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Serratia Marcescens
Storie del microbo che spiegò le epidemie e il
miracolo del sangue sulle ostie.
Tutti i prodigi di un batterio.
Senza minimamente voler giustificare possibili carenze di controllo
igienico, i casi sempre più frequenti, e spesso mortali, di
infezioni ospedaliere rappresentano una delle nuove sfide dei
microbi all'uomo. Da circa 150 anni, e cioè da quando abbiamo
le prove che i microrganismi possono causare le malattie infettive,
siamo soliti descrivere l'evoluzione dei rapporti fra l'uomo
e i microbi distinguendo i microrganismi in "amici" e "nemici".
Amici sarebbero quelli che collaborano al nostro mantenimento,
decomponendo i materiali organici nei loro elementi costitutivi,
o vivendo nel nostro intestino per sintetizzare alcune vitamine
indispensabili, che siamo incapaci di fabbricare. Nemici sarebbero
invece quelli responsabili delle malattie infettive. In realtà,
questa visione antropocentrica fa perdere di vista l'effettiva
natura del rapporto "ecologico" fra il mondo vivente macroscopico
e quello microscopico. Rapporto che cambia sotto la pressione
della selezione naturale, ovvero che risponde a dinamiche evolutive
da cui dipende, contestualmente, se fra la specie umana e una
particolare specie di microrganismo c'è conflitto o cooperazione.
La storia della biomedicina contiene diversi interessanti esempi
di come queste interazioni biologiche e i cambiamenti intervenuti
nelle loro dinamiche hanno influenzato diversi aspetti dell'evoluzione
socio-culturale umana, oltre che attraverso le pestilenze che
hanno decimato l'umanità e le infezioni oggi emergenti o riemergenti.
Come quello che vede protagonista Serratia marcescens.
La storia ufficiale inizia ai primi di luglio di un'afosa estate
del 1819, a Legnaro, un piccolo villaggio nei pressi di Padova,
quando comparvero delle "macchie di sangue" sulla polenta che
spaventarono a tal punto gli abitanti del luogo da indurre l'autorità
a nominare una commissione d'inchiesta per chiarire la natura
del fenomeno. Prima che la commissione formulasse il suo verdetto,
un giovane studente in farmacia dell'Università di Padova, Bartolomeo
Bizio (1791-1862), realizzò una serie di esperienze intorno
al "fenomeno della polenta porporina", per le quali potrebbe
essere considerato fondatore della batteriologia moderna e della
biochimica batterica. Bizio dimostrò, in un articolo del 1823,
che "un essere organico era quello" che produceva il fenomeno
della "polenta porporina", "e non altrimenti una materia bruta
figlia della fermentazione". In pratica, comprese l'origine
batterica e parassitaria del l'"essere vegetabile", che chiamò
Serratia marcescens in omaggio al fisico Serafino Serrati, il
primo a utilizzare il vapore per la propulsione di battelli.
Ma oltre a confermare il concetto del "contagio vivente", cioè
l'esistenza di organismi microscopici responsabili delle manifestazioni
epidemiche, Bizio fu il primo a coltivare un batterio su terreno
solido, la polenta fresca, e a trasmetterlo da una terreno a
un altro, descrivendo la formazione delle colonie. Egli dimostrò
la resistenza del batterio all'essicamento, e la sua capacità
di vegetare per anni e di riprodursi con lo stesso tipo di colonia
non appena si manifestassero le condizioni favorevoli. Inoltre
scoprì che il colore rosso di Serratia era dovuto a un pigmento
insolubile in acqua, ma solubile in alcool. Come se non bastasse,
osservò anche una reazione antibiotica, descrivendo come certe
muffe impedissero la crescita delle colonie. Per la cronaca,
le conclusioni a cui giunse la commissione d'inchiesta confermavano
le ricerche del Bizio.
Tali ricerche, però, furono a lungo ignorate e, quando nel 1848
il microbiologo tedesco Christian Ehrenberg osservò analoghe
"macchie di sangue" su delle patate cotte, battezzò il batterio
Monas prodigiosa, tuttora usato come sinonimo di Serratia marcescens.
Questo enterobatterio Gram-negativo, cioè un microrganismo presente
nell'intestino che non si colora col metodo di Gram, e che si
sviluppa come saprofita nei materiali composti di carboidrati
vegetali in decomposizione, era stato comunque già protagonista
indiretto e non riconosciuto di eventi più o meno drammatici
della storia umana. Infatti, la sua capacità di sintetizzare
un pigmento di colore rosso chiamato prodigiosina - e ora vedremo
perché -, per cui le colonie di Serratia, mentre si sviluppano
sembrano macchie di sangue rendeva movimentate le sue manifestazioni.
