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L'eugenetica: ovvero la tirannia giustificata dalla [pseudo]scienza

Una prospettiva più ampia

L'antropologia molecolare imporrebbe che, per quanto ci siano ancora dati empirici da raccogliere, noi non staremmo comunque partendo da zero. C'è una grande abbondanza di dati, sia scientifici sia nelle scienze umane, sul problema della genetica della criminalità. Visto che essa non è un'entità oggettiva (il furto dipende dal concetto di diritto di proprietà, l'omicidio dal concetto di diritti umani) sarebbe davvero sorprendente identificarla nel genoma!

Sappiamo che diverse generazioni di studiosi si illusero di aver trovato la base genetica del crimine solo per farsi scoprire falle fondamentali nelle loro ricerche. Prima dell'analisi del DNA, Earnest Hooton di Harvard misurò crani, facce e corpi di migliaia di detenuti raffrontandoli con i cittadini modello per verificare se la criminalità era per caso identificabile nella costituzione fisica del criminale, se era impressa sul corpo. E concluse che in effetti i criminali erano nella media lievemente diversi fisicamente dai pompieri volontari.

Però si scoprì che c'erano piccole differenze nella composizione dei gruppi criminali e di controllo. Per esempio, i criminali erano mediamente quattro anni più giovani e cinque chili più leggeri dei pompieri. Erano naturalmente differenze marginali, però quattro anni possono cambiare la faccia e il corpo. Quindi il fatto di poter rilevare lievi differenze fisiche tra il gruppo dei criminali e quello di controllo non significava che costoro differissero per via della criminosità ma forse soltanto che non erano perfettamente combacianti.

La tesi di Hooton non era convincente e quindi era priva di valore in quanto prova scientifica. In fondo, la scienza dovrebbe essere convincente. La Harvard University Press pubblicò le sue scoperte come volume primo di The American Criminal, ma non stampò mai il secondo volume. Anche se si trattava di una ricerca inutile per la comunità degli studiosi, Hooton la rielaborò per un pubblico più vasto sotto il titolo Crime and the Man.

Gli anni sessanta conobbero un'altra ondata di associazioni criminalità-genetica. Il cromosoma y ha un solo carattere maggiore associato, il sesso maschile. Diventare maschio è deciso dai geni, però il genere maschile è difficilissimo da distinguere dalla mascolinità, il costrutto culturale dell'essere maschio. Quindi il cromosoma Y è il fulcro di significati genetici e culturali, che potrebbero avere un impatto considerevole sulla vita del ragazzo su mille nato con un Y in più.

La genetista Patricia Jacobs e colleghi scoprirono in una ricerca del 1965 che il 3,5% dei detenuti in un manicomio criminale scozzese aveva un cromosoma Y in più, molto più della percentuale di Xyy rilevabile "in genere". Anche se si premurarono di dichiarare di non sapere se il comportamento aggressivo fosse la causa dell'eccessiva presenza degli XYY in quell'istituto, ugualmente chiarirono di aver avviato l'indagine in base a questo assunto.

Tuttavia la logica sottesa è culturale: il cromosoma Y determina il sesso maschile, gli uomini sono più aggressivi delle donne; quindi gli uomini con un y in più dovrebbero essere più aggressivi. Ciononostante, secondo questo ragionamento, gli Xyy dovrebbero passare più tempo a guardare il football in televisione, ruttare più di frequente in pubblico ed essere bravissimi in matematica. Però questi tratti non sono stati presi in esame. Si è solo scoperto che quegli uomini finivano in manicomio criminale in maniera sproporzionata.

L'interpretazione culturalmente connotata di queste scoperte iniziò a sortire qualche effetto. Nel 1968, un articolo inesatto di giornale assegnò un Y in più al pluriassassino Richard Speck.

Nel 1971, Bentley Glass, uno stimato genetista, invocò un nuovo programma di eugenetica presumibilmente benintenzionato per aiutarci a "sbarazzarci" dei "devianti sessuali quali i tipo XYY". E il terzo film del 1992 della serie Alien si svolge in una lontana colonia penale nello spazio profondo riservata ai più pericolosi criminali della galassia, gli XYY.

