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ASTEROIDI, METEORITI E COMETE

Nuclei cometali, meteoriti di varie dimensioni e polveri interplanetarie vagano nel sistema solare. Spesso e volentieri colpiscono il nostro pianeta…

Piovuti dal cielo…

Nel sistema solare, tra i pianeti e i satelliti, vaga una moltitudine di oggetti che mostra un’ampia varietà di forme e dimensioni. I più grandi sono gli asteroidi, presenti a migliaia nello spazio compreso fra le orbite di Marte e Giove. I più piccoli, veri e propri frammenti di pietra vaganti nello spazio interplanetario, diventano meteore e meteoriti quando colpiscono la Terra. Se le dimensioni di questi frammenti sono esigue, essi, al contatto con l’atmosfera, bruciano completamente formando le meteore; se invece le loro dimensioni sono maggiori, si consumano solo parzialmente e cadono sulla Terra come pietre: i meteoriti. Questi campioni di materiale extraterrestre, analizzati in laboratorio, forniscono preziose informazioni sulle condizioni fisiche esistenti al momento della formazione del sistema solare.

A seconda della loro composizione i meteoriti si distinguono in: ferrosi o metallici, se composti principalmente da ferro o nichel; petrosi, se costituiti da materiale roccioso. I meteoriti ferrosi sono facilmente riconoscibili per l’elevata densità e per le spiccate proprietà magnetiche dovute all’alto contenuto in ferro. I meteoriti petrosi sono più difficili da identificare al suolo perché assomigliano alle rocce comuni. Sono stati classificati in varie categorie a seconda della loro composizione chimica. I più interessanti sono le condriti, soprattutto quelle carbonacee, le cui sferette contengono composti del carbonio (dagli idrocarburi agli aminoacidi).

Il nostro pianeta è bombardato quotidianamente da meteoriti di ogni dimensione, la maggior parte dei quali tuttavia provoca danni relativamente modesti. Ben più gravi e visibili sono invece i danni prodotti dall’impatto con meteoriti di grandi dimensioni o con un asteroide. Sulla Terra è ancora ben visibile il cratere Barringer, aperto da un meteorite 20.000 anni fa nel deserto dell’Arizona. Strutture più antiche, denominate “astroblemi” (ferite stellari), sono state scoperte nel Canada settentrionale, una zona terrestre rimasta pressoché intatta per milioni di anni. Fortunatamente le probabilità che u asteroide gigante colpisca la Terra sono molto remote.

Comete.

Altri oggetti molto interessanti e belli da osservare sono le comete, piccoli globi di ghiaccio, che periodicamente visitano il sistema solare attraversando le orbite dei pianeti.

All’incirca ogni cinque anni una cometa si avvicina al Sole, divenendo luminosa e splendente per un breve periodo di tempo, per poi sparire ritornando nelle profondità dello spazio da cui proveniva. Ogni cometa è formata principalmente da una testa, costituita da un nucleo circondato da una nube gassosa, la chioma, e da una coda che si estende nello spazio per milioni di chilometri. Il nucleo, definito dagli astronomi un “blocco di neve sporca”, il cui diametro può variare da meno di 1 km a poco più di 100 km, è costituito, oltre che da ghiaccio, da particelle solide (sassi e polvere cosmica) e da vari altri gas congelati (metano, ammoniaca, ossido e biossido di carbonio).

Quando la cometa si avvicina al Sole, per effetto del calore parte delle sostanze componenti il nucleo (le più volatili) vaporizzano e sublimano, formando la chioma, trasparente e luminosa (composta in gran parte da gas ionizzati dalla luce solare), e la coda, sospinta dal vento solare sempre in direzione opposta al Sole. Per tale motivo quando la cometa si sta avvicinando all’astro è seguita dalla coda, mentre quando si allontana ne è preceduta.