Le prime notizie del nostro batterio ce le forniscono gli storiografi
al seguito di Alessandro il Grande. Nel novembre del 333 a.C.
Alessandro cinse d'assedio la città fenicia di Tiro, la cui
conquista si rivelò più difficile del previsto. La comparsa
di "macchie di sangue" sul pane atterrì l'esercito del Macedone,
che già pensava di togliere l'assedio. Ma il sacerdote addetto
al culto di Demetra, interpretò il presagio come infausto per
gli assediati, dato che le macchie erano apparse dentro il pane
e non sul pane. Così, Alessandro conquistò Tiro in una battaglia
che costò la vita a circa 7.000 fenici e 400 soldati macedoni.
A partire dal XII secolo, le cronache registrano la comparsa
di Serratia, cioè delle "macchie di sangue" su diversi materiali
di natura vegetale, comprese le ostie consacrate per la messa.
I fedeli, ignoranti e facilmente manipolabili da predicatori
fanatici, all'apparire delle macchie di sangue venivano spesso
aizzati contro le comunità ebraiche locali: in pratica gli ebrei
venivano incolpati di pugnalare le ostie, che "sanguinavano"
a causa delle ferite. Episodi del genere si ripeterono per secoli,
talvolta con la variante di torture per estorcere assurde confessioni
agli ebrei "deicidi". Ma il nostro microbo fu quasi certamente
coinvolto anche in un fatto che ebbe importanti implicazioni
per la storia ecclesiastica, e per quella dell'arte. Si tratta
del famoso miracolo della messa di Bolsena.
Nel 1263 un prete boemo che dubitava della transustanziazione,
celebrando la messa in una chiesa nei pressi di Bolsena, e pregando
per avere una manifestazione divina del fatto che nell'eucarestia
il corpo e il sangue di Cristo entrano nell'ostia e nel vino
consacrati, vide sgorgare del "sangue" dall'ostia. In seguito
al miracolo, il papa Urbano IV istituì la festa del Corpus Domini
e fu iniziata la costruzione del duomo di Orvieto, dove l'evento
è rappresentato in un affresco di Luca Signorelli nei primissimi
anni del Cinquecento. Nel 1512-1513 anche Raffaello affrescò,
nella splendida Stanza di Eliodoro in Vaticano, il Miracolo
della Messa di Bolsena.
Anche dopo le esperienze di Bizio e nonostante i microbiologi
avessero ormai dimostrato la natura "biologica" dei fenomeni
prodotti da Serratia, e utilizzassero questo saprofita per le
ricerche di laboratorio, in qualche caso il manifestarsi di
"ostie sanguinanti" creò ancora delle agitazioni fra popolazioni
facilmente suggestionabili. Tuttavia, mentre le ricerche sul
microbo fornivano importanti informazioni microbiologiche, compresa
l'identificazione chimica del suo pigmento colorato, che chiamato
prodigiosina, qualcosa di nuovo stava accadendo nel rapporto
fra l'uomo e Serratia. All'inizio di questo secolo, si cominciò
a constatare la presenza del batterio in alcune infezioni da
cocchi, mentre nel 1929 fu segnalato il primo caso di setticemia
dovuto al batterio. Negli anni Cinquanta, poi, in seguito all'eccessivo
uso di antibiotici ad ampio spettro che selezionavano ceppi
resistenti si manifestarono diversi casi di infezione, anche
mortale, da Serratia marcescens. Spesso si trattava di autoinfezioni,
dovute allo sviluppo delle nuove tecniche di esplorazione del
corpo, che favorivano l'inoculazione di enterobatteri formatisi
direttamente nell'ambiente ospedaliero. In qualche modo si tratta
ancora di un segnale da decifrare, non fatalisticamente ma razionalmente:
è la dimostrazione che la sanità pubblica deve cominciare a
ragionare sui rapporti tra uomo e microbi in termini darwiniani,
cioè capire che i microrganismi sono specie biologiche che rispondono
ai progressi della medicina evolvendo strategie adattative che
gli consentono di colonizzare nuovi ambienti e di modificare
la loro virulenza e patogenicità. Altrimenti i prezzi in vite
umane che ci troveremo a pagare potrebbero tornare alti, anche
nei Paesi sviluppati dove le malattie infettive non sono più
tra le emergenze gravi.
Articolo di Corbellini Gilberto apparso su Il Sole-24 Ore (2001-08-06) |