| Il
medico e il suo rapporto con le aziende farmaceutiche
Da medico, mi sono più volte chiesto, del
perché il medico debba avere un rapporto continuo con
l'azienda di produzione del farmaco, e se questa debba opportunamente
essere una azienda ad attività azionaria, quindi con
interessi economici.
Più volte ho espresso la mia riserva sulla impossibilità
di considerare un farmaco "sicuro", almeno con la
"metodologia scientifica" applicata. I target di
sicurezza usati sono attendibili se considerati al momento.
Tralasciamo la metodologia di ricerca, dove si autorizza non
solo a "provare" su cavie (i famosi topolini di
laboratorio), ma mammiferi grandi, perché biologicamente
più vicini alla nostra specie umana. Non sono poche
le segnalazioni e le reiterate denunzie, e i traffici di animali
quali cani, cavalli, che vengono furtivamente e clandestinamente
veicolati in questi lager del farmaco chimico. Qualche volta
coraggiosi giornalisti sono riusciti a oltrepassare l'incredibile
ed imponente sorveglianza ed hanno trovato cose immonde, al
di fuori di ogni logica del pensiero civile ed umano. Tuttavia,
questi poveri malcapitati animali, vengono sfruttati per "registrare"
i possibili danni organici, ma sono prove che vengono del
tutto sminuite da numerose variabili: una sostanza chimica
totalmente estranea all'organismo induce delle modificazioni
biologiche apprezzabili nell'immediato, e non è possibile
l'acquisizione dell'azione a lungo raggio. Questi farmaci,
nascendo come funghi, sfuggono anche ai più severi
controlli. Ogni giorno si trovano sul tavolo del terapeuta,
il quale si prodiga di prescriverli senza una approfondita
analisi delle azioni dello stesso sull'organismo del paziente.
D'altronde è inimmaginabile che si possa conoscere
esattamente l'azione profonda di una sostanza chimica a lunga
distanza; a mio modestissimo parere, colui che sostiene il
contrario mente sapendo di mentire. Un farmaco è un
prodotto commerciale, non certo l'acqua santa di nostro Signore.
È sempre frutto di approfondite ricerche mirate a tale
scoperta, nonché spionaggi tra le varie multinazionali.
Ma l'Italia ed il sistema sanitario hanno davvero un comportamento
paradossale... vediamo perché e facciamo un confronto
con altri Paesi.
Ad esempio, negli Usa, il medico prescrive un qualsiasi antibiotico,
ad esempio Ciprofloxacina 500mg, ma non ha necessità
di inserire il nome dell'azienda... al contrario dei nostri
medici, che mettono il nome commerciale del prodotto...
Perché?
Usare i generici significherebbe risparmiare almeno il 22%
sul costo reale del farmaco, oltre che impedire di far lievitare
i prezzi sulle tasse del cittadino. Inoltre generici e farmaci
marcati dalla multinazionale, sono praticamente identici...
Qualcuno, dall'alto della sua autorevolezza, si è permesso
di asserire che il farmaco commerciale, a differenza di quello
generico, è migliore... una bugia che vorremmo ci fosse
spiegata.
Ma non finisce qui, sempre negli Usa, ad esempio, il medico
non solo prescrive "Ciprofloxacina 500mg" ma prescrive
anche "2 compresse al giorno mattina e sera per 5 giorni",
quindi il farmacista prenderà uno scatolino vuoto,
metterà l'etichetta "ciprofloxacina 500mg"
e inserirà semplicemente 10 compresse! Nessuno spreco.
Soltanto adesso, dopo 35 anni di disastro -quanto arricchimento...-
sulla Sanità e sulla Salute delle nostre tasche, parlano
di confezioni ridotte, addirittura monodose. Perché?
Semplice! Perché non si vuole lasciare il potere del
rapporto economico in mano al medico, che in Italia è
trattato e considerato ultima ruota del carro del sistema
sanitario, non come in Usa, dove il medico è il Primato
della salute della persona.