L’ipotesi più accreditata presso gli astronomi circa la loro origine è che esse provengano da una regione dello spazio situata ai confini del sistema solare, molto al di là di Plutone, dove si troverebbe la nube di Oort, che contiene miliardi di nuclei di comete. Questo agglomerato di nuclei ghiacciati rappresenterebbe un residuo di materia interstellare rimasto dopo la formazione del sistema solare. In questa nube non si sentono più gli effetti dei pianeti, ma piuttosto quelli delle stelle che occasionalmente si trovano a passare nelle vicinanze del Sole. Di tanto in tanto l’influenza gravitazionale esercitata da una di queste stelle stappa definitivamente alcuni di questi piccoli corpi ghiacciati dalla nube di Oort, avviandoli lentamente verso il sistema solare dove incominceranno a evaporare rendendosi visibili e assumendo l’aspetto tipico delle comete. Se una cometa non passa vicino ad alcun pianeta può impiegare varie centinaia di anni per compiere la sua lunghissima orbita. Se, invece, subisce l’attrazione gravitazionale di uno dei grandi pianeti esterni (per esempio Giove), si mette a girare intorno al pianeta che l’ha catturata e la sua orbita subisce un progressivo restringimento. Quando una cometa incomincia a essere visibile per gli astronomi terrestri, significa che ha iniziato la sua agonia: infatti a ogni passaggio vicino al Sole i materiali ghiacciati che la compongono evaporano rapidamente, lasciando soltanto un piccolo nucleo roccioso, poco visibile dalla Terra. Dopo aver girato attorno al Sole, le comete si allontanano da esso muovendosi lungo orbite molto allungate. Talvolta, però, le comete non ritornano all’appuntamento con il Sole, o perché la loro orbita troppo allungata le porta a sfuggire all’attrazione solare, o perché si disintegrano passando troppo vicino a esso.

Fino a oggi sono state registrate circa 650 comete diverse e mediamente ne vengono scoperte almeno cinque all’anno. Esse vengono usualmente classificate in quattro categorie distinte in base al valore del loro periodo di rivoluzione intorno al Sole:

comete di corto periodo (meno di 20 anni);

comete di periodo intermedio (20-200 anni);

comete di lungo periodo (200-1.000.000 di anni);

comete con orbite quasi paraboliche.

Tra quelle della prima categoria la più veloce è la cometa di Encke, il cui periodo di rivoluzione è di tre anni e quattro mesi. Nella seconda categoria la più famosa è certamente la cometa di Halley, che ricompare ogni 76 anni: avvistata con certezza la prima volta nel 1531, si è ripresentata puntuale all’appuntamento nel 1986.

In questa occasione fu lanciata verso di essa la sonda spaziale Giotto (così denominata in omaggio al grande pittore che per primo la dipinse realisticamente nella Natività conservata a Padova nella cappella degli Scrovegni) con il compito di raccogliere informazioni sulla chioma e sul nucleo della cometa. Dalla missione Giotto gli scienziati hanno ottenuto la conferma che la cometa di Halley è quasi un relitto fossile della nascita del sistema solare. A questa conclusione si è pervenuti grazie ai risultati delle analisi compiute sulla materia (particele di polvere) che fuoriesce dalla cometa e sui gas rilasciati dai suoi ghiacci.

Halley contiene carbonio, azoto e ossigeno come pure silicio, zolfo e magnesio, in quantità relative prossime a quelle riscontrate altrove nel sistema solare. E’ legittimo supporre che la cometa si sia formata in qualche parte della grande nebulosa di polvere e gas che collassò per dare origine al sistema solare. Le misure proporzionali, effettuate sugli isotopi del carbonio, azoto e zolfo, indicano anche che la sua formazione è stata contemporanea a quella del Sole e dei pianeti.

Il suo nucleo è risultato molto più grande del previsto: 16x8 km e con un volume di almeno 500 km cubici (circa 10 volte più di quanto ci si aspettasse). Gli scienziati sono rimasti sorpresi nel constatare che tale nucleo, composto essenzialmente da ghiaccio e polvere, ha una densità media compresa fra 1/10 e ¼ di quella del ghiaccio. Essi pensano che debba essere piuttosto poroso, ma ignorano sia il rapporto esistente fra le masse di ghiaccio e della polvere, sia la loro distribuzione all’interno del nucleo.

Tratto da “Il cielo. Caos e armonia” ed.Universale / Gallimard


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