche, leoni marini e trichechi), che appartiene all'ordine
dei carnivori (i cani, i gatti e gli orsi di Darwin tra
gli altri); 2) i sirenidi (dugonghi e lamantini) e 3) i
cetacei (balene e delfini). Confesso di non aver mai capito
abbastanza il punto di vista dei creazionisti, secondo cui
la transizione sarebbe inconcepibile - perchè una
buona serie strutturale (anche se non dichiaratamente dal
punto di vista della filogenesi) di anatomie intermedie
può emergere dal confronto tra questi gruppi. Le
lontre mostrano notevoli abilità nell'ambiente acquatico,
ma conservano degli arti che sono perfettamente funzionali
alla terra. I leoni marini sono chiaramente adattati all'acqua,
ma, anche se pesantemente, possono ancora muoversi sul terreno,
e con sufficiente destrezza per aggiudicarsi un posto sulla
banchisa, rotolarsi per terra ed esibirsi al circo.
Riconosco naturalmente che la transizione ai lamantini e
alle balene rappresenta un salto non banale, perchè
questi mammiferi acquatici avanzano con i colpi potenti
della loro coda orizzontale e non presentano alcun arto
posteriore visibile - e come può un lignaggio sviluppare
una coda piatta propulsiva a partire da una coda a forma
di corda e di lunghezza ordinaria, ed inoltre perdere del
tutto gli arti posteriori? (I sirenidi non presentano alcuna
vestigia di gambe posteriori; le balene spesso ne conservano
qualcuna minuscola in una protuberanza pelvica e in alcune
ossa della gamba - ma non ossa di piedi o di dita - racchiuse
nel fascio muscolare, senza alcun riflesso sull'anatomia
esteriore).
La perdita degli arti posteriori e lo sviluppo da parte
delle balene di una coda piatta, delle pinne dorsali e di
quelle natatorie è considerato pertanto un caso emblematico
delle presunte difficoltà teoriche dell'evoluzionismo
- la ricerca di fossili intermedi relativi alle principali
transizioni anatomiche è andata incontro al fallimento,
e anche solo immaginare come dovrebbero apparire o funzionare
queste forme di passaggio presenta dei problemi. Darwin
riconobbe questa difficoltà quando, non potendo presentare
alcuna evidenza diretta, immaginò la favola, molto
criticata, degli orsi nuotatori per cercare di concettualizzare
l'evoluzione delle balene. I moderni creazionisti continuano
ad usare questo esempio, rimarcando l'assenza di forme intermedie
in questa supposta (e per loro impossibile) transizione
dalla terra al mare.
Goethe ci disse di “amare coloro che puntano all'impossibile”.
E Plinio il Vecchio, prima di morire di curiosità
per essersi avvicinato troppo al Vesuvio nel peggiore dei
momenti possibili, ci invitò a considerare le cose
impossibili in maniera relativa: “e quante cose sono
state considerate pressochè impossibili finchè
non sono state realizzate”. Confortato da questa umana
saggezza, oggi sono assolutamente deliziato potendo finalmente
raccontare come i nostri fossili, di solito recalcitranti,
siano saltati fuori in modo esemplare. Negli ultimi quindici
anni, infatti, nuove scoperte in Africa e in Pakistan hanno
accresciuto in misura notevole le nostre conoscenze paleontologiche
sulla storia antica delle balene. L'imbarazzo per le carenze
documentarie del passato è stato scalzato da un'abbondanza
di nuove evidenze - e dalla più lusinghiera serie
di fossili di transizione che un evoluzionista potesse mai
sperare di trovare. Ce la siamo vista davvero brutta, ma
il nemico adesso è nelle nostre mani. Inoltre, per
aggiungere crudeltà all'offesa inflitta ai creazionisti,
tutte queste scoperte sono arrivate per gradi, in maniera
sequenziale - un pezzetto per volta, passo dopo passo, dall'indizio
incerto di quindici anni fa sino alla prima prova incontestabile
del 1994. La storia intellettuale ha ripercorso la genealogia
della vita: un percorso accidentato, attraversato da baratri,
si è trasformato in una passeggiata. Prenderò
in esame i quattro principali eventi in ordine cronologico.
Primo caso: la scoperta della più antica
balena.
I paleontologi sono rimasti convinti sin dalla dimostrazione
di Leigh Van Valen del 1996, che le balene discendano dai
Mesonychidi, un primo gruppo di carnivori arcaici diventati
mammiferi in cui sono comprese specie di dimensioni e abitudini
molto diverse, da quelle che si nutrono di pesci sulle rive
dei fiumi, a quelle che sopravvivono spolpando le ossa delle
carogne. Le balene devono essersi evolute durante l'Eocene,
circa 50 milioni di anni fa, dal momento che già
le rocce del tardo Eocene e dell'Oligocene contengono cetacei
marini che hanno già oltrepassato le fasi intermedie.
Nel 1983, un gruppo di ricercatori, formato dal mio collega
Phil Gingerich dell'Università del Michigan e da
N.A. Wells, D.E. Russell e S.M. Ibrahim Shah, riferisce
di aver scoperto in Pakistan, nei sedimenti dell'Eocene
medio, risalenti a circa 52 milioni di anni fa, la più
antica balena, chiamata Pakicetus in onore del paese della
sua attuale residenza. In termini di intermediazione, difficilmente
avremmo potuto sperare di più dal poco materiale
resosi disponibile avendo, del Pakicetus, ritrovato solamente
il cranio. I denti assomigliano moltissimo a quelli del
terrestre mesonychide, come già accennato, ma il
cranio appartiene chiaramente, per l'insieme delle sue caratteristiche,
alla linea evolutiva delle balene.
