La Pikaia, il primo cordato noto
del mondo, dagli argilloscisti di Burgess.
Si notino i caratteri propri del nostro phylum: la notocorda
o corda dorsale, la formazione mediana che si evolse nella
nostra colonna vertebrale, e le fasce di muscoli a zig
zag.
Noi siamo impressionati dal tirannosauro,
ci meravigliamo per le piume dell'Archaeopteryx, ci entusiasmiamo
per ogni frammento di osso fossile umano trovato in Africa,
ma nulla di tutto questo ci ha insegnato sulla natura dell'evoluzione
quanto un piccolo invertebrato del Cambiano, lungo solo pochi
centimetri, chiamato Opabinia, rinvenuto a Burgess in Canada,
in uno dei più preziosi giacimenti fossiliferi del mondo.
Gli argilloscisti di Burgess sono diventati i protagonisti
di una vicenda scientifica destinata a scardinare i capisaldi
classici dell'evoluzionismo. Attraverso i fossili di Burgess,
infatti, emerge l'ipotesi dell'evoluzione come una serie improbabile
di eventi, affiorano un mondo e una storia segreti che hanno
del meraviglioso.
Attraverso loro si scopre così che la storia degli ultimi
500 milioni di anni ha presentato una restrizione di forme
di vita seguita da una proliferazione all'interno di pochi
tipi stereotipi, non un'espansione generale della varietà
con aumento della complessità, come implica la nostra iconografia
precostituita, ma una impetuosa iniziale avanzata della varietà
anatomica che raggiunse un massimo subito dopo la diversificazione
iniziale degli animali pluricellulari. La posteriore storia
della vita procedette per eliminazione, non per espansione.
L'interpretazione del "cono" (o albero) della diversità evolutiva
viene quindi rovesciato nella forma"a cespuglio" della diversificazione
e decimazione.
Ma il modello dell'eliminazione di Burgess suggerisce anche
un'alternativa veramente rivoluzionaria che è preclusa dall'iconografia
del cono. Supponiamo che i vincitori non siano prevalsi grazie
a una superiorità nel senso usuale. Forse la macabra mietitrice
dei piani anatomici è solo la Signora Fortuna mascherata.
O forse le ragioni reali di sopravvivenza non sono conformi
alle idee convenzionali secondo cui sopravvivrebbero gli organismi
più complessi, migliori o in qualche modo indirizzati verso
l'uomo. Forse la macabra mietitrice lavora durante brevi episodi
di estinzione di massa, provocati da catastrofi ambientali
imprevedibili (per esempio innescate dall'impatto di corpi
extraterrestri). Certi gruppi possono prevalere o estinguersi
per ragioni che non hanno alcun rapporto con la base darwiniana
del successo in epoche normali. Anche se i pesci migliorano
gradualmente il loro adattamento fino a raggiungere culmini
di grande perfezione in acqua, moriranno se lo stagno in cui
vivono si prosciuga. Ma può accadere che quel vecchio fenomeno
del Dipnoo, il sudicio e sgraziato pesce polmonato che era
lo zimbello di tutti, riesca a sopravvivere, e non perché
un'infiammazione su una pinna di suo nonno informò i suoi
genitori dell'imminente arrivo di una cometa. Il Dipnoo e
i suoi discendenti sopravvissero perché un carattere evolutosi
molto tempo prima per un uso diverso gli permise fortuitamente
di sopravvivere durante un mutamento improvviso e imprevedibile
delle regole. E se noi siamo discendenti dei Dipnoo, e il
risultato di un migliaio dì altri casi similmente fortunati,
come possiamo considerare la nostra intelligenza inevitabile,
o anche solo probabile?
Se l'umanità è sorta solo ieri "su un ramoscello secondario
di un albero rigoglioso", la vita non può, in alcun senso
genuino, esistere per noi o a causa nostra. Forse noi siamo
solo un ripensamento, una sorta di accidente cosmico, una
decorazione appesa all'albero di Natale dell'evoluzione. Non
il coronamento, dunque, della presunta tendenza dell'evoluzione
protesa verso una sempre maggiore complessità di cui l'uomo
rappresenterebbe l'apice e il traguardo, come vorrebbe la
concezione antropocentrica.
