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L'evoluzione della vita sulla Terra

di Stephen Jay Gould 

Anche se la teoria evoluzionistica suggerisse una potenziale direzione interna per la storia della vita, l'occasionale verificarsi di un cambiamento rapido e netto, forse addirittura catastrofico, nell'ambiente altererebbe profondamente questo andamento. Cambiamenti ambientali di questa portata possono causare l'estinzione di una percentuale elevata delle specie terrestri e, così facendo, annullare qualsiasi direzione interna e riorientare il corso della storia biologica in maniera tale da farlo apparire capriccioso e concentrato in singoli episodi anziché costante e direzionale. Estinzioni in massa vennero individuate già agli albori della paleontologia; le principali suddivisioni della scala del tempo geologico sono state stabilite in corrispondenza di limiti contrassegnati da simili eventi. Ma fino a quando, alla fine degli anni settanta, non si ebbe un risveglio di interesse per questi fenomeni, buona parte dei paleontologi trattò le estinzioni in massa solo come un'intensificazione di eventi ordinati, che portava (al massimo) a un'accelerazione di tendenze già esistenti in tempi normali. Secondo la teoria gradualistica delle estinzioni in massa, questi eventi impiegavano in realtà milioni di anni per svolgersi (e la loro rapidità apparente era interpretata come un artefatto dovuto alla documentazione fossile incompleta); essi non facevano altro che accelerare fenomeni che già si manifestavano in tempi ordinari (per esempio, una più intensa competizione darwiniana in situazioni difficili che portava a una sostituzione estremamente efficiente delle forme meno adattate da parte di forme migliori).

La reinterpretazione delle estinzioni in massa come eventi fondamentali per la storia biologica e radicalmente diversi dalla spiegazione tradizionale ebbe inizio nel 1979, allorché Luis e Walter Alvarez presentarono dati dai quali si poteva dedurre che l'impatto di un corpo extraterrestre di grandi dimensioni (probabilmente un asteroide con diametro compreso fra sette e 10 chilometri) fosse responsabile dell'ultima grande estinzione, avvenuta 65 milioni di anni fa, al limite tra Cretaceo e Terziario. Anche se, in un primo momento, l'ipotesi degli Alvarez trovò un'accoglienza alquanto scettica da parte della comunità scientifica (atteggiamento peraltro del tutto opportuno nei riguardi di spiegazioni così anticonformiste), essa sembra oggi pressoché dimostrata in seguito alla scoperta dell'"arma del delitto", un cratere di dimensioni ed età appropriate al largo della penisola dello Yucatan, in Messico.

Il risveglio di interesse per le estinzioni in massa ha anche indotto i paleontologi a classificare in modo più rigoroso i dati relativi a esse. Ricerche effettuate da David M. Raup, J. J. Sepkoski, Jr., e David Jablonski dell'Università di Chicago hanno permesso di individuare cinque estinzioni principali (avvenute alla fine dell'Ordoviciano, nel tardo Devoniano, alla fine del Permiano, alla fine del Triassico e alla fine del Cretaceo), oltre a molte estinzioni minori, in tutti i 530 milioni di anni della storia degli animali pluricellulari. Non abbiamo alcuna prova concreta che qualcuno di questi eventi, a parte l'ultimo, sia stato scatenato da un impatto catastrofico, ma lo studio accurato condotto da Raup e collaboratori porta alla conclusione generale che le estinzioni in massa debbano essere state più frequenti, più rapide, più estese per dimensione e più varie nei loro effetti di quanto fosse stato in precedenza supposto. Queste quattro caratteristiche illustrano quanto siano profonde le implicazioni delle estinzioni in massa nel consentirci di interpretare il corso della storia biologica come contingente e capriccioso, anziché come prevedibile e destinato a svolgersi in una ben precisa direzione.

Le estinzioni in massa non sono del tutto casuali nel loro impatto sulla vita. Alcuni gruppi di organismi soccombono e altri sopravvivono come risultato logicamente deducibile della presenza o dell'assenza di determinate caratteristiche evolutive. Ma, specialmente se la causa che innesca l'estinzione è improvvisa e catastrofica, le, ragioni che determinano la vita o la morte possono avere ben poco a che fare con l'adeguatezza di caratteri evolutisi nel corso di una competizione darwiniana svoltasi in tempi normali. Il fatto che le estinzioni in massa siano eventi che si fondano su "regole differenti" impartisce al corso della storia biologica un carattere bizzarro e imprevedibile, in quanto un gruppo di organismi non può, in tutta evidenza, anticipare evenienze future di tale portata e con effetti così vari.