Sia l'anatomia del cranio, specialmente nella regione dell'orecchio,
che le deduzioni circa l'habitat dell'animale in vita, testimoniano
dello stato di transizione. Le orecchie delle balene odierne
contengono delle ossa modificate e dei canali di passaggio
che permettono di orientare l'udito attraverso il denso
mezzo acquatico. Le balene moderne hanno anche sviluppato
delle ampie cavità che possono essere riempite col
sangue in modo da equilibrare la pressione durante l'immersione.
Al cranio del Pakicetus mancano entrambe queste caratteristiche,
perciò la prima balena in realtà non riusciva
né a nuotare in profondità, né a orientare
l'udito sott'acqua con una qualche efficenza.
Nel 1993, J.G.M. Thewissen e S.T. Hussain giungono a queste
conclusioni e notano anche molti altri dettagli che evidenziano
il carattere intermedio della struttura cranica del Pakicetus.
Le moderne balene hanno molte delle loro percezioni uditive
attraverso le mandibole, dal momento che le vibrazioni del
suono passano per la mandibola fino ad un cuscinetto grasso,
e da lì il suono giunge sino al centro dell'orecchio.
I mammiferi terrestri, invece, percepiscono la maggior parte
dei suoni attraverso il buco dell'orecchio (chiamato il
“meato uditivo esterno”, espressione che significa
la stessa cosa, ma in un linguaggio più raffinato).
Poichè nella mascella del Pakicetus non si trova
il buco che contiene il cuscinetto di grasso, è probabile
che questa prima balena continuasse ad udire nella medesima
maniera dei suoi antenati terrestri. Gingerich conclude
affermando che “il meccanismo uditivo del Pakicetus
appare più simile a quello dei mammiferi terrestri
che a quello di qualsiasi gruppo di mammiferi marini viventi”.
Riguardo al luogo della scoperta occorre dire che Gingerich
e colleghi trovarono il Pakicetus in sedimenti fluviali
sul limite di un antico mare: un habitat ideale per le prime
tappe di questa transizione evolutiva; (e una buona spiegazione
della mancanza di specializzazione nell'immersione, se è
vero che il Pakicetus abitava le foci dei fiumi e i mari
adiacenti con basso fondale). I miei colleghi ritengono
che il Pakicetus fosse “uno stadio anfibio nella transizione
graduale delle balene primitive dalla terra al mare... il
Pakicetus era ben equipaggiato per nutrirsi con il pesce
catturato nelle acque superficiali dei mari poco profondi,
ma era privo degli adattamenti uditivi necessari ad un'esistenza
pienamente marina”.
Verdetto.
In termini di intermediazione, non potevamo sperare di meglio
dalle sole ossa del cranio. Ma il limite rimane severo,
e i risultati, quindi, non sono decisivi. Non sappiamo niente
degli arti, della coda o della forma del corpo del Pakicetus,
perciò non possiamo pronunciarci sullo stato di transizione
verso le caratteristiche chiave, le stesse che rientrano
nella concezione che ordinariamente si ha di una balena.
Secondo caso: la scoperta del primo arto posteriore
completo nel fossile di una balena.
Il più famoso errore commesso dalla paleontologia
americana ai suoi esordi si deve a Thomas Jefferson, il
quale, in uno di quei momenti in cui non era impegnato nelle
occupazioni che egli di solito reputava più importanti,
scambiò un artiglio fossile di bradipo per quello
di un leone. Il secondo premio nella classifica degli errori,
a mio giudizio, dovrebbe andare invece a R. Harlan, che
nel 1834 battezzò Basilosaurus un vertebrato marino
fossile nelle Transactions of the American Philosophical
Society. Basilosaurus significa “Re lucertola”,
ma la creatura di Harlan in realtà è una delle
prime balene. Richard Owen, il più grande anatomista
inglese, corresse Harlan prima della fine del decennio,
ma il nome rimase - e dovette conservarsi nelle regole officiali
della nomenclatura zoologica. ( Il sistema di denominazione
introdotto da Linneo è un espediente per recuperare
l'informazione, non una garanzia di designazione appropriata.
Le regole richiedono che ogni specie abbia un nome distintivo,
in modo che i dati possano essere restituiti senza ambiguità
con un'etichetta stabile. Spesso, e inevitabilmente, i nomi
assegnati in origine risultano letteralmente inappropriati
per la ragione niente affatto sorprendente che gli scienziati
commettono errori frequenti, e perchè nuove scoperte
correggono vecchie concezioni. Se dovessimo cambiare il
nome ogni qual volta modifichiamo le nostre idee su una
specie, la tassonomia regredirebbe nel caos. Così
il Basilosaurus sarà per sempre il Basilosaurus,
perchè Harlan seguì le regole quando dovette
trovargli un nome. Nello stesso modo, noialtri non ci cambiamo
il nome in Homo horribilis dopo Auschwitz, o in Homo ridiculus
dopo Tonya Harding - ma rimaniamo, pur con qualche dubbio,
Homo sapiens , ora e in qualsiasi eternità che ci
volessimo concedere).
Il Basilosaurus, rappresentato da due specie, una trovata
negli Stati Uniti e l'altra in Egitto, è la balena
primitiva meglio conosciuta, in certo qual modo lo “standard”.
Inizialmente erano stati ritrovati pochi frammenti di ossa
del bacino e della gamba, ma non sufficienti per sapere
se il Basilosaurus si sorreggesse su gambe posteriori -
la caratteristica cruciale per stabilire se si tratta di
una forma di transizione soddisfacente, sia dal punto di
vista anatomico che funzionale.
