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Le etichette sotto la lente

INDICE

Pagina 6
Numero di lotto 
Data di scadenza 
La data di produzione 


 Numero di lotto

Qualche anno fa un fabbricante di birra olandese si accorse che alcune bottiglie avevano un grave difetto: il vetro, di tipo poco resistente, si frantumava impercettibilmente in corrispondenza del tappo, disperdendo micro-schegge nella birra.
Il produttore cambiò bottiglie. Ma restava il problema di ritirare quelle a rischio già in commercio, distinguendole da quelle “sane”.
“Osservate il numero di lotto che compare sull’etichetta”, comunicò l’azienda, “se corrisponde a certi codici, allora la bottiglia è da buttare”.

Il “numero di lotto” è presente su quasi tutti i prodotti alimentari, anche se di solito non ci facciamo caso. Identifica un certo gruppo di prodotti usciti dalla fabbrica con caratteristiche identiche.
Per “lotto”, dice la legge, “si intende un insieme di unità di vendita di una derrata alimentare, prodotte, fabbricate o confezionate in circostanze praticamente identiche”.
Il codice che identifica il lotto in genere è preceduto dalla lettera “L”.
Alcuni prodotti sono esonerati dall’indicazione del numero di lotto. Ad esempio, quelli che già indicano la data di scadenza o il termine minimo di conservazione specificando giorno e mese.

Data di scadenza

“Da consumarsi preferibilmente entro il 1° gennaio 1999”. Cosa vuol dire una scritta del genere? È la data fino alla quale il fabbricante garantisce che quel certo prodotto conserverà le sue proprietà specifiche, se conservato come si deve. Trascorso il “termine minimo di conservazione” (in sigla “tmc”), il prodotto non va considerato necessariamente da buttare o addirittura tossico, ma probabilmente è meno buono e non ha le stesse proprietà nutritive che aveva all’inizio.
Da notare che il termine viene deciso da ciascun fabbricante: due prodotti di marche diverse confezionati nello stesso giorno potrebbero avere termini di conservazione differenti.
Se invece sull’etichetta c’è scritto “da consumarsi entro il 1° gennaio 1999” (senza il “preferibilmente”), questa è la vera e propria data di scadenza, entro la quale va assolutamente consumato. Trascorso quel giorno, l’alimento è da considerarsi non più commestibile e tantomeno commerciabile. La legge infatti vieta la vendita dei prodotti a partire dal giorno successivo alla data di scadenza indicata sulla confezione. Ma la data di scadenza riguarda solo pochi generi alimentari, quelli molto deperibili.
Chiarita la distinzione tra “data di scadenza” e “termine minimo di conservazione”, spieghiamo un altro piccolo mistero: perché in certi casi è indicato solo l’anno, altre volte anche il mese, e su certi prodotti persino il giorno.
L’indicazione esatta del giorno e del mese è obbligatoria per i prodotti conservabili per meno di tre mesi, per i quali anche pochi giorni in più o in meno potrebbero essere decisivi.
L’indicazione del mese e dell’anno riguarda i prodotti alimentari conservabili per più di tre mesi ma per meno di diciotto.
La sola indicazione dell’anno è invece sufficiente per i prodotti alimentari conservabili per 18 mesi o più.
Su alcuni prodotti, però, non compare né il termine minimo di conservazione né la data di scadenza. È lecito non indicare alcuna data per:
• prodotti della panetteria e della pasticceria, che normalmente sono consumati entro le 24 ore successive alla fabbricazione;
• frutta e verdure fresche (anche se confezionate) purché non abbiano subito trattamenti e non siano stati sbucciati o tagliati;
• vini, liquori, spumanti e simili;
• bevande con contenuto alcolico superiore al 10%;
• aceto;
• sale da cucina;
• zucchero;
• gomme da masticare;
• caramelle, pastiglie e altri prodotti di confetteria consistenti quasi unicamente in zuccheri, aromi e coloranti;
• gelati industriali “monodose”, cioè in confezione singola.

La data di produzione

Per vederci più chiaro sarebbe però opportuno conoscere, oltre al termine di conservazione, anche la data di produzione o di confezionamento. Per il caffè, ad esempio, molte aziende fissano la data limite di conservazione fino a diciotto mesi, mentre gli esperti del settore affermano che il caffè non può mantenere il suo aroma e la sua fragranza per così tanto tempo.
Solo su pochi prodotti è riportata la data di produzione. La legge non la richiede, ormai, neanche per le uova fresche. Eppure conoscerla sarebbe utile per valutare meglio la freschezza. E non solo: la data di produzione ci fa sapere, ad esempio, se una conserva di frutta o verdura è stata preparata nella stagione in cui la frutta o la verdura erano fresche, oppure se è stata fatta con frutta e verdura conservate.
Tuttavia, anche quando non compare, la si può ricavare a partire dal numero lotto, conoscendo la “chiave” per decifrare il codice. Ma questa chiave è nota solo al produttore, a eccezione delle conserve di origine vegetale (sott’olio, sottaceto, pelati, marmellate ecc.), per le quali è stabilita con decreto ministeriale anno per anno: la lettera del codice rappresenta l’anno, le tre cifre il giorno di produzione. Ad esempio, R121 identifica il 121esimo giorno del 1994, cioè il 1° maggio ’94.


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