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Confusioni fra morte clinica e morte cerebrale

La morte clinica corrisponde all'assenza di alcuni segni vitali (ad es. battito cardiaco), ed è reversibile (con una dose non piccola di fortuna), la morte cerebrale corrisponde alla morte effettiva dell'organo cervello, diagnosticata in modo adeguato, e NON è reversibile.

La morte clinica viene dichiarata dopo un certo numero di ore di elettroencefalogramma piatto, con una speciale procedura sorvegliata da una commissione di medici di diversa specializzazione. In queste condizioni, la respirazione non è spontanea.
La confusione nasce dal fatto che talvolta, in base a pregiudizi di carattere culturale, si continua ad usare come criterio di morte l'arresto cardiaco, che è reversibile (tant'è vero che si può vivere con un cuore trapiantato o artificiale) anziché la cessazione delle funzioni vitali dell'encefalo, che è irreversibile.

In parole povere, il "coma reversibile", è lo stato di incoscienza dovuto a danni cerebrali che possono guarire.

Si parla invece di "coma irreversibile" quando si ritiene che le lesioni che provocano l'incoscienza siano così gravi da non poter essere recuperate. Questo non ha nulla a che vedere con la morte, poiché, pur essendo venuta meno definitivamente la coscienza, le funzioni vitali del cervello rimangono e i pazienti in tali condizioni possono sopravvivere talvolta anche per parecchi anni. Inoltre quello di "coma irreversibile" è un giudizio clinico, e come tale non infallibile: può accadere, anche se raramente, che un coma ritenuto irreversibile venga in realtà recuperato. È su casi di questo tipo che si scatenano di solito i titoloni dei giornali e le celentanate.

Ma quando si parla di "morte cerebrale" vuol dire che sono cessate tutte le funzioni cliniche dell'intero cervello, cioè non solo la coscienza, come nei due casi precedenti, ma anche le funzioni vitali della respirazione e della circolazione sanguigna, e le funzioni integrative. In questo caso, a differenza di prima, sia il tronco cerebrale sia la corteccia sono morti: anche se una piccola parte dell'attività cerebrale si può mantenere (i riflessi spinali), tutta la struttura che governa il funzionamento dell'organismo è distrutta. Dal punto di vista pratico questo accertamento però non si può fare in modo immediato, ma indirettamente.
I criteri essenziali per la diagnosi di morte cerebrale sono:

  • Stato di incoscienza
  • Assenza delle funzioni del tronco cerebrale
  • Apnea
  • I riflessi spinali possono essere presenti
  • EEG isoelettrico/assenza di flusso cerebrale

Nella morte cerebrale, dato che la parte del cervello (il tronco) che dovrebbe regolare la respirazione e la circolazione sanguigna è ormai in necrosi, queste vengono mantenute artificialmente, mediante macchine, per ossigenare gli organi da trapiantare; la massa inerte del cervello nel giro di alcune ore inizia a colliquare (decomporsi); anche con l'assistenza delle macchine il battito cardiaco è destinato comunque a terminare entro pochi giorni, man mano che l'organismo degrada; se gli organi non vengono prelevati (e non "espiantati"! gli espianti si fanno ai vivi!) al più presto, anch'essi vanno in necrosi e in alcuni giorni tutto l'organismo inizia letteralmente a decomporsi.
Il fatto che nella morte cerebrale ci sia ancora qualcosa di "vivo" può lasciare perplessi, ma se ci si pensa qualcosa di molto simile accade nella morte cardiaca, quando cornea, osso, peli e unghie continuano a crescere per qualche tempo nel cadavere. A ben vedere, ciò che mette davvero a disagio è che la morte cerebrale non dà segni evidenti all'esterno (ma se si potesse osservare l'interno della scatola cranica svanirebbe ogni dubbio); in più l'ossigenazione e la circolazione artificiale creano l'illusione della vita, e l'insieme causa lo strazio nei familiari cui viene comunicata la diagnosi.

Spero sia inutile sottolineare che l’eventuale prelievo di organi avviene dopo la morte CEREBRALE.


In questo stesso sito, sul medesimo argomento puoi vedere la pagina:
Dal coma alla vita, dal coma alla morte



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