NEUROSCIENZA
Si è scoperto che l'azione di ricordare subisce interferenze
soggettive e sociali. Ecco perché la procedura giuridica
si affida sempre più spesso alla ricerca per limitare
le testimonianze inattendibili. Che possono condizionare i
processi
di Ketty Areddia
Nella casistica dei processi penali, specie dopo l'introduzione
del test del Dna, sono numerosissimi gli errori nella valutazione
delle prove testimoniali che indirizzano i magistrati verso
sentenze ingiuste. Persone "inchiodate" da testimoni
oculari che magari, dopo aver trascorso anni dietro le sbarre
a scontare la pena, risultano completamente estranee ai
fatti.
Delle trappole della memoria e dell'inattendibilità
delle testimonianze si è occupata la professoressa
Giuliana Mazzoni, docente e ricercatrice di Psicologia alla
Seton Hall University (New Jersey) e perito psicologo in
importanti processi italiani e americani. Nel libro Si può
credere a un testimone? (ed. il Mulino, 12,80 euro) descrive
le insidie che riserva la memoria, gli errori più
frequenti negli interrogatori e le tecniche migliori per
condurre un colloquio investigativo, evitando deposizioni
inattendibili.
"Il tema della testimonianza è uno di quelli
in cui la ricerca scientifica può contribuire a cambiare
le procedure giuridiche", afferma l'autrice. "È
successo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove decenni
di ricerche sull'interrogatorio e sul riconoscimento hanno
aiutato il legislatore a disporre nuove regole nel processo
penale". In Italia quest'anno è nato il primo
master in Psicologia Forense, attivato dall'Università
di Torino. "Finalmente si comincia a capire che magistrati
e avvocati devono stare attenti nel modo di porre le domande
durante un interrogatorio o una testimonianza", spiega
il professor Guglielmo Gullotta, avvocato penalista e psicologo.
"La memoria non è infallibile. È quella
cosa che ci dice che il compleanno di nostra moglie era
ieri, cioè non è un computer che si attiva
in modo automatico, o una lastra fotografica".
Secondo Gullotta, il primo errore nella formazione di una
prova testimoniale sta addirittura all'origine: "L'equivoco
sta già nel fatto che il testimone viene invitato
a dire la verità. Il testimone può impegnarsi
a essere sincero, non a dire la verità, perché
ci sono molte interferenze soggettive e sociali nel ricordo
e perché davanti, per esempio, a un magistrato, l'interrogato
spesso dice ciò che ci si aspetta che dica. La cosa
straordinaria è che né avvocati, né
magistrati hanno alcuna formazione in argomento". Ci
sono, insomma, racconti, resi in buona fede, che pur non
facendo una piega, in seguito si rivelano falsi. Perché?,
chiediamo alla professoressa Mazzoni. "Il ricordo è
il prodotto dell'attivazione di aree del cervello contenenti
informazioni codificate nel tempo. Il nostro cervello memorizza
solo elementi di un episodio, non tutti i dettagli, come
avviene in un filmato. Eppure nell'attivare la memoria,
inconsapevolmente, riempiamo i vuoti, inserendo elementi
che per noi "hanno senso" in quel contesto, anche
se non sono accaduti realmente. Per esempio, stereotipi
e pregiudizi vengono utilizzati per riempire i vuoti e un
testimone "ricorderà" che il ladro era
una persona di colore se il suo stereotipo è che
la maggioranza dei furti vengono commessi da persone di
colore".
È stato provato, per esempio, che mostrando la foto
di una folla a un gruppo di poliziotti, vedevano nelle immagini
più violenza di altre persone, perché per
deformazione professionale, più di altri si aspettano
di vedere episodi violenti. "I nostri occhi e le nostre
orecchie", sintetizza Gullotta, "sono organi sociali,
non oggettivi. Capita spesso che noi vediamo o ascoltiamo
ciò che ci aspettiamo di vedere e ascoltare".
La memoria, dunque, riserva molte insidie. Le prova a elencare
l'autrice del libro: "Innanzitutto nel momento in cui
si assiste a una scena, si memorizza solo ciò a cui
si fa attenzione. E di solito un soggetto non è preparato
a ricordare, come invece accade quando si studia per un
esame. Se assistiamo ad un crimine lo facciamo senza dirci
"ora devo ricordare il massimo". Subiamo l'emozione
dell'avvenimento, e la codifica viene penalizzata e impoverita.