Nel 1990 Phil Gingerich, B.H. Smith e E.L. Simons riferirono
di aver effettuato degli scavi e uno studio su centinaia
di scheletri parziali della specie egiziana del Basilosaurus
isis , che visse tra i 5 e 10 milioni di anni dopo il Pakicetus.
In questa eccitante scoperta, i nostri paleontologi ricostruiscono
il primo scheletro completo di arto posteriore mai trovato
in una balena - una struttura elegante e deliziosa (messa
insieme con parti di diversi esemplari), comprendente tutte
le ossa del bacino, tutte le ossa delle gambe (femore, tibia,
fibula e anche la patella, o copertura del ginocchio) e
quasi tutto il piede, comprese le ossa delle dita, per tre
delle quali, infatti, si sono conservate tutte le falangi.
Con questa notevole scoperta sembrava che avessimo ottenuto
una prova concludente della transizione, ma in effetti avevamo
a che fare con un problema. Gli arti erano eleganti ma minuscoli
(si veda l'illustrazione), appena il 3% della totale lunghezza
dell'animale. Sono arti anatomicamente completi e sporgevano
dal corpo (a differenza degli arti posteriori, davvero residuali,
delle balene odierne), ma queste gambe in miniatura potrebbero
non aver dato un gran contributo alla locomozione - la vera
prova funzionale della transizione. Gingerich e gli altri
riconobbero che: “gli arti posteriori del Basilosaurus
sembrano essere stati troppo piccoli in rapporto alle dimensioni
del corpo per aver fornito sostegno nel nuoto e non avrebbero
potuto sopportare il peso del corpo sulla terra”.
Gli autori si sforzano con coraggio di immaginare qualche
funzione potenziale per questi arti minuscoli ed alla fine
ipotizzano che potrebbero esser serviti come “guide
nell'accoppiamento, che altrimenti sarebbe stato piuttosto
difficoltoso per un mammifero acquatico dalle fattezze di
un serpente”. (Io considero questa ipotesi di lavoro
non necessaria, se non malconcepita. Non abbiamo affatto
bisogno di giustificare l'esistenza di una struttura inventando
ipotetiche funzioni darwiniane. Tutti i corpi presentano
caratteristiche residuali di scarsa o di nessuna utilità.
Le strutture che hanno perduto l'utilità nel corso
di una transizione genealogica non scompaiono nel giro di
una notte).
Verdetto.
Formidabile e esaltante, ma non possiamo ancora dire di
aver messo i creazionisti nel sacco. Gli arti, sebbene completi,
sono troppo piccoli per poter lavorare a dovere, come richiederebbe
una struttura intermedia (ammesso che questi arti potessero
funzionare in qualche modo) - e ciò vale sia per
la locomozione in terra che per quella in mare. Non intendo
muovere alcuna critica al Basilosaurus; semplicemente mi
limito ad osservare che questa creatura ha già attraversato
il ponte (mentre, d'altra parte, conserva delle vestigia
piuttosto ricche di informazioni). Si tratta allora di cercare
un'altra creatura, la prima ad essere giunta sulla sommità
del ponte.
Terzo caso: arti posteriori di dimensioni adeguate.
L'Indocetus ramani è una antica balena trovata in
certi depositi geologici prodotti dai bassifondi marini
dell'India e del Pakistan e riconducibili a un'età
intermedia tra quella del cranio del Pakicetus e quella
delle zampe posteriori del Basilosaurus (i casi 1 e 2 sopra
ricordati). Nel 1993 P.D. Gingerich, S.M. Raza, M. Arif,
M. Anwar e X. Zhou riferiscono di aver scoperto le ossa
di una gamba di dimensioni considerevoli per queste specie.
Gingerich e i suoi colleghi trovarono le ossa del bacino
e la parte finale del femore e della tibia, ma nessun osso
della zampa, e non potevano disporre di evidenze sufficienti
per ricostruire l'intero arto con tutte le sue articolazioni.
Le ossa dell'arto erano grosse e presumibilmente funzionali
sia in terra che in acqua. (La tibia, in particolare, differiva
di poco, sia riguardo alle dimensioni che alla complessità,
dallo stesso osso di un parente mesonychide interamente
terrestre, il Pachyaena ossifraga). Gli autori concludono:
“Il bacino presenta un acetabulum largo e profondo
[cioè l'incavo dell'articolazione del femore, o osso
della coscia], il femore corrispondente è robusto,
la tibia è lunga... Tutte queste caratteristiche
insieme stanno a indicare che l'Indocetus era probabilmente
capace di sostenere il proprio peso sulla terra ed era quasi
certamente anfibio, come si pensa che sia stato il Pakicetus
dell'alto Eocene... Possiamo ipotizzare che l'Indocetus,
come il Pakicetus, entrasse in mare per procacciarsi il
pesce, ma tornasse a terra per riposare, partorire e crescere
i piccoli”.
Verdetto.
Ci siamo quasi, ma non è ancora abbastanza. Abbiamo
bisogno di materiale migliore. Tutti gli elementi giusti
sono a posto - disponiamo innanzi tutto di ossa articolari
di misura e complessità sufficienti - ma occorre
trovare un maggior numero di fossili e meglio conservati.
Quarto caso: la cosiddetta “pistola fumante”:
arti posteriori robusti, completi e funzionali sia in terra
che in mare.
