Le
linee elettriche provocano il cancro?
Quando la scienza deve fare i conti con la disinformazione
Ad un recente corso di aggiornamento sulla compatibilità
elettromagnetica organizzato presso l'Università
di Pavia si è parlato, tra l'altro, dello stato delle
conoscenze scientifiche sulla possibilità o meno
di rischi alla salute dovuti all'esposizione ai campi elettromagnetici
generati dalle linee elettriche e, per estensione, dalle
comuni apparecchiature elettriche che usiamo a casa e sul
lavoro. Si è inoltre parlato delle normative e della
leggi a riguardo.
Iniziato come un campo di investigazione puramente scientifico,
innescato da alcune indagini epidemiologiche, il problema
ha assunto un interesse di carattere sempre più sanitario
ed ha polarizzato l'opinione pubblica fino ad interessare
le autorità competenti nel definire norme e misure
di protezione.
Molto spesso la stampa, i mezzi di comunicazione ed altre
fonti estranee al settore hanno dedicato all'argomento un'ampia
attenzione, spesso con toni allarmistici. La questione è
uscita dai laboratori ed è approdata, nelle aule
dei tribunali, nei consigli regionali e provinciali e in
parlamento, talvolta con prese di posizione strumentali
ed irresponsabili.
Tutto ciò è il risultato finale di una sempre
crescente apprensione dell'opinione pubblica dovuta principalmente
alla distorsione di informazione sull'argomento. Un ruolo
decisivo è stato giocato dalle interpretazioni arbitrarie
dei risultati degli studi da parte di persone estranee al
settore di ricerca.
Quando è la nostra salute e quella dei bambini che
viene chiamata in causa è facile provocare apprensioni
ed inquietudini e dovrebbe essere di rigore avere una chiara
competenza sugli argomenti in discussione prima rilasciare
dichiarazioni pubbliche che possono causare allarme.
Tali atteggiamenti hanno indotto i cittadini a credere
che esistano prove certe dell'esistenza di un nesso di causa
ed effetto tra determinate situazioni di esposizione ai
campi elettromagnetici e l'insorgenza di patologie tumorali
e che tale presunto nesso comporti rischi rilevanti per
la salute.
Un altro argomento di riflessione che emerge da questo
caso può essere l'evoluzione non sempre pacifica
e lineare della conoscenza scientifica ed i problemi di
divulgazione dell'informazione tra gli addetti ai lavori
ed il resto della popolazione.
Ma in che termini si pone esattamente il problema?
I campi magnetici a frequenza di 50 periodi al secondo
(60 negli Stati Uniti) sono generati dalle linee elettriche
aeree che passano sui pali ed i tralicci della ragnatela
di elettrodotti che copre il nostro paese, ma anche dai
comuni elettrodomestici e da qualsiasi altro apparecchio
che funzioni sfruttando l'energia elettrica, nonché
dai conduttori elettrici che passano nei muri delle nostre
abitazioni. Possono questi produrre effetti dannosi alla
salute, aumentare il rischio di leucemie, soprattutto nei
bambini, e di tumori al cervello?
E' questo un interrogativo a dir poco inquietante e non
stupisce che negli ultimi vent'anni si sia innescato un
dibattito sempre più acceso che ormai ha assunto
il tono della disputa tra fazioni opposte.
Iniziamo dicendo che alle basse frequenze ci troviamo di
fronte a radiazioni non ionizzanti, cioè con un'energia
non sufficiente a rompere i legami chimici dei tessuti biologici.
Per le frequenze di 50 Hz il campo elettromagnetico che
naturalmente si associa al passaggio di corrente nei conduttori
può essere visto separato in un campo elettrico ed
uno magnetico ed ha una bassa energia associata che esclude
gli effetti che si possono avere alle alte frequenze delle
radiazioni non ionizzanti (ad esempio il riscaldamento dei
tessuti nel caso delle microonde).
