Ritorna alla prima pagina.
   

Il percorso di questa pagina è:


Da pneumatici a sandali

... (1)

1. Origine della flessibilità genetica per conseguire maggiori progressi nella complessità.

Per gli evoluzionisti la scoperta forse più interessante e inattesa della genetica molecolare emerse negli anni sessanta, quando uno studio dopo l'altro dimostrò che, negli organismi pluricellulari, solo una piccola percentuale del materiale genetico totale è costituita da geni funzionali in copie singole. La maggior parte del materiale genetico non contiene con ogni probabilità informazioni utili alla produzione dell'organismo e al mantenimento di un corpo funzionante. Inoltre molti geni esistono in più copie per ragioni oscure, non connesse alle funzioni necessarie dei corpi.
Ben presto, tuttavia, divenne chiaro agli evoluzionisti che la ridondanza delle copie multiple potrebbe essere la condizione cruciale che si richiede per l'evoluzione della complessità. Supponiamo che il progenitore unicellulare originario di tutti gli organismi complessi avesse una sola copia di ciascun gene e che ogni gene specificasse una funzione vitale. (Questa tesi non è una mera congettura, ma rappresenta lo stato reale degli organismi più semplici oggi viventi e il modello migliore per i progenitori più remoti degli organismi pluricellulari.) Questi organismi funzionano molto bene; potrebbero essere affinati in modo ottimale dalla selezione naturale e spogliati di tutto il grasso e i cascami inutili. Ma ora emerge un enigma per l'evoluzione: questi organismi ridotti a una funzionalità essenziale possono suscitare la nostra ammirazione per la loro efficienza, ma come possono cambiare nel senso cruciale di acquisire nuove capacità più complesse? Ogni gene specifica la produzione di qualcosa di vitale; esso può mutare solo per miglioramento diretto nel proprio ambito. Questo tipo di sistema genetico non offre alcuna flessibilità, alcun gioco, alcuna capacità di aggiungere qualcosa di veramente nuovo.
Questo enigma condusse gli evoluzionisti a comprendere il ruolo fondamentale delle copie multiple nel permettere l'evoluzione della complessità. Se certi geni esistono in varie copie, soltanto una delle quali provvede al bisogno funzionale del corpo, le altre copie sono libere di sperimentare, di variare e di aggiungere capacità attraverso colpi occasionali di fortuna.
Fin qui tutto bene, ma ora ci troviamo davanti a un rompicapo logico: se non fraintendiamo radicalmente la natura fondamentale della causalità, le copie multiple non possono avere origine "in vista della" loro utilità nel permettere la complessità in un futuro lontano milioni di anni. Le copie multiple sono la chiave alla complessità, ma devono essersi evolute per altre ragioni: il principio del mutamento bizzarro di funzioni, qual è esemplificato dalla trasformazione di pneumatici in sandali e ciabatte.
Questo caso è particolarmente interessante perché la ragione iniziale della duplicazione (il riciclaggio della gomma degli pneumatici) non può aver molto a che fare, di per sé, con la selezione naturale, tradizionalmente concepita nei termini di organismi che lottano per il successo nella riproduzione. La duplicazione può verificarsi per selezione al livello inferiore - quello dei geni - un processo invisibile nel mondo a scala maggiore dei cunei. Anche i geni svolgono il gioco della selezione naturale, e quelli che sviluppano la capacità di duplicarsi e di muoversi (trasposoni, o geni che saltano) assicurano vantaggi a questo livello inferiore, esattamente come gli organismi si affermano nel mondo di Darwin lasciando una prole superstite più numerosa. In realtà la duplicazione genica può essere portata avanti senza produrre alcun effetto sui corpi .nel mondo macroscopico, poiché la sua invisibilità al livello darwiniano del cuneo assicura che nessuna pressione negativa della selezione naturale impedisca l'accumulazione delle copie extra "superflue". Ma questi geni duplicati "ridondanti" possono ospitare la sorgente latente della posteriore complessità.