I primi tre casi, tutti relativi a scoperte fatte nel corso
di un decennio, indicano che vi è stato senza dubbio
un assalto paleontologico, sempre più coronato dal
successo, ad un vecchio e classico problema. Una volta che
si è capito dove guardare, l'interesse è cresciuto
spronando l'attenzione, perciò non è poi così
sorprendente che si siano avute in breve tempo delle grandi
soddisfazioni. E in effetti non nascondo di aver provato
soddisfazione leggendo sul numero di «Science»
del 14 gennaio 1994 un articolo di J.G.M. Thewissen, S.T.
Hussain e M. Arif dal titolo: “Evidenze fossili riguardo
l'origine della locomozione acquatica delle balene archeoceto”.
In Pakistan, in certi sedimenti posti 120 metri al di sopra
di quelli in cui è stato trovato il Pakicetus (e
dunque relativi a un'età a noi più vicina),
Thewissen e i suoi colleghi hanno potuto mettere insieme
un notevole scheletro di una nuova balena - non è
completo, ma è di gran lunga meglio conservato di
tutti i ritrovamenti precedenti relativi a questa età,
e presenta quelle parti cruciali che possono davvero illustrare
lo stato di transizione tra la terra e il mare. La scelta
del nome, Ambulocetos natans (letteralmente, la balena che
nuota e cammina) è indicativa di quanto possa essere
stata eccitante questa scoperta.
L' Ambulocetus natans pesa all'incirca 650 libbre, le dimensioni
di un grosso leone marino. La vertebra caudale conservatasi
si è allungata ad indicare che l'Ambulocetus conservava
ancora la coda lunga e sottile dei mammiferi e non aveva
ancora trasformato questa struttura in uno strumento di
locomozione (come si vede nelle odierne balene che hanno
accorciato la coda e sviluppato quella pinna caudale orizzontale
che costituisce il loro principale mezzo di propulsione).
Sfortunatamente, non sono state trovate le ossa del bacino,
ma in compenso sono stati recuperati diversi elementi di
un grosso e robusto arto posteriore, vale a dire un femore
completo, parti della tibia e della fibula, un astragalo
(l'osso della caviglia), tre metatarsi (ossi della zampa)
e diverse falangi (ossi delle dita). Per citare gli autori:
“Le zampe sono enormi”. Il quarto metatarso,
per esempio, è lungo quasi sei pollici, e il dito
che vi è associato arriva quasi ad una lunghezza
di sette. È interessantissimo il fatto che l'ultima
falange di ogni dito finisca con un piccolo zoccolo, come
negli antenati terrestri Mesonychidi.
Inoltre, questa nuova abbondanza di informazioni ci permette
di desumere, non solo la forma di questa balena in transizione,
ma anche, e con una buona affidabilità, la sua tecnica,
intermedia, di locomozione e il suo corrispondente stile
di vita (cosa che era impossibile per i primi esemplari
fossili, perchè del Pakicetus abbiamo solo un cranio,
il Basilosaurus ha già fatto il salto definitivo
verso il mare e l'Indocetus è troppo frammentato).
Gli arti anteriori sono più piccoli di quelli posteriori,
e sono limitati nel movimento; queste gambe davanti, per
citare gli autori, erano “usate probabilmente per
manovrare e orientare il nuoto, come nei cetacei attuali
(le balene moderne, per dirla nel linguaggio ordinario)
e non fornivano una gran forza propulsiva in acqua”.
Le moderne balene si muovono in mare grazie ai potenti colpi
della loro pinna caudale orizzontale - un movimento reso
possibile dalla forte ondulazione di una colonna vertebrale
flessibile nella sua parte terminale. L'Ambulocetus non
ha ancora sviluppato una pinna caudale, ma la sua colonna
presenta il requisito della flessibilità. Thewissen
e colleghi scrivono: “L'Ambulocetus nuotava per mezzo
di ondulazioni dorso-ventrali della colonna vertebrale,
come evidenziato dalla forma delle vertebre lombari”.
Queste ondulazioni allora funzionavano insieme (risultando
potenziate) ai colpi remiganti delle grandi zampe dell'Ambulocetus
- e queste zampe procuravano la maggior parte della forza
propulsiva nel nuoto. Gli autori concludono osservando che:
“come i moderni cetacei - l'Abulocetus nuotava muovendo
su e giù la colonna spinale, ma sembra che al pari
delle foche si procurasse gran parte della spinta con le
zampe. Insomma, l'Ambulocetus è una forma critica
intermedia tra i mammiferi terrestri e i cetacei del mare”.
Sulla terra l'Ambulocetus non è propriamente un ballerino,
ma non ci sono ragioni per pensare che questa creatura camminasse
con minore agilità degli odierni leoni marini, che
in effetti riescono a farlo, seppur con poca eleganza. Gli
arti anteriori potevano essere portati lateralmente, e tenuti
larghi per assicurare stabilità, mentre il movimento
in avanti doveva per lo più essere fornito dall'estensione
della parte posteriore e conseguente flessione degli arti
di dietro - ancora una volta, in modo piuttosto simile ai
leoni marini.
Verdetto.
I paleontologi sono degli esseri avidi: abituati come sono
a ricostruire l'insieme a partire da pochi frammenti, non
si accontentano mai (e qualche osso del bacino poteva certamente
essere una simpatica partenza), ma se voi mi aveste dato
carta bianca e un assegno in bianco, io, con la sola teoria,
non sarei mai stato in grado di disegnarvi una forma intermedia
migliore o più convincente dell'Ambulocetus. Certe
teste dogmatiche, capaci di rendere il bianco nero e il
nero bianco con le loro trappole verbali, non si lasceranno
mai convincere da niente, ma l'Ambulocetus è davvero
l'animale “teoricamente impossibile” dei creazionisti.
