| Biberon,
sponsor e divieti
di Milena Gabanelli
Se l'ospedale pubblico diventasse un luogo in
cui si reclamizzano, promuovono e vendono prodotti sanitari
o parasanitari, vi scandalizzereste? L'eventualità
è reale e l'iniziativa parte proprio dal luogo in cui
la sanità pubblica ha sempre funzionato meglio: Bologna.
Alla base una norma che prevede la possibilità di trovare
degli sponsor per migliorare il servizio; la città
modello si attiva per prima e dà mandato a una agenzia
di marketing, la Promolink. I fondi pubblici scarseggiano,
quindi il principio può anche essere giusto, ma in
pratica cosa succede? Che alcune ostetriche, in una lettera
di protesta inviata all'Ibfan (International Baby Food Action
Network), rilevano che è stato proposto l'intervento
di un operatore della Mister Baby durante i corsi di preparazione
al parto al fine di poter promuovere biberon e tettarelle
Eppure l'Italia ha sottoscritto un codice internazionale che
proibisce qualsiasi pro mozione diretta o indiretta di qualsiasi
latte e prodotti necessari alla sua somministrazione. E proprio
la Mister Baby è fra le aziende che lo infrangono sistematicamente
(secondo il rapporto Ibfan). Le madri che frequentano i corsi
di preparazione alla nascita (Bologna ha la percentuale italiana
più alta, oltre il 40 per cento, e ai corsi si partecipa
previo pagamento di 100 euro) contano sugli operatori sanitari
per ricevere consigli obiettivi su come crescere i loro bambini,
non messaggi pubblicitari. Se ciò si concretizzasse
sarebbe gravissimo, perché l'ospedale pubblico oltre
a violare un codice etico limiterebbe anche le regole della
libera concorrenza. Ricordiamo che in Italia il latte per
bambini è venduto al doppio o al triplo rispetto agli
altri paesi europei, proprio perché i rappresentanti,
per molti anni, si sono divisi il mercato ospedaliero. Ed
è noto che una mamma comprerà sempre quella
marca proposta dall'ospedale perché ritenuta la migliore,
anche se non è vero.
Tratto da: Io donna, dicembre 2003 |