2. L'evoluzione di cellule complesse.

Molti biologi fisserebbero la distinzione fondamentale della natura non tra piante e animali, o addirittura tra organismi unicellulari e pluricellulari, bensì all'interno del gruppo degli organismi unicellulari. I procarioti, strutturalmente semplici - batteri o cianoficee – non hanno organelli all'interno della loro cellula: né nucleo o cromosomi né mitocondri. Gli eucarioti, più complessi, hanno evoluto la serie di strutture interne che arricchiscono (o complicano in modo nefasto, a seconda del punto di vista o del livello) quasi tutti gli esami finali di biologia delle scuole superiori con la domanda inevitabile: elenca tutte le parti della cellula e specificane le funzioni.
L'aumento della complessità dai procarioti agli eucarioti viene giudicato fondamentale, anche perché consideriamo gli organismi eucarioti una condizione assoluta alla posteriore evoluzione degli organismi pluricellulari. (Per citare un solo argomento canonico: l'evoluzione darwiniana della complessità richiede un'abbondante variazione per alimentare la selezione naturale; la maggior parte della variazione deriva dalla mescolanza, per opera della riproduzione sessuale, di due sistemi genetici diversi in ogni figlio; la riproduzione sessuale richiede un meccanismo per la divisione esatta del materiale genetico, cosicché il 50 per cento trasmesso da un genitore si unisca al 50 per cento trasmesso dall'altro ricostituendo nella prole il necessario 100 per cento; la meiosi per divisione riduzionale di cromosomi appaiati è l'invenzione biologica che assicurò una separazione uguale; i procarioti, mancando di cromosomi e di altri organelli, non possono produrre un dimezzamento genetico esatto.)
Ci imbattiamo qui nello stesso enigma che abbiamo incontrato nell'ultimo esempio. Possiamo vedere perché la vita pluricellulare abbia richiesto l'evoluzione di organelli, ma le cellule eucariotiche hanno avuto origine almeno 800 milioni di anni prima dell'origine degli animali pluricellulari, cosicché il progresso verso la complessità pluricellulare non può essere la ragione per cui si sono evoluti gli organelli.
Una fra le teorie favorite per spiegare l'origine di alcuni organelli (i mitocondri e i cloroplasti, ma non purtroppo il nucleo per il quale non esiste attualmente alcuna buona teoria) invoca il processo della simbiosi. Mitocondri e cloroplasti hanno un aspetto stranamente simile a quello di interi organismi procariotici (posseggono un proprio DNA e hanno la stessa grandezza di molti batteri). Quasi certamente iniziarono la loro esistenza come simbionti all'interno di cellule di altre specie e in seguito furono pienamente integrati a formare la cellula eucariotica (cosicché ogni cellula nel nostro organismo ha lo status evoluzionistico di un'anteriore colonia). Ora, si può sostenere che sia stata l'azione del cuneo a costringere gli antenati dei mitocondri a una vita di simbiosi. Questi batteri, acquisendo protezione o che altro, non entrarono nell'eucariote primordiale per fornire un'opportunità di complessità pluricellulare con un miliardo di anni di anticipo. La simbiosi ebbe luogo per ragioni darwiniane immediate; poi la ruota deviò dalla sua traiettoria precedente e permise alla simbiosi di fare i primi passi sulla via della complessità pluricellulare.