Alcune scoperte scientifiche sono eccitanti perchè
rivedono o capovolgono precedenti ipotesi, altre perchè
confermano con eleganza qualcosa che si era sospettato senza
poterlo ancora documentare. La storia dei nostri quattro
casi, culminata con l'Ambulocetus, rientra nella seconda
categoria. Questa scoperta sequenziale di forme, esattamente
definite, di intermediazione nell'evoluzione delle balene
è un trionfo nella storia della paleontologia. Non
riesco ad immaginare un racconto migliore per la divulgazione
della scienza, o una vittoria sull'ottusità creazionista
più soddisfacente, e intellettualmente fondata. Per
questo ne parlo con piacere e soddisfazione. Devo poi confessare
che questa parte del racconto non mi interessa tanto come
scienziato e biologo evoluzionista. Non voglio affatto apparire
scontato o dogmatico, ma in effetti l'Ambulocetus è
così vicino alle nostre aspettative circa le forme
di transizione che la sua scoperta non può non procurare
ad un paleontologo professionista il più grande tra
tutti i piaceri della scienza: la sorpresa. Come dimostrazione
pubblica e vittoria sociopolitica, le balene in transizione
potrebbero segnare la storia del decennio, ma il paleontologo
non ha mai dubitato della loro esistenza, nè ha mai
creduto che una teoria fondamentale dovesse collassare per
il protrarsi della loro indimostrabilità. Noi tutti
proviamo soddisfazione quando le nostre aspettative prendono
finalmente corpo (o per essere più precisi, prendono
ossa), ma questo genere di piacere viene solo dopo il sussulto
intellettuale della sorpresa.
Trovo quindi molto più interessante un altro aspetto
dell'Ambulocetus. Un aspetto che non ha ricevuto molta attenzione,
sia nei rapporti tecnici che in quelli divulgativi. Il punto
è che l'anatomia di questa forma intermedia illustra
un principio vitale nella teoria evoluzionista, che è
stato discusso o anche esplicitamente formulato solo di
rado, ma che è centrale per comprendere l'affascinante
complessità storica della natura.
Nella nostra tradizione darwiniana, facciamo troppa attenzione
alla natura adattativa della forma organica e troppo poca
agli espedienti e alle bizzarrie racchiuse nella storia
di ogni animale. Restiamo sopraffatti - com'è giusto
che sia - dalla complicata perfezione aerodinamica di un'ala
di uccello, o dalla misteriosa precisione mimetica di una
farfalla confusa tra le foglie secche. Ma non ci chiediamo
mai abbastanza per quale motivo la selezione naturale precipiti
su questo particolare “ottimo” e non su un altro,
tra i molti “ottimi” possibili e non realizzati.
In altre parole, rimaniamo abbagliati dalla bontà
del disegno e quindi smettiamo di essere curiosi troppo
presto, non appena riceviamo una risposta alla prima domanda
che ci viene in mente: “Come può funzionare
così bene la tale caratteristica?” - quando
invece dovremmo porci questioni di tipo storico: “perchè
questo e non quello?”, o meglio: “perchè
qui abbiamo questo e in una creatura imparentata che vive
altrove abbiamo quello?”.
Per fornire un esempio tratto dai mammiferi scesi in mare,
prendiamo i sirenidi e i cetacei: due ordini interamente
marini che nuotano agitando, su e giù, la loro pinna
caudale. Dal momento che questi due ordini sono sorti separatamente
da antenati terrestri, la pinna orizzontale deve essersi
evoluta in un caso indipendentemente dall'altro. Molti studi
di idrodinamica hanno documentato le modalità tecniche
e l'eccellenza di questa locomozione subacquea, ma i ricercatori
troppo spesso si fermano davanti alla meraviglia ingegneristica
e non si chiedono il perchè storico, che pure mi
sembra ugualmente interessante. I pesci nuotano in maniera
completamente opposta - anch'essi ricevono la spinta dalla
coda, che però è posta in verticale e si muove
lateralmente (anche le foche tengono le loro pinne posteriori
in verticale, muovendole da una parte all'altra mentre nuotano).
Entrambi i sistemi funzionano a dovere; entrambi sono “l'ottimo”.
Ma perchè mai i pesci ancestrali dettero la loro
preferenza a un sistema e i mammiferi tornati al mare all'alternativa
ortogonale? Non volendo porci troppe domande ci acquietiamo
dicendo: “se non è zuppa è pan bagnato”.
Entrambe le soluzioni funzionano. La scelta fatta dall'evoluzione
qualche volta è effettivamente casuale. Il “caso”
è un concetto profondo e penetrante, di grande utilità
e valore, ma nel suo significato volgare, come in questo
caso, equivale ad un buon colpo venuto a casaccio, un colpo
fortunato. Non dovrebbe essere importante nel “grande
schema delle cose” se l'ottimo è ottenuto verticalmente
o orizzontalmente, ma deve pur esserci un motivo se capita
ora l'una ora l'altra soluzione. Per un singolo lignaggio
il motivo può anche essere uno solo e storicamente
definito - e questo non ha niente a che vedere con qualsivoglia
grandiosa concezione del disegno o con la predittività
della storia della vita nel suo complesso - ma i motivi
locali esistono, e dovrebbero essere accertabili.
Questo tema, quando è discusso in termini evoluzionistici,
prende il nome di “picchi adattativi multipli”.
