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L'eugenetica: ovvero la tirannia giustificata dalla [pseudo]scienza

La responsabilità e le affermazioni della genetica umana

Madison Grant era un agiato avvocato newyorkese uscito da Yale, con enormi baffoni e un pallino per la biologia. Assieme all'amico Theodore Roosevelt contribuì a fondare la New York Zoological Society, e il suo libro del 1916, The Passing of the Crear Race è un classico del pensiero sociale popolare americano.

In esso sosteneva che l'America era messa in pericolo geneticamente dai poveri bassi e scuri che arrivavano a frotte dall'Europa dell'Est e del Sud, e che l'unica maniera per salvare l'America era mettere in vigore delle leggi per sterilizzarli e limitare l'accesso, specificamente sulla base del pool genetico americano. Grant propugnò l'eliminazione dei deboli o disadatti, "iniziando sempre con criminali, malati e folli, passando poi gradualmente ai... tipi razziali inferiori".

Se vi suona poco americano o poco moderno, avete ragione. È questo a renderlo interessante. Madison Grant non era un nazista perché nel 1916 non ce n'erano ancora, ma verso la metà degli anni venti le leggi federali per il blocco dell'immigrazione c'erano eccome nei codici degli Stati Uniti, e le leggi statali per la sterilizzazione furono confermate dalla sentenza Buck vs. Bell della Corte suprema del 1927. Nell'America degli anni venti erano idee popolari.

Mi piacerebbe raccontarvi che gli scienziati si sollevarono indignati per sconfessare questo libro. Alcuni, come l'antropologo Franz Boas, lo fecero. La maggior parte no. Per esempio, il libro fu recensito su "Science" da un genetista del MIT, che se ne dichiarò entusiasta. Era un ottimo testo per il settore se eri un genetista perché parlava fondamentalmente dell'importanza di una buona ereditarietà per la vita sociale americana. Purtroppo non era un quadro molto distorto della genetica contemporanea. Era un'applicazione delle idee moderne della genetica alla soluzione dei problemi sociali, ed è per questo che fu recensito favorevolmente e Grant ricevette lettere entusiastiche da politici tanto diversi come Theodore Roosevelt e Adolf Hitler.

Quello scritto da Grant, un manifesto del movimento "eugenetico" in America, è in realtà quanto pensava la maggior parte dei genetisti. Fondamentalmente è quanto insegnavano e scrivevano tutti. Quindi potevano promuoverlo come interpretazione scientifica dei problemi sociali. Se ti opponevi eri bollato come antiscientifico, uno che andava contro il progresso e contro la modernità.

Sarebbe un errore sottovalutare questi scienziati visto che lì c'era in ballo un ragionamento scientifico assai seducente. L’ispirazione scientifica di Madison Grant erano le ricerche del suo caro amico Charles Davenport, uno dei due sommi genetisti americani dell'epoca, che affrontava i problemi sociali da un punto di vista scientifico, in stile materialismo genetico. I geni o "germeplasma" codificano il cervello, sosteneva Davenport nel suo testo del 1911 Heredity in Relation to Eugenics. Il cervello è la casa della mente. La mente contiene i pensieri che portano alle azioni. Perciò i cattivi pensieri e azioni sono causati dai geni cattivi.

In altri termini, in linea di principio l'immoralità potrebbe essere controllata biologicamente regolando le morti e le nascite delle persone immorali. Non è stupido o illogico, però è sbagliatissimo.

Eppure potete prendere praticamente qualsiasi manuale di genetica degli anni venti e ci troverete queste idee. Ecco un passo particolarmente interessante tratto dalla prima edizione di un manuale ampiamente usato del 1925: "[P]ersino nell'ambiente più favorevole ci sarà sempre un gran numero di individui che sono costantemente al limite dell'esistenza autosostentante e il cui contributo alla società sarà tanto limitato che l'eliminazione del loro gruppo sarebbe un vantaggio". Ecco un altro pensiero prettamente antiamericano: eliminare un gruppo di persone basandosi sul loro limitato contributo alla società! Ovviamente si tratta solo dei poveri, ma ricordate quanto diceva poco sopra Madison Grant: partiamo dai poveri per arrivare ai tipi razziali poco validi. Dovrebbe ricordarci in maniera inquietante gli autorevoli pronunciamenti scientifici nella Germania di parecchi anni dopo.