Tuttavia studi più circostanziati sugli XYY stavano dimostrando che non erano affatto iperaggressivi e supercriminali.

La loro eccessiva presenza nei manicomi criminali era incontestabile, ma anche gli XXY erano presenti in percentuale maggiore per quanto vivessero la situazione opposta del "cromosoma della violenza" in più! Gli individui con anomale configurazioni cromosomiche erano evidentemente più facili a farsi beccare che non più propensi a commettere crimini.

Nel giro di poco tempo fu avviato uno screening per identificare i neonati con la sindrome XYY e monitorarli, ma i ricercatori si scontrarono con un comma 22 nella struttura del progetto: a meno di non ingannare i genitori di un XYY, avrebbero sottoscritto una profezia che si auto adempiva dato che poi i genitori avrebbero cresciuto i figli nell'aspettativa delle loro tendenze criminali. Perciò, dopo qualche protesta, lo screening fu cassato. Però qualche anno dopo i genetisti che avevano pubblicato la ricerca originale fustigarono gli "ambientalisti che si sentivano ovviamente minacciati dall'ipotesi che potesse esistere una componente genetica nel comportamento" come se fossero gli altri quelli che avevano introdotto la politica nella scienza.

Il problema era che quegli scienziati non erano abbastanza sintonizzati con le conseguenze politico-sociali di quanto facevano. Sul versante scientifico, gli attributi maschili forniti dal cromosoma y in più sembrano limitati ad altezza e acne. La spiegazione più probabile per la reclusione a causa del comportamento aggressivo potrebbe inoltre essere una semplice conseguenza di un fenomeno ben noto in genetica, cioè che aggiungendo materiale cromosomico oltre al normale in genere l'intelligenza e la durata della vita diminuiscono. Il cromosoma Y, essendo molto piccolo e provvisto di pochi geni, consente una durata della vita più alta e compromette meno l'intelligenza rispetto agli altri cromosomi addizionali. Quindi quasi tutti gli Xyy tendono a essere persone comuni, ignare del proprio genotipo e senza motivo alcuno di sospettare di non essere normali.

Stranamente, molto più tardi sia Hooton sia lo studio sugli Xyy furono citati in maniera lusinghiera in un libro apertamente schierato di Richard Herrnstein del 1985 che ventilava le basi genetiche della criminalità, un decennio prima del suo The Bell Curve.

A quanto pare, affermare che il crimine è genetico merita di finire sui giornali, mentre dovrebbe meritare di essere pubblicato solo quando riescono a dimostrarlo. Nella genetica del comportamento umano noi troviamo un modello straordinario in cui i ricercatori accampano ipotesi di associazioni dei geni con i comportamenti assieme a un'utilitaristica richiesta di ulteriori fondi e studi per corroborare questo risultato "preliminare", cui segue un'incapacità a corroborarlo meno ampiamente riportata. Gli esempi sono legione: alcolismo, depressione, "neofilia" , schizofrenia, omosessualità... Quando nel 1993 il gruppo di Dean Hamer annunciò di aver scoperto un legame genetico con l'omosessualità, la notizia finì sulla prima pagina del "New York Times", ma quando anni dopo un altro gruppo cercò lo stesso legame genetico usando i medesimi metodi, senza trovarlo, ottenne soltanto la pagina 17.

La domanda chiave della genetica comportamentale è: che cosa sappiamo oggi su questa scienza moderna? Che cosa abbiamo ricavato da Davenport, o dagli studi di Hooton sui criminali, o dalla sindrome Xyy che possa indurci a credere che esistono basi biologiche del crimine e che possiamo studiarle scientificamente? Cosa sappiamo che loro non sapevano? Possiamo dimostrare che non ripetiamo sempre e sempre gli stessi errori intellettuali, però oggi aiutati da tecnologie diverse e più sofisticate?

La cosa tragica è che di solito non possiamo. Tra gli annunci interessati della genetica comportamentale e gli interessi sociali e politici dei conservatori che si accorgono che la loro piattaforma può essere rafforzata da una base innata per la devianza comportamentale, troviamo davvero poco che possa guidarci a trovare la presunta base scientifica per comprendere il comportamento umano.