A questo riguardo abbiamo sviluppato alcuni esempi standard,
ma pochi sono sostenuti da una documentazione reale; il
più delle volte hanno natura ipotetica, senza alcun
retroterra paleontologico. (Per esempio, il mio collega
Dick Lewontin ama presentare il seguente caso nel corso
introduttivo alla biologia evolutiva che teniamo assieme:
alcune specie di rinoceronte hanno due corni, altre un solo
corno. Le due alternative possono funzionare ugualmente
bene, perchè ogni rinoceronte si trova a suo agio
con i propri corni, e il percorso scelto può non
avere importanza. Due corni e un corno possono essere soluzioni
compatibili, o picchi adattativi multipli. Lewontin osserva
allora che una ragione dovrebbe pur esserci per i due corni
o talvolta per il corno singolo, ma che probabilmente la
spiegazione risiede nella configurazione di un accadimento
storico, piuttosto che in una predizione astratta fondata
su un “ottimo” universale. Fin qui, tutto bene.
Gli espedienti della storia, per mezzo dei quali la terra
viene popolata da una varietà di disegni anatomici
imprevedibili, ma sensibili e ben congegnati, sono il principale
motivo di fascino dell'evoluzione come problema scientifico.
Purtroppo non possiamo andare oltre coi rinoceronti, perchè
non abbiamo abbastanza dati per comprendere il percorso
evolutivo scelto in ogni caso specifico.
Adoro la storia dell'Ambulocetus perchè questa balena
in transizione ci ha procurato dei dati puri e semplici
in grado di spiegare per quali ragioni si verifica una scelta
evolutiva in uno dei migliori esempi di picchi adattativi
multipli. Perchè i mammiferi marini dei due ordini
scelsero entrambi la soluzione della pinna caudale orizzontale?
è stato suggerito il plausibile argomento che particolari
eredità degli antenati mammiferi terrestri abbiano
procurato a questi mammiferi marini una qualche predisposizione
anatomica. Non tutti i vertebrati terrestri, ma certamente
molti mammiferi, in specie tra gli agili e veloci carnivori,
corrono flettendo la colonna dorsale su e giù (richiamate
per un attimo alla mente una tigre che corre e figuratevi
le ondulazioni della sua parte posteriore). I mammiferi
che in acqua non sono del tutto a proprio agio - ad esempio
i cani che sguazzano - possono tenere la parte posteriore
rigida e muoversi solo sbattendo le zampe. Ma mammiferi
semiacquatici che nuotano per vivere - così la lontra
di fiume (Lutra) e quella di mare (Enhydra) - si muovono
in acqua grazie ad una potente flessione verticale della
colonna spinale nella parte posteriore. Questa flessione
di per sè spinge il corpo in avanti (ed è
accompagnata da un movimento analogo delle pinne remiganti),
ma nello stesso tempo produce anche un rapido avanti-dietro
degli arti inferiori cui è trasmessa la spinta dalle
ondulazioni del corpo.
Allora, la pinna orizzontale potrebbe essersi evoluta nei
mammiferi del mare perchè questi hanno ereditato
una flessibilità spinale cui corrisponde un movimento
verticale (piuttosto che laterale) e, quindi, hanno percorso
una linea evolutiva che prende le mosse dal loro passato
terrestre. Questo scenario sino ad oggi è stato soltanto
una buona storia, con motivazioni di scarso rilievo tratte
per analogia dalla vita delle lontre, ma senza il riscontro
di una prova diretta negli antenati delle balene o dei sirenidi.
L'Ambulocetus fornisce questa prova diretta nel modo più
elegante - perchè ricostruendo lo scheletro fossile
tutti i pezzi del rompicapo trovano il loro posto.
Dalle vertebre della coda possiamo inferire che l'Ambulocetus
ha conservato una lunga e sottile coda da mammifero, e che
non ha ancora sviluppato una pinna caudale orizzontale.
La colonna spinale ci dice che questa balena in transizione
presenta il marchio dei mammiferi in quella flessibilità
che permette il movimento in verticale - e dai grossi arti
posteriori possiamo desumere che l'ondulazione spinale fornisse
la spinta propulsiva alle potenti zampe natatorie, esattamente
come nelle lontre moderne.
Da questi fatti Thewissen e colleghi hanno tratto convincenti
conclusioni, fornendo così una splendida prova per
inchiodare, con dati paleontologici, un classico caso di
picchi adattativi multipli: “l'Ambulocetus mostra
che l'ondulazione spinale ha preceduto la pinna caudale
orizzontale... I cetacei sono passati attraverso uno stadio
che combina degli arti posteriori natatori e l'ondulazione
spinale, ottenendo così una locomozione acquatica
che assomiglia al nuoto rapido delle lontre”. La pinna
caudale orizzontale, in altri termini, si è evoluta
perchè le balene hanno proseguito, anche in acqua,
a muovere la loro colonna spinale secondo il sistema terrestre.
La storia imbocca un sentiero tra i molti teoricamente possibili.
Nel suo ultimo dramma, Shakespeare afferma che “quel
che è passato è il prologo; quel che viene
è a nostro discarico, non può imputarsi né
a te, né a me”. Ma il presente non costruisce
alcun muro di separazione tra un passato che ci modella
e un futuro sotto il nostro controllo. La mano del passato
si prolunga in avanti, ci attraversa e raggiunge un futuro
incerto che non possiamo sempre prevedere.
