La principale testimonianza
paleontologica sull'origine della vita sottolinea come il
suo inizio sia prevedibile, ma dice ben poco sul suo andamento
successivo. La Terra ha 4,6 miliardi di anni, ma le rocce
più antiche risalgono a 3,9 miliardi di anni perché, in epoca
precoce nel corso della storia della Terra, la superficie
terrestre si fuse in conseguenza sia del bombardamento da
parte dì grandi quantità di frammenti residui della formazione
del sistema solare, sia del calore generato dal decadimento
radioattivo di isotopi a vita breve. Tuttavia queste rocce
subirono un metamorfismo così intenso, per effetto di un successivo
riscaldamento e aumento di pressione, da distruggere i fossili
(anche se alcuni scienziati interpretano le proporzioni dei
differenti isotopi del carbonio contenuti in queste rocce
come indizi di produzione organica). Le rocce più antiche
rimaste sufficientemente inalterate da poter conservare cellule
fossili (sedimenti africani e australiani che risalgono a
3,5 miliardi di anni fa) includono cellule procariote (batteri
e cianofite) e stromatoliti (formazioni di acque marine poco
profonde, costituite da sedimenti trattenuti e saldati da
cianofite). Questo ci dice che la vita sulla Terra sorse in
epoca molto antica ed ebbe una evoluzione assai rapida. Questo
fatto sembra di per sé indicare una inevitabilità, o perlomeno
una prevedibilità, dell'origine della vita a partire dai costituenti
chimici presenti originariamente nell'atmosfera e negli oceani.
Non vi è dubbio che gli organismi più complessi siano comparsi
in successione dopo questo inizio procariotico: dapprima cellule
dotate di nucleo (eucariote), circa due miliardi di anni fa,
quindi animali pluricellulari, circa 600 milioni di anni fa,
con una "staffetta" della massima complessità dagli invertebrati
ai vertebrati marini e, infine (se vogliamo dare il posto
d'onore, secondo una concezione piuttosto provinciale, all'architettura
del sistema nervoso), ai rettili, ai mammiferi e agli esseri
umani. Questa è la successione convenzionale, rappresentata
nei vecchi libri di testo da una "età degli invertebrati"
seguita da una "età dei pesci", da una "età dei rettili",
da una "età dei mammiferi" e da una "età dell'uomo" (aggiungendo
così il vecchio pregiudizio maschilista a tutti gli altri
pregiudizi espressi da questa sequenza).
Non nego che l'aumento della complessità sia un dato reale,
ma sostengo che il nostro desiderio di vedere la storia della
vita come una progressione e gli esseri umani come organismi
destinati al predominio ha distorto grossolanamente la nostra
interpretazione, inducendoci a porre in posizione privilegiata
un fenomeno di importanza relativamente secondaria, avvenuto
solo come conseguenza di particolari vincoli iniziali. L'aspetto
più saliente della storia biologica è la stabilità del modo
di vita batterico, dalle prime testimonianze fossili fino
a oggi e, quasi certamente, anche per tutto il futuro della
Terra. La nostra è in realtà l'"età dei batteri", come era
all'inizio e come sarà sempre.
Per ragioni legate alle condizioni chimiche dell'origine della
vita e ai vincoli fisici dell'autorganizzazione, i primi esseri
viventi comparsi sulla Terra si trovavano nei pressi del limite
minimo di complessità concepibile e conservabile. In uno schema
che rappresenti la complessità questo limite inferiore può
essere raffigurato come un muro. Poiché la documentazione
fossile ci induce a supporre che la distanza tra esso e il
modo di vita batterico sia molto piccola, vi è una sola direzione
possibi1e per future modificazioni: un aumento della complessità
verso destra. Così, di tanto in tanto, si evolve un organismo
più complesso che estende l'ambito di diversità della vita
nell'unica direzione disponibile. Tecnicamente parlando, la
distribuzione della complessità si sposta sempre più verso
destra in seguito a queste aggiunte occasionali.