I primi studi sui possibili effetti biologici dei campi
elettrici a frequenza industriale di 50 e 60 Hz furono fatti
verso la fine degli anni '60 in Russia su alcuni lavoratori
addetti a stazioni elettriche di alta tensione che accusavano
sintomatologie di vario tipo come cefalee, nausee e malesseri.
Tali sintomi furono attribuiti dagli autori dello studio
ai campi elettrici generati dagli impianti elettrici presso
i quali i soggetti lavoravano.
Tali studi, resi noti in ambito internazionale, furono
trovati tutt'altro che esaurienti, ma innescarono una serie
di ricerche sugli effetti biologici dei campi elettrici.
Già dai primi studi emerse però abbastanza
chiaramente che i livelli di campo elettrico, anche in prossimità
degli impianti ad alta tensione, non erano responsabili
di effetti nocivi alla salute.
Per quanto riguarda invece l'origine dell'interesse per
una presunta insorgenza di patologie tumorali causate dall'esposizione
ai campi magnetici, le indagini si intensificarono dopo
i dati pubblicati nel 1979 da un'indagine epidemiologica,
condotta a Denver negli USA, secondo la quale veniva indicato
un debole aumento del rischio di contrarre leucemie nei
bambini residenti in prossimità di linee elettriche.
Secondo gli autori, questo aumento di rischio era da imputare
ai campi magnetici delle linee stesse.
Ovviamente questa indagine diede inizio ad una quantità
di studi sia epidemiologici che in laboratorio su animali
o culture cellulari, al fine di poter confermare o rifiutare
questa ipotesi.
Dopo più di vent'anni di studi si può affermare,
richiamando il giudizio di importanti organismi internazionali
che hanno esaminato la vastissima letteratura scientifica
sull'argomento, che lo stato attuale delle conoscenze consente
di escludere i campi elettrici degli elettrodotti come causa
di effetti nocivi per la salute.
Per quanto riguarda l'esposizione ai campi magnetici, sebbene
alcuni studi epidemiologici hanno ipotizzato un'associazione
con forme tumorali piuttosto rare, il quadro generale delle
indagini epidemiologiche è contraddittorio. In alcuni
studi non sono rilevate associazioni statistiche, in altre
si hanno coefficienti di correlazione (un indice dei rischi
relativi) ma i valori sono sempre modesti e spesso statisticamente
non significativi.
E' importante precisare a questo punto che gli studi epidemiologici,
per la loro natura strettamente statistica, non sono in
grado di stabilire generalmente l'esistenza di una relazione
causa-effetto, ma sono adatti solo a sollevare ipotesi.
Tali ipotesi dovranno poi essere verificate sperimentalmente
in laboratorio.
Gli studi epidemiologici sui campi elettromagnetici soffrono
tra l'altro di limitazioni, tipo la debolezza dei coefficienti
di correlazione, la modesta numerosità dei campioni,
la scarsa tenuta in considerazione di tutti i possibili
fattori confondenti e l'insufficiente definizione delle
reali condizioni di esposizione ai campi (fattori che rendono
i diversi risultati ottenuti difficilmente confrontabili).
Si noti, tra l'altro, che sebbene nei risultati dei più
recenti studi epidemiologici veniva misurata l'esposizione
al campo magnetico, si rilevavano valori di esposizione
estremamente bassi, comuni a quelli presenti nelle abitazioni
e negli uffici anche quando non sono presenti linee elettriche
esterne. Come ulteriore complicazione poi il campo che viene
prodotto da elettrodomestici come asciugacapelli e rasoi
è di intensità anche 1000 volte superiore
a quello rilevato, ma l'uso di questi elettrodomestici è
saltuario, mentre l'esposizione ai campi più bassi
prodotti dalle linee elettriche è permanente.
Un esame della letteratura aggiornata al 1995 relativa
a tutti gli studi epidemiologici e di laboratorio sull'argomento
è riportata in bibliografia [2]
Sul piano degli studi di laboratorio continuano allo stato
attuale a non emergere elementi in favore della carcinogenicità
dei campi in questione. A questo proposito esistono "effetti"
dovuti al campo sulle strutture biologiche (che possono
avere una carica elettrica interagente col campo) la questione
riguarda invece la innocuità o dannosità di
questi effetti per la salute.