Scrissi questo articolo in un impeto d'eccitazione, nella
settimana stessa in cui Thewissen e colleghi (gennaio 1994)
annunciarono la scoperta dell'Ambulocetus, e di aver trovato
perciò le prove definitive dell'evoluzione della
balena. Con i tempi lenti che mi contraddistinguono, dovettero
passare tre mesi dalla stesura alla pubblicazione di Hooking
Leviathan by Its Past , apparso nell'aprile del 1994 sulla
rivista «Natural History», col suo tema centrale
sviluppato cronologicamente in quattro casi.
Mi viene da pensare al vecchio spiritual: “Qualche
volta sono scoraggiato e penso che i miei affanni siano
senza scopo. Ecco però che lo Spirito Santo ravviva
la mia anima”. La mia anima oggi è colma di
letizia, ma di esserne colmi ne abbiamo bisogno tutti, ora
e per il futuro. Se per gli scienziati “C'è
un balsamo a Gilead” (come dice l'inno metodista -
Geremia 46:11 -), questo elisir, questa infusione dello
spirito santo, nel loro caso prende la forma della nuova
scoperta. Nella stessa settimana in cui uscì il mio
articolo, Phil Gingerich e i suoi colleghi descrissero in
una loro pubblicazione un'altra balena fossile intermedia,
un quinto capitolo di questa fastosa sequenza di successi
per l'evoluzionismo e la paleontologia. (Trovai che fosse
un po' buffo per il mio articolo andare in pensione il giorno
stesso della nascita, ma d'altra parte la scienza, quella
eccitante, è obsoleta per definizione - e dopo tutto
sapevo anche che avrei potuto scrivere questo epilogo nel
mio libro successivo!).
Gingerich e colleghi hanno scoperto in Pakistan un nuovo
fossile di balena dell'Eocene e lo hanno chiamato Rodhocetus
kasrani (Rodho dal nome della regione in cui è stata
fatta la scoperta e kasrani in onore degli abitanti di quell'area,
un gruppo del popolo Baluchi). Il Rodhocetus doveva avere
una lunghezza che è stimata intorno ai 10 piedi e
visse all'incirca 46,5 milioni di anni fa. Questa nuova
balena, dunque, è più recente di circa 3 milioni
di anni della “pistola fumante” Ambulocetus
(la quarta prova a carico, quella decisiva, già ricordata
sopra), ed è grossomodo contemporanea dell'Indocetus
(il terzo capitolo della nostra storia). Non è stato
trovato alcun osso degli arti anteriori, e nella colonna
spinale mancano le vertebre della coda, ma è stato
recuperato gran parte del cranio e - forse ancora più
importante - una colonna vertebrale quasi completa, dall'attaccatura
del collo sino agli inizi della coda. È stato ritrovato
anche gran parte del bacino ed, elemento cruciale per dimostrare
la transizione, un femore completo (ma nessun altro elemento
degli arti posteriori).
Il Rhodocetus permette di prolungare in maniera del tutto
appagante la nostra storia di inoppugnabili evidenze relative
a forme intermedie nell'evoluzione delle balene dai loro
antenati terrestri; la sua importanza probatoria può
essere ricapitolata sulla base di tre grandi categorie paleontologiche:
la forma (anatomia), l'habitat (l'ambiente) e la funzione.
La forma.
Sono rimasto impressionato soprattutto da due caratteristiche
dell'anatomia del Rhodocetus. La prima: l'eccellente conservazione
della colonna vertebrale fornisce una buona evidenza dello
stadio evolutivo intermedio in una mistura di caratteristiche
provenienti alcune dal passato terrestre ed altre, più
recenti, acquisite nella vita acquatica. La principale spina
neurale (proiezioni ascendenti) delle vertebre toraciche
anteriori (giusto dietro il collo) sostiene dei muscoli
che aiutano gli animali terrestri a tenere alta la testa
(una funzione di cui non c'è affatto necessità
in ambiente marino, dove si sfrutta la spinta idrostatica;
ma le balene derivano da un gruppo terrestre, i Mesonychidi,
con una testa particolarmente grossa). L'articolazione diretta
del bacino con il sacrum (regione adiacente della colonna
vertebrale) è una caratteristica che si trova sia
nel Rhodocetus che nei mammiferi di terra (dove la gravità
richiede questo rinforzo), ma non esiste nelle balene attuali.
Gingerich e colleghi concludono: “Si tratta di caratteristiche
primitive di mammiferi che sostengono il loro peso sulla
terra, e nel loro insieme suggeriscono che il Rhodocetus
o il suo immediato predecessore era un animale ancora parzialmente
terrestre”.
Altre caratteristiche della colonna spinale indicano un
adattamento al nuoto; così è per la corta
vertebra cervicale (il collo) che comporta una certa rigidità
della parte anteriore del corpo (adatta a tagliare l'onda,
mentre la parte posteriore dell'animale provvede alla propulsione);
e per la flessibilità, senza giunture, delle vertebre
posteriori (le vertebre “sacre” sono fuse insieme
nella maggior parte dei grandi mammiferi terrestri, ma non
nelle moderne balene e nel Rhodocetus), una configurazione
importante per fornire la spinta nel nuoto. Gingerich e
i suoi colleghi concludono: “Esistono delle caratteristiche
derivate degli ultimi archeoceti [le balene antiche] e delle
balene moderne associate alla locomozione acquatica”.