3. I caratteri di base della coscienza umana.

La ruota e. il cuneo interagirono poi per più di mezzo miliardo di anni fino alla separazione della nostra linea genealogica da quella del progenitore degli scimpanzè, verificatasi da sei a otto milioni di anni fa. Il cuneo produce un certo movimento in avanti (e molti vicoli ciechi di iperspecializzazione), ma è la ruota a inaugurare ogni ambito di mutamento: gli arti di uno strano gruppo di pesci, grazie a una disposizione-insolita delle ossa delle pinne, sono in grado di reggere il peso del corpo sulle terre emerse (vedi saggio 4); i mammiferi ottengono una chance, dopo essere rimasti per 100 milioni di anni in una situazione di ristagno, grazie all'estinzione in massa dei dinosauri.
Comincia ora il processo dell'ominazione con l'Australopithecus. A questo punto non prevale infine il cuneo? La tendenza alla crescita della capacità cranica - dall'Australopithecus all'Homo habilis, all'Homo erectus, a noi - non è guidata dalla comune selezione naturale sulla base dei vantaggi apportati dalla superiore cognizione? Permettetemi di adottare l'argomento più prudente del cuneo (che non è la mia vera opinione) e di rispondere: "Sì, certo; sono d'accordo. Il cervello umano aumentò le sue dimensioni perché la selezione naturale favorì direttamente alcuni caratteri cognitivi che conferirono vantaggi nella competizione agli individui dal cervello più voluminoso."
Una tale ammissione implica forse che le basi della cognizione umana, i tratti fondamentali che designano, come “umanità" o "natura umana", siano stati costruiti direttamente dall'azione del cuneo? Ovviamente non esiste argomento più importante di questo ai fini della comprensione della natura umana, e tuttavia meno apprezzato nel suo giusto valore. Sì, il cervello umano si è ingrandito per opera della selezione naturale. In conseguenza però della sua grandezza accresciuta - e della densità neurale e del numero delle connessioni così conseguito - divenne in grado di svolgere una varietà immensa di funzioni prive di alcun rapporto con le ragioni originarie dell'aumento di dimensioni. Il cervello non divenne grande perché potessimo imparare a leggere o a scrivere o a fare calcoli aritmetici o a determinare le stagioni e tuttavia la cultura umana, quale la conosciamo, dipende da abilità di questo genere. Se mi considerate un accademico inguaribilmente campanilista per il fatto che cito soltanto le abilità di un'élite intellettuale, rispondo che tra le conseguenze collaterali fortuite dell'aumento di dimensioni del cervello ci sono tutte le attività mentali. Che cosa dire del linguaggio, il comune denominatore e il fattore distintivo più citato dell'umanità? E non intendo designare con questo termine l'uso di suoni o gesti per la comunicazione, che è presente anche in molti animali complessi. Mi riferisco alla sintassi unica e alla sottostante grammatica universale di tutte le lingue. Non posso dimostrare che lo sviluppo del linguaggio non sia stato alla base dell'accrescimento delle dimensioni del cervello per selezione naturale, ma gli universali del linguaggio sono così diversi da qualsiasi altra cosa in natura, e così capricciosi nella loro struttura, che pare ovvio abbiano avuto origine come conseguenza collaterale dell'accresciuta capacità del cervello piuttosto che come un semplice progresso su una linea continua dai borbottii e dai gesti dei nostri progenitori. (Non accampo alcuna pretesa di originalità per quest'argomentazione sul linguaggio. Il ragionamento consegue direttamente come una lettura evoluzionistica della teoria della grammatica universale di Noam Chomsky.)
Per citare un altro esempio, consideriamo l'argomentazione di Freud sull'origine della religione, o almeno della fede in una qualche forma di persistenza dopo la morte come è carattere comune di questa istituzione. Secondo Freud tutte le religioni credono nella persistenza personale dopo la morte: in cielo, o attraverso la reincarnazione, o in un' anima universale o semplicemente tramite la continuità della tradizione. Questa convinzione forma la base comune della religione perché il nostro grosso cervello ci ha "costretti" a imparare e a riconoscere il dato di fatto della mortalità personale (un concetto non compreso chiaramente da alcun altro animale). Ora, non si può affermare che il nostro cervello sia diventato cosi grande perché potessimo comprendere il fatto della nostra morte; la conoscenza della mortalità è una conseguenza collaterale inevitabile (e in gran parte sfortunata) di capacità mentali che si sono sviluppate per altre ragioni. Eppure questa conoscenza indesiderata forma la base di un'istituzione che è spesso considerata la conseguenza più fondamentale della natura umana.
Se caratteri come il linguaggio e la base della religione sono conseguenze secondarie della ruota, e non doni diretti del cuneo, la natura umana è un prodotto prevedibile del perfezionamento organico - temprato dalla competizione - o un insieme di conseguenze collaterali abborracciate in modo strano, le quali si fondano in una complessità neurale senza precedenti costruita per altre ragioni? Noi siamo un po' 1'una e un po' 1'altra cosa - anche se sospetto che dobbiamo di più alle bizzarrie della ruota che ai doni del cuneo - e in questo miscuglio risiedono la nostra speranza e il nostro destino.