Anche le indagini apparentemente più plausibili
si scontrano con problemi di riproducibilità dei
risultati da parte di gruppi indipendenti di ricercatori
[5].
Pur in mancanza quindi di alcuna prova definitiva sugli
eventuali rischi per la salute associati all'esposizione
ai campi elettromagnetici, la crescente preoccupazione dell'opinione
pubblica ha rappresentato negli ultimi anni una spinta sempre
più insistente verso l'emanazione di norme protezionistiche.
A riguardo sono state definite delle linee guida dall'Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS), riprese a livello internazionale,
comunitario e nazionale (in Italia con i DPCM 24/4/92 e
DPCM 28/9/95).
L'adeguamento alla normativa avrà dei costi, costi
che qualcuno deve pagare, ma fornisce per i timorosi una
ragione in più per stare tranquilli indipendentemente
dal mancato accertamento di una prova conclusiva sull'esistenza
del pericolo.
Molti aspetti dell'attività e dell'esistenza umana
sono associati a dei possibili rischi, che vengono percepiti
come "rischi sostenibili" o meno in base a criteri
culturali che spesso non sono ne razionali ne scientifici.
Guidare un'automobile, ad esempio, è un'attività
ad alto rischio, se guardiamo le statistiche delle morti
per cause accidentali, ma non viene percepito solo come
motivo di "preoccupazione" dalla maggioranza dell'opinione
pubblica. Nel caso dei campi elettromagnetici esiste invece
la paura ma non la prova della loro pericolosità.
Un atteggiamento serio e responsabili da parte di chi contribuisce
alla formazione dell'opinione pubblica è necessaria
e fondamentale perché la valutazione dei rischi venga
fatta nel modo più sereno e razionale possibile.
Per concludere una considerazione di carattere psicologico.
Risalendo all'origine di tutta la questione troviamo la
decisione di associare alcune variazioni nelle statistiche
dei casi di cancro in determinate zone con la presenza di
linee e stazioni elettriche. Il dibattito è avvenuto
in un arco di tempo in cui la sensibilità ecologica
era in aumento. Tralicci e stazioni elettriche possono essere
stati facilmente percepiti come elementi "estranei"
ed "ostili" nel territorio, oltretutto in un periodo
in cui l'impatto ambientale era meno considerato di quanto
lo sia adesso nel loro progetto. Da qui all'innesco di una
"epidemia di paura", complice la disinformazione,
il passo può essere stato breve.
PER SAPERNE DI PIU':
[1] Conti R., Nicolini P. Silvestri A. Vecchia P; Problematiche
sanitarie connesse con i campi elettromagnetici a bassa
frequenza: genesi, stato delle conoscenze scientifiche,
quadri di riferimento normativo; Atti del Corso di Aggiornamento
su: Compatibilità elettromagnetica e norme comunitarie
negli impianti di energia; Pavia 24-27 Giugno 1996.
[2] CIGRE Comitato 36.06; Campi elettrici, campi magnetici
e tumori: un aggiornamento della letteratura al 30 Giugno
1995; L'Energia Elettrica, vol. 73 n.1, gennaio-febbraio
1996.
[3] Petrini C., Vecchia P; Problematiche sanitarie connesse
con le linee elettriche ad alta tensione; AEI, vol. 80 n.
4, Aprile 1993.
[4] Conti R., Nicolini P., Silvestri A; Protezione dai
campi elettrici e magnetici a frequenza industriale; AEI,
vol. 80 n. 4, aprile 1993.
[5] Taubes G; Another blow weaken EMF-Cancer link; Science
vol. 269, settembre 1995.
[6] Perry T.S; Today's view of magnetic fields; IEEE Spectrum,
dicembre 1994.
di Andrea Albini per Scienza
& Paranormale