La seconda caratteristica del Rhodocetus è la più
impressionante in questa rassegna di forme intermedie scoperte
nel corso degli ultimi vent'anni. Il Rhodocetus è
più recente di circa 3 milioni di anni della “pistola
fumante” Ambulocetus (la balena marina con arti abbastanza
robusti per muoversi anche sulla terra), e di gran lunga
più vecchia della balena che ha già attraversato
il ponte evolutivo e trascorre l'intera sua esistenza in
mare (il Basilosaurus, il secondo caso trattato nell'articolo,
con i suoi arti posteriori ben formati, ma talmente minuscoli
che potrebbero non aver mai funzionato sulla terra, e che
probabilmente non dovettero essere di grande aiuto neppure
in mare). La più eccitante delle scoperte, in questo
quinto caso, è il femore del Rhodocetus, lungo circa
due terzi di quello dell'Ambulocetus - forse poteva ancora
funzionare sulla terra, ma le dimensioni si erano ulteriormente
ridotte in appena 3 milioni di anni di evoluzione.
Habitat.
Il Rodhocetus è la più antica balena a trovarsi
pienamente a suo agio nelle acque marine profonde. La più
antica di tutte le balene, il Pakicetus esaminato nel primo
caso, viveva nei pressi delle foci dei fiumi; l'Ambulocetus
e l'Indocetus (casi tre e quattro), vivevano in acque piuttosto
basse. È interessante notare inoltre che l'habitat
totalmente marino del Rodhocetus è correlato ad una
consistente riduzione degli arti posteriori, perchè
l'Indocetus, pur essendo contemporaneo del Rodhocetus, presenta
un femore più grosso, paragonabile in lunghezza a
quello del più antico Ambulocetus (tutte e tre le
creature hanno un corpo all'incirca della stessa dimensione).
Così, sulla base di questa limitata evidenza, dovremo
ammettere che gli arti decrescono col tempo e diventano
rapidamente più piccoli nelle balene pienamente inserite
nell'ambiente marino. (Forse il Rodhocetus ha già
cessato le sue escursioni sulla terra, mentre il più
vecchio Ambulocetus, con un femore più grosso, vive
quasi sicuramente sia in terra che in mare). Ad ogni modo,
la contemporaneità del Rodhocetus (femore più
corto e acque più profonde) e dell'Indocetus (femore
più lungo e acque più basse) mostra che esistette
una difformità nell'evoluzione dei cetacei. L'evoluzione,
come dico sempre, sino al punto di seccare il lettore, è
un cespuglio rigoglioso e ramificante, non una scala.
Funzione.
Al Rodhocetus mancano le vertebre della coda, così
non possiamo dire con sicurezza se questa balena avesse
già sviluppato, o meno, una pinna caudale. Ma le
caratteristiche di quel che è fortunatamente rimasto
della colonna spinale in particolare, le vertebre non saldate
dell'osso sacro, che “rendono”, per usare le
parole di Gingerich “la colonna lombo-caudale [l'ultimo
tratto] disgiuntamente flessibile” - indicano una
forte flessione dorso-ventrale nella parte posteriore del
corpo - si tratta quindi dei prerequisiti per nuotare nello
stile delle balene odierne (con la propulsione provvista
da una pinna caudale orizzontale, condotta su e giù
dalla flessione della colonna vertebrale).
Ero particolarmente soddisfatto di questo risultato, tanto
da chiudere il mio articolo con una mini-disquisizione sui
picchi adattativi multipli e sull'importanza delle eredità
storiche, bene illustrate dal confronto tra la pinna caudale
verticale dei pesci e quella orizzontale delle balene le
due soluzioni funzionano ugualmente bene, ma le balene dovettero
scegliere l'alternativa meno usuale perchè evolsero
da antenati terrestri con la parte posteriore che fletteva
nella corsa in senso dorsoventrale. Gingerich e i suoi colleghi
concludono: “Ciò indica che il caratteristico
stile di nuoto dei cetacei, basato sull'oscillazione dorsoventrale
di una pinna caudale pesante e muscolosa, si sviluppò
grossomodo entro i primi tre milioni di anni dall'apparizione
degli archeoceti”.
Chiudo con un commento al margine. Nella sociologia della
scienza ci sono molte cose che non mi piacciono, ma lasciatemi
elogiare quel che è ben fatto. La scienza nelle sue
migliori espressioni è felicemente e vigorosamente
internazionale - e non posso che rallegrarmi nello scorrere
la lista dei ricercatori che hanno lavorato in un laboratorio
americano installato in Asia e sostenuto dalla Geological
Survey of Pakistan: Philip D. Gingerich, S. Mahmood Raza,
Muhammad Arif, Mohammad Anwar e Xiaoyuan Zhou. Nel provare
ammirazione nei loro riguardi, non potei fare a meno di
annotare una sentenza a mo' di epigrafe: “la prima
evoluzione delle balene è illustrata da crani e scheletri
parziali di cinque archeoceti dell'Ypresiano [alto Eocene]”.
La scala dei tempi geologici, in un certo senso, è
già internazionale, dal momento che la nostra documentazione
fossile fornisce uno schema globale per correlare le diverse
età delle rocce.
Così può anche succedere che uno strato di
sedimenti in Pakistan, essendo indicativo di una certa età,
possa benissimo chiamarsi con il nome di un posto che più
tardi divenne il campo della più sanguinosa battaglia
combattuta in Europa nella Prima guerra mondiale: la spaventosa
Ypres (o ‘Wipers'; è così che i soldati
britannici pronunciarono la loro ecatombe).
Ma adesso basta con i pensieri lugubri e sentimentali. Lasciatemi
finire col nostro nuovo caso del Rodhocetus; e nella stessa
maniera con cui ho iniziato:
Caso quinto. Aperto e subito chiuso.
Verdetto. Confermato in pieno e con piena
soddisfazione.