Ecco il sostanziale motivo. Permettere al medico di stabilire
il numero di compresse, non solo significherebbe mettere nelle
sue mani il potere di mercato, ma anche renderlo principe
della gestione della Salute, cosa che in Italia è espressamente
e totalmente negata, perché questa gestione è
nelle mani di dirigenze e burocrazie.
Tuttavia, ritornando all'impossibilità di controllo
della "ingenuità" di un farmaco chimico di
sintesi, c'è anche da considerare che un farmaco si
confronta con le regole del mercato, e quindi con quelle della
pubblicità. Quando viene fuori un nuovo farmaco, il
medico è bombardato di pubblicità, diretta nel
suo studio, o indiretta tramite convegni e i famosi E.C.M.
(Educazione Continua Medica) che non servono proprio a nulla.
Tutto questo lavoro sotterraneo, ha il preciso scopo di "far
innamorare" il medico del farmaco, come si fa con le
massaie per il bucato delle lavatrici. Fintanto che non lievitano
i target di vendite, questa pressione non si arresta.
Lungo il percorso, però, si scopre che quella molecola
chimica non era così "essenziale" per lenire
la sofferenza umana; quindi lentamente nel tempo si abbassa
la sorveglianza pubblicitaria, fino ad azzerarla, sostituendola
con prodotti paralleli. Il medico che ormai è ridotto
soltanto a loro prescrittore, si disabitua alla prescrizione,
in quanto la multinazionale sa bene che se non manda almeno
una volta a settimana l'informatore scientifico nel suo studio,
il rischio che abbandoni la prescrizione è alta, vista
la concorrenza ed il numero di molecole sul mercato.
Alcuni colleghi bizzarri, infatti, sono riusciti a provare
-con tanto di pubblicazione su un autorevole giornale medico-
che la "prescrizione medica" non è frutto
di precise conoscenze farmacologiche, ma segue il percorso
del bucato della massaia. Secondo gli autori del lavoro, la
progressiva riduzione degli investimenti pubblicitari, ha
pesato molto di più nella scelta dei medici di non
prescrivere alcuni farmaci che non una loro reale consapevolezza
degli effetti collaterali degli stessi farmaci. Perché
a volte i medici, più o meno consapevolmente, finiscono
per prescrivere i farmaci "di moda" sul mercato.
Commercio e pubblicità: c'era un legame con l'anima?
Se non succede come per quel famoso farmaco per l'artrite
(che sembrerebbe più un attacco mirato alla multinazionale,
per far sì che scendano le azioni della stessa), i
casi di "farmaci cattivi" che non conosciamo perché
"mascherati" da questo sistema, potrebbero essere
così numerosi da farci passare la voglia di assumerli...
Tuttavia, in questo momento, ognuno nel mondo sta assumendo
farmaci che certamente sono potenzialmente pericolosi. Le
multinazionali non hanno il tempo materiale di comprovare
e omettono di farlo.
Un sistema eccellente potrebbe essere non cambiare molecole
in continuazione, perché non è sempre vero che
una nuova molecola sia migliore della vecchia! Questo potrebbe
far sì che una molecola sia studiata attentamente,
ma soprattutto "provata" effettivamente sul terreno
clinico: l'unica prova reale e veritiera che consente di accertarsi
della bontà (si fa per dire..) della stessa sostanza.
Solo dopo 20 anni di uso a livello mondiale, e risultati clinici
favorevoli, si potrà promuovere quella molecola a "farmaco
sicuro": una strategia che sarebbe utile a tutti, da
applicarsi immediatamente.
Ma ci sarà mai un politico coraggioso che applicherà
questa sana e buona norma?
Cosa ne penserebbero le multinazionali?
Bibliografia. Stafford RS et al. Promotion and
prescribing of hormone therapy after report of Harm by the
Women's Health Initiative. JAMA 2004;292:1983-8
(Giuseppe Parisi)
Avvertenze
numero 2004-22 del 15 Novembre 2004
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