Inoltre, la scena viene anche inconsciamente interpretata;
alcuni dettagli si perdono, mentre altri si esagerano. Quindi
nel momento del recupero della memoria, dobbiamo riempire
molti vuoti, con conoscenze già presenti, che non
necessariamente sono corrette o vere in quel contesto".
Un esempio di questa trappola è il ricordo di una
lista di parole come "sogno, notte, cuscino, stanco,
coperta". Una ricerca dimostra che in circa l'80% dei
casi, le persone ricordano anche la parola "sonno"
anche se non è mai stata presentata, perché
viene subito associata a tutte le altre della lista.
"I processi interessati nel ricordo", precisa
Gullotta, "sono vari: la percezione originaria, il
suo immagazzinamento, il recupero e la verbalizzazione.
In ciascuna di queste fasi il soggetto può incontrare
ostacoli, come il pregiudizio sociale o soggettivo, o anche
il modo in cui viene interpellato. Infatti, poiché
le domande hanno spesso dei presupposti, esiste il pericolo
che l'interrogato, per compiacere l'interrogante, specie
in condizioni di insicurezza, confermi il presupposto implicito".
"Purtroppo nella maggior parte dei casi chi svolge
un interrogatorio è impreparato", denuncia Giuliana
Mazzoni. "Il poliziotto si trova a dover estrarre confessioni
da individui che intenzionalmente mentono per evitare la
condanna. Tendono a forzare nell'interlocutore una testimonianza
o una confessione, non rispettando le regole del colloquio
investigativo. Ciò spesso inficia la verità
del resoconto. Bisogna dire che comunque il colloquio investigativo
ha regole diverse da quello clinico. Quindi, gli investigatori
sono spesso più preparati dello psicologo e dello
psichiatra a condurre interrogatori". Quali sono queste
regole? Concordano i due esperti di psicologia forense:
"In generale occorre procedere a imbuto, partendo da
domande aperte, e ricorrendo a domande chiuse solo alla
fine dell'interrogatorio". Sono aperte le domande in
cui non è vincolata la risposta. Per esempio, "Mi
racconti che cosa è accaduto". Sono chiuse le
domande che dettano la modalità di risposta, come
"Ha visto il gatto sul tetto?". Le domande chiuse
sono pericolose perché, a seconda del livello di
suggestionabilità del testimone, possono portare
a un racconto falso. "Inoltre", aggiunge Mazzoni,
"di solito si cerca di trovare conferma ai sospetti
che si hanno, bisogna invece lasciare aperte le domande
a più ipotesi possibili".
Capitolo a parte, e molto delicato, costituiscono le testimonianze
rese da bambini e la loro attendibilità. Oggi esistono
dati solidi, che indicano come i bambini siano in grado
di ricordare un avvenimento in modo accurato. I piccoli,
però, sono più suscettibili ai suggerimenti
che si celano nelle domande. Fa un esempio la psicologa:
"Un quesito come "non ti ricordi che c'era anche
Antonio?", contiene due suggerimenti: che Antonio era
presente e che il bambino se lo deve ricordare. In questi
casi è facile che un bambino dica "sì".
Gli studiosi, in casi così delicati, suggeriscono
tecniche di interrogatorio specifiche per indurre un bambino
a ricordare un fatto così com'è avvenuto.
Il fatto può essere riportato in modo accurato se
i bambini vengono lasciati liberi di raccontare l'avvenimento,
se non sono interrotti, se non vengono fatti commenti che
confermano alcune parti del racconto e inficiano altre parti.
Nel racconto libero di un piccolo testimone, inoltre, bisogna
mantenere il racconto sul fatto, senza lasciare spazio a
costruzioni di fantasia. Spesso avviene che i bambini raccontino
solo poche cose e producano un resoconto povero. In questo
caso occorre evitare in ogni modo domande che contengano
suggerimenti. Per riuscire bisogna avere una preparazione
specifica al colloquio. "Nei colloqui con i bambini",
conclude la professoressa Mazzoni, "il professionista
preparato limita al massimo il numero di adulti che fanno
domande, lasciando così il soggetto più libero
di ricordare. Nei casi di presunto abuso sessuale, il bambino
che riceve domande fuorvianti può modificare in modo
permanente il ricordo. Questo è un rischio serio,
che può anche rovinare la vita di molte persone per
lungo tempo".
Su questo argomento vedi anche: Falsi
ricordi