Il problema è perenne quanto semplice: quando la scienza giustifica la violazione dei diritti civili e umani allora non importa più quali persone o quali diritti. E sarà sempre meno costoso ammazzare le persone piuttosto che lavorarci sopra, come sappiamo con un tragico senno di poi. La storia di quel manuale è istruttiva: l'intero capitolo in questione fu eliminato nella seconda edizione del 1932. Naturalmente tra il 1925 e il 1932 c'era stato il crollo dei mercati azionari e le azioni di quasi tutte le persone erano state azzerate dimostrando con discreta chiarezza che il benessere economico non era un segnale credibile del valore genetico, un dato che i genetisti non avevano ben afferrato fino a quel momento.

Il succo di questa lezione di storia è che i fatti non parlavano affatto da soli.

Le risposte scientifiche ai problemi sociali imponevano interventi politici. Gli scienziati come Davenport lo sapevano e puntavano a quello. È facile capire con il senno di poi che si sbagliavano. Ma ciò non aiuta gli americani che sono stati sterilizzati contro la loro volontà o coloro che non sono riusciti a sfuggire al regime nazista per colpa delle nuove leggi statunitensi sull'immigrazione, più restrittive.

I genetisti di oggi sono gravati da un fardello di responsabilità a causa degli errori dei loro predecessori? E se è così, quale sarebbe?

Credo che la risposta sia sì, e ritengo che il fardello sia questo: la responsabilità di capire cos'erano quegli errori, e di garantire che non si ripetano. In fondo, in campo scientifico non hai il diritto di ripetere più volte gli stessi errori, hai solo il diritto di commettere errori nuovi e creativi.

Naturalmente oggi nessuno sta parlando seriamente di far nascere una versione migliore di cittadino, ma d'altro canto sappiamo anche che crimine e povertà non sono problemi biomedici. I crimini sono definiti per convenzione sociale, e la povertà è il risultato di forze sociali, non biologiche. L’atto di togliere la vita a un uomo può essere giustificato in tempo di guerra o per legittima difesa o per tenere buoni gli dèi o in altri contesti. è il contesto, non il mero atto a definire un crimine. Il crimine consiste specificamente nel togliere la vita a un uomo nel contesto sbagliato. Quindi la genetica non è l'arena adatta per i tentativi attuali di risolvere il problema della criminalità.

E ciò ci riporta alla genetica comportamentale.

Quando nel 1993 il National Institute of Realth decise di sponsorizzare un simposio in cui si esploravano le basi genetiche del crimine si scontrò con un'enorme opposizione. Alcuni l'hanno volgarizzata come "correttezza politica", suggerendo che era un antimodernismo insensato, emotività antiscientifica, ma altri hanno apprezzato che il movimento eugenetico, purtroppo passato ampiamente inosservato fino a quando non era troppo tardi, avesse incontrato una reazione simile. Non è un problema risolvibile sapere se il crimine abbia basi genetiche, però l'idea che possa avere una base del genere può far nascere facilmente teorie stravaganti capaci di insinuarsi nell'immaginario collettivo e persino di decidere le politiche da attuare. Perciò faremmo meglio a esserne sicuri al 100%.




Il presente argomento è ripreso dal libro:
“Che cosa significa essere scimpanzè al 98%” di Jonathan Marks, stampato da Feltrinelli ed è suddiviso nelle seguenti pagine:

Inoltre lo stesso argomento è trattato in Internet nel documento "Il caso Lysenko"

 


Pagina inserita nel sito www.polesine.com il 19-06-2005

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