Le conoscenze aperteci dall'evoluzione e ancor più dallo studio
dei fossili di Burgess, impongono il rifiuto della tradizione
che designa il nostro tempo come l'epoca dei mammiferi: questa
è l'epoca degli artropodi. Essi ci sovrastano di gran lunga
in numero da ogni punto di vista: per specie, per individui,
per prospettive di proseguire sul cammino dell'evoluzione.
L'80% circa di tutte le specie di animali classificate sono
artropodi, con una grande maggioranza di insetti.
In altri termini, noi siamo un'entità improbabile e fragile,
e il nostro successo fu dovuto a una serie di circostanze
fortunate dopo inizi precari come piccola popolazione in Africa,
e non è il risultato finale prevedibile di una tendenza globale.
Noi siamo una cosa, un'entità della storia, e non un'incarnazione
di princìpi generali.
Fra la fauna di Burgess fu trovato un organismo nastriforme
compresso lateralmente, lungo circa 5 centimetri al quale
fu dato il nome di Pikaia che dopo attenti esami venne classificato
come cordato, un membro del nostro phylum: in realtà il primo
membro documentato nel novero dei nostri progenitori diretti.
La Pikaia è l'anello mancante e l'ultimo anello nella nostra
storia della contingenza: la connessione diretta fra la decimazione
di Burgess e la finale evoluzione umana. Se la Pikaia non
fosse sopravvissuta (e al tempo della fauna di Burgess i cordati
avevano scarse prospettive di sviluppi futuri) noi non saremmo
apparsi nella storia futura: tutti noi, dallo squalo al pettirosso
all'orangutang.
Se vogliamo quindi porci la domanda di sempre: perché esistiamo?
una maggior parte della risposta, relativa a quegli aspetti
del problema che la scienza in generale può trattare, dev'essere:
perché la Pikaia sopravvisse alla decimazione di Burgess.
Oggi l'evoluzione non può più apparire come il regno della
necessità e di un'ottimalità adattiva di tipo finalistico,
ma come il risultato polimorfo e imprevedibile di percorsi
contingenti, di adattamenti secondari e sub-ottimali, di bricolage
imprevedibili. In una visione "epica" dell'evoluzione naturale
("le cose potevano andare diversamente"), contrapposta all'immagine
"tragica", provvidenzialistica o fatalistica ("le cose dovevano
andare così").
In particolare tutto il comportamento della natura dimostra
la dialettica dei processi della vita e si comincia a diffondere
nell'ambito scientifico la concezione per cui: allo stesso
modo in cui esistono meccanismi che governano la materia organica
ed inorganica, ne esistono altri che governano l'evoluzione
delle società umane, in cui l'uomo (come specie) attraverso
la sua attività interagisce con l'ambiente e la propria storia,
diventando (con consapevole intelligenza?) il regista del
proprio futuro, per il quale ci piace immaginare uno sviluppo
positivo, anche se nelle infinite varietà possibili rimane
il più improbabile. Il progetto non è semplice perché presuppone,
come compito del genere umano, oltre alla capacità intellettiva,
la maturazione della collaborazione collettiva verso uno sviluppo
egualitario in tutto il pianeta, del quale sentirsi parte
e non sovrani.
Se questa ipotesi sarà realizzata il genere umano compierà
una nuova evoluzione sociale, in caso contrario prenderemo
atto dell'opportunità offertaci da Pikaia, alla quale dovremo
(umilmente) le nostre scuse.
Per avere maggiori informazioni sulla fauna di Burgess (qui
sommariamente e approssimativamente esposte) consigliamo lo
straordinario libro del biologo evoluzionista Stephen Jay
Gould intitolato LA VITA MERAVIGLIOSA edito dalla
Universale Economica Feltrinelli.