Se ho turbato la vostra tranquillità attribuendo la genuina complessità della cognizione umana a una serie di circostanze fortuite (con una piccola concessione alla prevedibilità dopo ogni giro della ruota), devo scusarmi per un altro elemento di disturbo presente nella conclusione. Parliamo del "cammino dalla monade all'uomo" (per usare di nuovo un linguaggio in vecchio stile) come se 1'evoluzione seguisse vie continue di progresso lungo genealogie ininterrotte. Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà. Non nego che, nel corso del tempo, gli organismi "più avanzati" abbiano presentato la tendenza a un aumento della complessità. Ma la sequenza dai protozoi alle meduse, alle trilobiti, ai nautiloidi, ai placodermi, ai dinosauri, alle scimmie, all'uomo non è affatto una linea genealogica, bensì una serie cronologica di termini localizzati su rami dell'evoluzione privi di rapporti diretti fra loro. Inoltre, la vita non presenta alcuna tendenza alla complessità nel senso usuale, ma solo un'espansione asimmetrica della diversità attorno a un punto di partenza necessariamente semplice. Vorrei spiegare quest'ultima osservazione misteriosa: per ragioni di chimica organica e per la fisica dei sistemi auto-organizzantisi, la vita ebbe origine al limite inferiore delle dimensioni e della complessità conservabili nella documentazione fossile, o in prossimità di esso. Poiché la diversità, misurata come numero di specie, è cresciuta nel corso del tempo, i valori estremi nella distribuzione della complessità possono muovere solo in una direzione. Nessuna specie può diventare più semplice del punto di partenza, poiché la vita ebbe origine al limite inferiore della complessità conservabile. L'unica direzione aperta è quella verso l'alto, ma pochissime specie prendono questa strada. Una crescente complessità non è una tendenza di una linea genealogica ininterrotta, ma solo il limite superiore di una distribuzione che si espande al crescere della diversità complessiva. Noi ci concentriamo su questa coda superiore e ne definiamo l'espansione una tendenza perché desideriamo una qualche giustificazione evoluzionistica per la percezione che abbiamo di noi stessi come culmine prevedibile dell'evoluzione.
Ma consideriamo il sistema della variazione nel suo insieme, anziché concentrarci su alcune specie comprese nella coda superiore della distribuzione. Che cosa è mai cambiato, a parte questa diversità complessiva? L'organismo modale sulla Terra è oggi, com'è sempre stato e come probabilmente sarà sempre, una cellula procariotica. Ci sono più batteri nell'intestino di una persona che legge questo saggio di quante sono le persone sulla faccia della terra. E chi ha una speranza migliore di sopravvivenza a lungo termine? Potremmo distruggere noi stessi in un olocausto nucleare, ma i procarioti esisteranno probabilmente ancora il giorno dell'esplosione del Sole.
Il progresso come risultato prevedibile dell'azione di cause ordinate diventa perciò una doppia illusione: innanzitutto perché dobbiamo cercarne la causa più nella capricciosità della ruota della fortuna - che trasforma pneumatici in sandali e che instilla nei cervelli di grandi dimensioni il timore della morte che non nella prevedibile azione di eliminazione del cuneo, che spinge le scimmie a trasformarsi in uomini; e, in secondo luogo, perché il presunto movimento della vita verso il progresso è connesso solo alla nostra miope attenzione alla coda di una distribuzione la cui moda (in senso statistico) non si è mai spostata da una cellula procariotica.
Una ragione per la nostra profonda riluttanza ad abbandonare una visione della vita concepita come un prevedibile progresso ha poca relazione con la verità, e molta di più con un bisogno di conforto. Per una curiosa ironia, mentre faceva ricorso al cuneo per fornire il conforto supremo con l'affermazione che "tutte le qualità del corpo e della mente tenderanno a progredire verso la perfezione" (dalla sezione conclusiva dell'Origine delle specie), Darwin riconobbe anche una sfida nel carattere cruento della lotta incessante. Ne concluse perciò il terzo capitolo con una delle poche affermazioni consolanti di un pensatore molto realistico:

Quando riflettiamo su questa lotta, possiamo consolarci con la piena convinzione che nella natura la guerra non è continua, che la paura è sconosciuta, che la morte è in genere assai pronta, e che gli individui vigorosi, sani e felici sono quelli che sopravvivono e si moltiplicano.

Le nostre probabilità di capire la natura migliorerebbero grandemente se solo spostassimo altrove la nostra ricerca di conforto. (Il conforto sarà sempre disperatamente necessario in questa valle di lacrime, ma perché i fatti della nostra tardiva evoluzione dovrebbero essere usati per un servizio così poco appropriato, anche se nobile?) Forse sono solo un razionalista senza speranze, ma il fascino non è altrettanto consolante del conforto? La natura non è incommensurabilmente più interessante per le sue complessità e per la sua mancanza di conformità con le nostre speranze? La curiosità non è altrettanto mirabilmente e fondamentalmente umana della compassione?

Testo tratto da “Otto piccoli porcellini” di Stephen Jay Gould edito in Italia da Il Saggiatore

(1) Questa è una riproduzione parziale di uno degli scritti del libro per cui le metafore contenute possono non apparire immediatamente chiare, questo però non incide sulla comprensibilità del testo.

 

Tutti i testi attinenti a questo argomento:


Pagina contenuta nel sito www.polesine.com


Cerca all'interno del sito
Testo da cercare
e / o MAIUSCOLO / minuscolo

 
  Vai al sito di ezeta.net  
 Phuket, la perla del Sud

Entra nel sito di Phuket