Simili aggiunte sono però rare ed episodiche. Non costituiscono
neppure una serie evolutiva, ma formano una sequenza eterogenea
di taxa aventi scarsa affinità tra loro, generalmente rappresentati
da una cellula eucariota, una medusa, un trilobite, un nautiloide,
un euripteride (animale di notevoli dimensioni affine agli
xifosuri), un pesce, un anfibio come Eryops, un dinosauro,
un mammifero e un essere umano. Non è possibile interpretare
una sequenza di questo tipo come la principale tendenza o
forza propulsiva della storia della Vita; si potrebbe immaginare
piuttosto che occasionalmente un organismo ruzzoli nella regione
di destra, vuota, dello spazio della complessità. Per tutto
questo tempo, il modo batterico è cresciuto in altezza mantenendo
costantemente la stessa posizione. I batteri rappresentano
il più grande successo della storia della vita. Essi occupano
una maggiore varietà di ambienti e comprendono una gamma di
processi biochimici più vasta di qualsiasi altro gruppo. Sono
adattabili, indistruttibili e sorprendentemente diversificati.
Non riusciamo neppure a immaginare come l'opera dell'uomo
potrebbe minacciare la loro estinzione, mentre ci preoccupa
l'impatto che le nostre attività possono avere su quasi ogni
altra forma di vita. Il numero di cellule di Escherichia coli
che vivono nell'intestino di ciascun essere umano supera il
numero di persone vissute sulla Terra dalla comparsa dell'uomo.
Si potrebbe sostenere che - benché il processo che conduce
la vita nel suo insieme verso una sempre maggiore complessità
rappresenti una pseudotendenza, basata sulla limitazione dovuta
alla presenza del muro a sinistra - l'evoluzione all'interno
di particolari gruppi favorisca in modo differenziale la complessità
nel caso il ceppo fondatore abbia origine in un punto sufficientemente
lontano dal muro, così da permettere il movimento in entrambe
le direzioni. Le ricerche per verificare questa interessante
ipotesi sono appena agli inizi (dato che l'interesse per questo
argomento è relativamente recente tra i paleontologi) e quindi
non disponiamo ancora di un numero sufficiente di casi per
procedere a una generalizzazione. I primi due studi effettuati
(quello di Daniel W. McShea dell'Università del Michigan sulle
vertebre dei mammiferi e quello di George F. Boyajian dell'Università
della Pennsylvania sulle linee suturali delle ammoniti) non
hanno rivelato alcuna tendenza evolutiva che favorisca una
maggiore complessità.
Inoltre, quando si considera che, per ogni modalità di vita
che comporti un maggiore grado di complessità, ne esiste probabilmente
un'altra ugualmente vantaggiosa, basata su una maggiore semplicità
di forma (come si riscontra, per esempio, nei parassiti),
sembra improbabile a priori un'evoluzione preferenziale verso
la complessità. La nostra impressione che la vita si evolva
verso una maggiore complessità è probabilmente soltanto un
pregiudizio, ispirato da un atteggiamento mentale "provinciale"
che tende a concentrare l'attenzione su noi stessi e, di conseguenza,
a dare eccessiva importanza agli organismi che diventano più
complessi; al contrario, ignoriamo altrettante linee evolutive
che si adattano ugualmente bene assumendo forme via via più
semplici. Il parassita di morfologia degenerata, che si trova
in un ambiente protetto nel corpo dell'ospite, ha altrettante
prospettive di successo evolutivo di un suo affine, splendidamente
elaborato, che deve tener testa alle fionde e alle frecce
di una sorte spietata in un mondo esterno crudele.
Il progresso non dirige il processo
evolutivo (e non ne è neppure la forza propulsiva). Per motivi
di natura chimica e risica, la vita sorge nei pressi del "muro"
della minima complessità concepibile e conservabile. Lo stile
di vita batterico è rimasto a tutt'oggi il più comune e quello
maggiormente votato al successo. Alcuni organismi, di tanto
in tanto, si spostano verso destra, ampliando la distribuzione
verso una maggiore complessità. Molti altri si spostano verso
sinistra, ma sono assorbiti nello spazio già occupato. Si
noti che nel tempo il modo di vita dei batteri ha mantenuto
una posizione immutata, crescendo soprattutto lungo l'asse
verticale.