Citerò due esempi che risalgono all'estinzione avvenuta 65 milioni di anni fa, al limite tra Cretaceo e Terziario, e dovuta a un impatto meteoritico. In primo luogo, un importante studio pubblicato nel 1986 ha messo in rilievo che le diatomee sopravvissero a quell'estinzione molto meglio degli altri componenti unicellulari del plancton (in primo luogo coccoliti e radiolari). E' stato scoperto che molte di esse avevano sviluppato una strategia di quiescenza per incistamento, forse per sopravvivere alle condizioni sfavorevoli di certe stagioni (per esempio, nelle specie polari, i lunghi mesi di oscurità che diversamente sarebbero stati fatali a cellule dotate di attività fotosintetica; oppure una disponibilità sporadica della silice necessaria per costruire gli scheletri). Altre cellule planctoniche non avevano invece sviluppato alcun meccanismo di quiescenza. Se, al termine del Cretaceo, l'impatto meteoritico produsse davvero una nube di polvere tale da schermare la luce del Sole per parecchi mesi o più, le diatomee potrebbero essere sopravvissute fortuitamente grazie ai loro meccanismi di quiescenza, che pure si erano sviluppati per compiere una funzione totalmente diversa: il superamento di avversità stagionali in tempi ordinari. Le diatomee non erano in qualche modo superiori ai radiolari o ad altri organismi planctonici che furono colpiti in maniera molto più grave dall'estinzione; ebbero semplicemente la fortuna di possedere un carattere vantaggioso, evolutosi per altre ragioni, che consentì loro di superare l'impatto e le sue catastrofiche conseguenze.

In secondo luogo, sappiamo tutti che i dinosauri perirono in un evento verificatosi alla fine del Cretaceo, lasciando ai mammiferi la possibilità di dominare, come oggi avviene, il mondo dei vertebrati. I più danno per scontato che i mammiferi prevalsero in quei tempi difficili grazie a una qualche loro superiorità generale sui dinosauri, ma una simile conclusione sembra assolutamente improbabile. Mammiferi e dinosauri erano coesistiti per 100 milioni di anni, e per tutto questo tempo i mammiferi avevano mantenuto dimensioni paragonabili a quelle di un ratto o anche minori, senza compiere alcuna "mossa" evolutiva per spodestare i dinosauri dalla loro posizione di dominanza. Finora non è stato proposto alcun argomento valido che spieghi la supremazia dei mammiferi come dovuta a una loro superiorità generale; sembra che la causa di gran lunga più probabile sia stata accidentale. Un'argomentazione plausibile potrebbe essere che i mammiferi siano sopravvissuti in parte per effetto della loro piccola mole (la quale implica popolazioni molto più numerose, che oppongono una maggiore resistenza all'estinzione, e una minore specializzazione ecologica che consente, per così dire, di disporre di un numero più elevato di posti per nascondersi). La piccola mole potrebbe, però, non essere stata affatto un adattamento positivo dei mammiferi ma piuttosto un segno della loro perenne incapacità di competere efficacemente con i dinosauri. Eppure questa caratteristica "negativa" in tempi normali, potrebbe essere stata la ragione principale della sopravvivenza dei mammiferi, e una condizione necessaria perché io oggi possa scrivere questo articolo e voi siate in grado di leggerlo.


 

L'evoluzione della vita sulla Terra

Una grande diversità si sviluppò rapidamente nel corso del Cambriano (530 milioni di anni fa), agli albori della vita animale pluricellulare. Gli organismi qui illustrati sono stati tutti rinvenuti nella fauna degli Argilloscisti di Burgess, in Canada, che risale al Cambriano medio. Essi includono alcune forme ben note (spugne e brachiopodi) che sono sopravvissute fino a oggi, ma molti organismi (come il gigantesco Anomalocaris, il più grande di tutti gli animali del Cambriano) non vissero a lungo e hanno un'anatomia così peculiare che è impossibile classificarli nei phyla noti.


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