Le etichette sotto la lente
INDICE
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Numero di lotto
Data di scadenza
La data di produzione
Numero di
lotto
Qualche anno fa un fabbricante
di birra olandese si accorse che alcune bottiglie avevano un
grave difetto: il vetro, di tipo poco resistente, si frantumava
impercettibilmente in corrispondenza del tappo, disperdendo
micro-schegge nella birra.
Il produttore cambiò bottiglie. Ma restava il problema di ritirare
quelle a rischio già in commercio, distinguendole da quelle
“sane”.
“Osservate il numero di lotto che compare sull’etichetta”, comunicò
l’azienda, “se corrisponde a certi codici, allora la bottiglia
è da buttare”.
Il “numero di lotto”
è presente su quasi tutti i prodotti alimentari, anche se di
solito non ci facciamo caso. Identifica un certo gruppo di prodotti
usciti dalla fabbrica con caratteristiche identiche.
Per “lotto”, dice la legge, “si intende un insieme di unità
di vendita di una derrata alimentare, prodotte, fabbricate o
confezionate in circostanze praticamente identiche”.
Il codice che identifica il lotto in genere è preceduto dalla
lettera “L”.
Alcuni prodotti sono esonerati dall’indicazione del numero di
lotto. Ad esempio, quelli che già indicano la data di scadenza
o il termine minimo di conservazione specificando giorno e mese.
Data
di scadenza
“Da consumarsi preferibilmente
entro il 1° gennaio 1999”. Cosa vuol dire una scritta del genere?
È la data fino alla quale il fabbricante garantisce che quel
certo prodotto conserverà le sue proprietà specifiche, se conservato
come si deve. Trascorso il “termine minimo di conservazione”
(in sigla “tmc”), il prodotto non va considerato necessariamente
da buttare o addirittura tossico, ma probabilmente è meno buono
e non ha le stesse proprietà nutritive che aveva all’inizio.
Da notare che il termine viene deciso da ciascun fabbricante:
due prodotti di marche diverse confezionati nello stesso giorno
potrebbero avere termini di conservazione differenti.
Se invece sull’etichetta c’è scritto “da consumarsi entro il
1° gennaio 1999” (senza il “preferibilmente”), questa è la vera
e propria data di scadenza, entro la quale va assolutamente
consumato. Trascorso quel giorno, l’alimento è da considerarsi
non più commestibile e tantomeno commerciabile. La legge infatti
vieta la vendita dei prodotti a partire dal giorno successivo
alla data di scadenza indicata sulla confezione. Ma la data
di scadenza riguarda solo pochi generi alimentari, quelli molto
deperibili.
Chiarita la distinzione tra “data di scadenza” e “termine minimo
di conservazione”, spieghiamo un altro piccolo mistero: perché
in certi casi è indicato solo l’anno, altre volte anche il mese,
e su certi prodotti persino il giorno.
L’indicazione esatta del giorno e del mese è obbligatoria per
i prodotti conservabili per meno di tre mesi, per i quali anche
pochi giorni in più o in meno potrebbero essere decisivi.
L’indicazione del mese e dell’anno riguarda i prodotti alimentari
conservabili per più di tre mesi ma per meno di diciotto.
La sola indicazione dell’anno è invece sufficiente per i prodotti
alimentari conservabili per 18 mesi o più.
Su alcuni prodotti, però, non compare né il termine minimo di
conservazione né la data di scadenza. È lecito non indicare
alcuna data per:
• prodotti della panetteria e della pasticceria, che normalmente
sono consumati entro le 24 ore successive alla fabbricazione;
• frutta e verdure fresche (anche se confezionate) purché non
abbiano subito trattamenti e non siano stati sbucciati o tagliati;
• vini, liquori, spumanti e simili;
• bevande con contenuto alcolico superiore al 10%;
• aceto;
• sale da cucina;
• zucchero;
• gomme da masticare;
• caramelle, pastiglie e altri prodotti di confetteria consistenti
quasi unicamente in zuccheri, aromi e coloranti;
• gelati industriali “monodose”, cioè in confezione singola.
La
data di produzione
Per vederci più chiaro
sarebbe però opportuno conoscere, oltre al termine di conservazione,
anche la data di produzione o di confezionamento. Per il caffè,
ad esempio, molte aziende fissano la data limite di conservazione
fino a diciotto mesi, mentre gli esperti del settore affermano
che il caffè non può mantenere il suo aroma e la sua fragranza
per così tanto tempo.
Solo su pochi prodotti è riportata la data di produzione. La
legge non la richiede, ormai, neanche per le uova fresche. Eppure
conoscerla sarebbe utile per valutare meglio la freschezza.
E non solo: la data di produzione ci fa sapere, ad esempio,
se una conserva di frutta o verdura è stata preparata nella
stagione in cui la frutta o la verdura erano fresche, oppure
se è stata fatta con frutta e verdura conservate.
Tuttavia, anche quando non compare, la si può ricavare a partire
dal numero lotto, conoscendo la “chiave” per decifrare il codice.
Ma questa chiave è nota solo al produttore, a eccezione delle
conserve di origine vegetale (sott’olio, sottaceto, pelati,
marmellate ecc.), per le quali è stabilita con decreto ministeriale
anno per anno: la lettera del codice rappresenta l’anno, le
tre cifre il giorno di produzione. Ad esempio, R121 identifica
il 121esimo giorno del 1994, cioè il 1° maggio ’94.
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