Mi riferisco all'articolo "Alle soglie
dell'aldilà - Esperienze dissociative in prossimità
della morte" pubblicato a p.44 del numero 24 di S&P.
Vi sono commentate le esperienze relativamente comuni dei
soggetti che in qualche modo sono stati "prossimi alla
morte". Si tratta di situazioni insolite come l'autoscopia,
ovvero la "fuoriuscita" dal proprio corpo, che viene
osservato dall'esterno, o circostanze apparentemente in contrasto
con il momento drammatico che si sta sperimentando della propria
morte, come un grande senso di pace e serenità.
Questi fenomeni presentano singolari analogie in quasi
tutti i racconti delle esperienze di pre-morte, ma possono
essere ben spiegati in base alle nostre conoscenze in campo
psicologico e neurofisiologico: la stessa concordanza delle
testimonianze può essere vista come una ulteriore
conferma alla esistenza di meccanismi precisi che si innescano
in quel delicato connubio di mente e materia che è
il nostro cervello quando è sottoposto allo stress
intenso della percezione dell'imminenza della morte.
Vorrei aggiungere che è una esperienza comune, per
chi come me fa il chirurgo, ascoltare il racconto da parte
dei propri pazienti di un "risveglio" durante
l'anestesia. Il soggetto riferisce di aver ripreso conoscenza
nel corso dell'intervento chirurgico, e narra senza mai
aggiungere particolari troppo precisi - di aver percepito
"tutto": le fasi della operazione, la conversazione
dei chirurghi, il rumore delle apparecchiature, e via dicendo.
Quando però il paziente cerca di focalizzare i dettagli
del suo racconto, il chirurgo finisce invariabilmente per
rendersi conto che tutta la narrazione del risveglio "durante"
l'intervento altro non è che la elaborazione di quanto
è accaduto nella condizione di coscienza alterata
che precede immediatamente l'induzione dell'anestesia e
segue la fine della stessa. In pratica, il paziente ricorda
confusamente quanto accaduto appena dopo il risveglio dell'anestesia,
quando è ancora intubato e anestesista e infermieri
sono affaccendati attorno a lui al termine dell'intervento;
a volte ricorda confusamente anche i pochi attimi trascorsi
prima di addormentarsi, e a causa della alterata percezione
del tempo e delle sensazioni che si associa allo stato di
coscienza obnubilata che precede o segue la completa perdita
di coscienza, riferisce i suoi ricordi, ampiamente rimaneggiati
e integrati dai meccanismi della memoria, a una fase nella
quale era sicuramente privo di impressioni sensoriali.
Il parallelo con i casi di pazienti "morti" e
poi "rianimati" in camera operatoria o in pronto
soccorso, che raccontano di aver udito e visto medici e
infermieri che si affannavano intorno al loro "cadavere"
è fin troppo facile. In questi casi, poi, c'è
da aggiungere la facilità (a volte la faciloneria)
con la quale una persona si definisce o viene definita "morta"
e poi "rianimata": la scienza medica non può
e non potrà mai "rianimare" un paziente
morto, dal momento che una delle caratteristiche tecniche
della definizione operativa di morte in uso nei reparti
di rianimazione è proprio la sua irreversibilità,
che dipende da un danno definitivo e permanente a strutture
non recuperabili: e non basta certo un elettrocardiogramma
piatto per qualche minuto per definire "morto"
un paziente.
L'articolo di S&P. non cita, inoltre, un altro elemento
comunissimo nei racconti delle esperienze di pre-morte che
naturalmente ha anch'esso una spiegazione meno "spirituale"
e più prosaica. Sto parlando, ovviamente, del "tunnel
verso la luce" che in un modo o nell'altro è
presente nella grandissima maggioranza delle testimonianze
di individui che si considerano "strappati alla morte".
Tutti costoro riferiscono di aver fluttuato in una oscura
galleria al termine della quale si intravedeva una brillante
radiosità; di aver percorso un buio tunnel che si
apriva verso un cielo chiaro e sereno; di aver visto la
"Luce" in lontananza. Di che si tratta?
Anche nella notte più profonda, anche con gli occhi
serrati, è possibile per chiunque percepire una specie
di "scintillio" diffuso: sono i fosfeni, Immagini
spurie prodotte dalla scarica casuale e spontanea dei neuroni
della corteccia visiva e dai fotorecettori della retina.
Un facile modo per vedere meglio i fosfeni è stimolare
i fotorecettori visivi meccanicamente, con un aumento della
pressione sugli occhi come accade quando si tossisce o quando
ci si sfrega le palpebre. Questa è la "luce"
che viene percepita dal "morente". L'effetto tunnel
è prodotto da un altro meccanismo fisiopatologico:
quando nel cervello si verifica un insufficiente apporto
di ossigeno, l'attività dei neuroni si deprime, fino
alla completa perdita di coscienza. La depressione dell'attività
neuronale a livello delle strutture deputate alla visione
produce caratteristicamente un restringimento del campo
visivo, come ben possono testimoniare le persone coinvolte
in incidenti stradali per guida in stato di ubriachezza.
Il restringimento del campo visivo, che equivale a guardare
attraverso un tubo di cartone, associato alla visione dei
fosfeni nel campo visivo residuo produce la visione del
"tunnel verso la luce".
Qualcuno potrà forse dolersi della demolizione delle
"prove" di una vita dopo la morte, come vengono
presentati spesso questi fenomeni; ma non ha senso coltivare
la speranza sulle illusioni. Diviene a questo punto una
questione di fede personale, che non deve però spingere
chi crede al punto di stravolgere la realtà e reintepretarla
a proprio piacimento. Quello del destino riservatoci dalla
morte resta, per la scienza, un mistero, al quale accostarci
con rispetto e compassione, per accompagnare "tenendo
per mano" chi ci lascia nel modo più sereno
possibile, ricordando che si tratta di un appuntamento al
quale nessuno di noi potrà mancare.
di Mario Campli
Medico Chirurgo Specialista in Chirurgia d'Urgenza e Pronto
Soccorso
Tratto da Scienza & Paranormale -rivista di indagine
critica sul paranormale- organo ufficiale del CICAP
Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul
Paranormale.