Spesso si sente dire con aria di sfida "trovate cos'è che non va nella ricerca"... abbattetela. l’hai criticata, hai posto interrogativi, sostiene la sfida, però non l'hai confutata. La risposta è semplice: non ne ho bisogno.

In campo scientifico l'onere della prova è sempre in chi rivendica, non è a carico del critico. La sfida "dimostrami che ho sbagliato" è la classica firma del cialtrone e del ciarlatano, quello che vorrebbe farci credere che sono stati i marziani a costruire le piramidi o che sa comunicare con i morti o che il suo corpo è l'involucro dello spirito reincarnato della regina d'Atlantide. La credibilità scientifica esige elevati parametri di prova. Le ipotesi non costano niente e hai diritto di credere a ciò che vuoi, e persino a farci qualche saldino, ma se accampi l'autorevolezza della scienza a conferma di ciò che credi devi aspettarti di essere sottoposto a un fuoco di fila straordinario di domande.

E non metterti a piangere.

Certe volte non possiamo nemmeno identificare l'errore. Ripensate soltanto al test ematico di Manoilov degli anni venti, che poteva distinguere sesso, razza e tendenze sessuali di una persona. Bastava aggiungere una qualche sostanza, scrollare il campione e aspettare, e guardare. In sé e per sé non era tanto incredibile anche se eravamo prima della scoperta del cromosoma del sesso o dei metodi per analizzarli in modo credibile. Forse Manoilov aveva inconsciamente elaborato un primitivo esame delle concentrazioni ormonali?

Il dato interessante è che ha generato molto interesse e ben poche critiche nella letteratura scientifica.

Hooton, il massimo studioso americano della razza, avrebbe salutato con favore un test del genere, eppure non accettò quello di Manoilov. Non perché sapeva che i risultati di Manoilov erano errati, ma perché sapeva che erano impossibili. Erano tanto aberranti dal punto di vista del pensiero antropologico critico che non sembrava nemmeno il caso di parlare di "giusto" o "sbagliato".

Tuttavia il test ematico di Manoilov sembrava avere un notevole senso culturale. In fondo, il sangue è una potente metafora dell'ereditarietà. Di solito noi diciamo che i caratteri sono "nel sangue". Però essere russo o ebreo (in maniera sintomatica Manoilov dava per scontato che non si potesse essere entrambi!) era un dato della storia sociale, non una questione di sangue letterale. Essere lettone o polacco era storia politica, non naturale.

Come riassunse Hooton nel suo testo del 1931 Up from the Ape: "I risultati del test di Manoilov non ispirano fiducia [.. .]. È inconcepibile che tutte le nazionalità, che sono soprattutto gruppi politici e linguistici, possano essere distinte razzialmente e fisiologicamente".

Andrebbe notato che Hooton non ha mai identificato un difetto tecnico e metodologico nel test ematico. A tutt'oggi non sappiamo che cosa esaminasse davvero quello strano esame. è molto probabile che stesse semplicemente confermando le aspettative del ricercatore.

Un'altra generalizzazione antropologica sulla scienza: è facilissimo trovare i risultati di cui sei già convinto.

Comunque la ricerca di Manoilov era ancora citata nei manuali di genetica degli anni quaranta. E perché no? Era tecnologica, era statistica, era quantitativa ed era metodologicamente esplicita. Però era assurda.

Sarebbe un'impresa insensata cercare di identificare il problema metodologico in ogni studio che scopre differenze biologiche tra le persone. Invece possiamo integrare il sapere scientifico e umanistico sulla nostra specie per identificare i più gravi errori culturali associati agli studi suddetti, che ci indirizzeranno, come esempio da non ripetere, verso rotte scientifiche più fruttuose.




Il presente argomento è ripreso dal libro:
“Che cosa significa essere scimpanzè al 98%” di Jonathan Marks, stampato da Feltrinelli ed è suddiviso nelle seguenti pagine:

Inoltre lo stesso argomento è trattato in Internet nel documento "Il caso Lysenko"

 


Pagina inserita nel sito www.polesine.com il 19-06-2005

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